L’IA in agenzia: Non robot, ma alleati per il marketing umano
Kellyn Coetzee di Zenith Australia vede l'AI come alleato che libera tempo per il valore umano nel marketing, dove SEO tradizionale resta cruciale.
L’agenzia australiana usa l’intelligenza artificiale come alleato per liberare tempo e concentrarsi sul valore strategico.
Immagina di essere in agenzia, è giovedì pomeriggio e la lista delle cose da fare sembra solo allungarsi: ottimizzare quel testo per la campagna, analizzare i dati di Performance Max, preparare una presentazione per domani. La tentazione di chiedere all’AI di “fare tutto” è forte, ma il risultato rischia di essere piatto, impersonale, un muro di testo che suona come… scritto da una macchina.
È qui che sbagliamo approccio.
Kellyn Coetzee di Zenith Australia ha una visione diversa, ed è quella che sta guidando la sua agenzia. L’IA non è il robot che ti ruba il lavoro, ma l’alleato che ti toglie la pressione del “tutto e subito”, liberando tempo per il valore vero. Come spiega in un intervento sulle strategie AI di Zenith, il punto è spostare la domanda da “Come farò a finire tutto?” a “Come posso renderlo migliore?”.
Dai compiti al compagno di banco: così l’amplificatore umano prende forma
Il modello non è la sostituzione, ma la collaborazione. Coetzee immagina di gestire un piccolo team di agenti AI specializzati, come colleghi digitali a cui delegare compiti specifici. Questo è il cuore del doppio binario su cui Zenith sta puntando: AI per il singolo e AI su larga scala. Per te che lavori nel marketing, significa avere uno strumento che gestisce il throughput, il flusso meccanico: generare variazioni di annunci, filtrare parole chiave negative in beta per le campagne Performance Max, setacciare dati.
Ma la cura del significato, della voce del brand, della memoria a lungo termine di ciò che ha funzionato o meno, resta saldamente nelle tue mani. “L’automazione gestisce la quantità, ma le persone preservano il significato”, ricorda Coetzee.
Il paradosso dell’AI search: più macchine, più bisogno di fondamenta (umane)
E qui arriva il colpo di scena. Più l’AI diventa sofisticata nel rispondere alle nostre ricerche, più diventa cruciale il buon vecchio, umanissimo, SEO. Perché? Per essere visto, valutato e raccomandato da un assistente AI, un sito deve prima di tutto essere trovato e considerato affidabile. Come sottolinea la guida Understanding AI Search, la SEO tradizionale resta essenziale per essere visibili nelle ricerche generative. È un paradosso solo apparente: l’AI ci costringe a fare meglio il nostro lavoro di base, quello di costruire contenuti solidi, ben strutturati e autorevoli.
Le competenze del futuro, quindi, non sono solo tecniche. Saranno sempre più verifica, pensiero critico e attenzione ai dettagli, come osserva Coetzee. L’AI ti dà una bozza in due secondi, ma starà a te, con la tua esperienza e la tua conoscenza del pubblico, verificarne i fatti, aggiustarne il tono, infonderci quell’intuizione che una macchina non ha.
Verso un ufficio Ibrido (Umano/Digitale)
La vera trasformazione non è negli strumenti, ma nell’organizzazione. L’agenzia diventa un laboratorio dove squadre ibride, fatte di persone e dei loro assistenti digitali, affrontano problemi complessi. L’AI colma i gap e potenzia i prodotti, ma il timone è umano. Questo cambia tutto: dalle assunzioni (si cercheranno menti critiche e creative, non solo esecutori) alla giornata lavorativa (meno ore passate su compiti ripetitivi, più tempo per la strategia e l’innovazione).
Lo sguardo va quindi a come gestiremo questa convivenza. L’ottimismo per l’aumento di produttività e creatività deve essere temperato da una vigilanza ferrea su privacy, sicurezza dei dati e trasparenza. Quando un “agente AI” lavora sui dati di un cliente, chi ne è responsabile? Come si garantisce che non replichi inconsciamente bias? Sono domande aperte che segneranno la fase due di questa integrazione. Il prossimo passo non sarà avere AI più potenti, ma costruire i framework giusti per farle collaborare con noi in modo sicuro ed etico. La posta in gioco non è rimanere al passo, ma definire il passo giusto.