Google potrebbe dover condividere i dati che usiamo per proteggerci

Google potrebbe dover condividere i dati che usiamo per proteggerci

Google ha bloccato oltre 8,3 miliardi di annunci pubblicitari nel 2025, ma il Digital Markets Act dell'Unione Europea potrebbe costringerlo a condividere dati sensibili con i concorrenti, indebolendo le protezioni.

La proposta dell’UE di condividere i dati di ricerca con i concorrenti rischia di indebolire le difese contro le frodi.

Google ha bloccato oltre 8,3 miliardi di annunci pubblicitari nel 2025, un numero che dovrebbe rassicurarci.

Eppure, proprio mentre la sua intelligenza artificiale Gemini si dimostra un baluardo contro le frodi, l’Unione Europea prepara una mossa che potrebbe vanificare ogni sforzo di protezione.

La difesa perfetta ha un prezzo: i tuoi dati più intimi

I numeri sono impressionanti: Google ha bloccato 8,3 miliardi di annunci con un’efficacia dichiarata del 99%. Tra questi, 602 milioni erano associati a truffe. Il sistema, guidato da AI, intercetta oltre il 99% delle violazioni prima ancora che l’annuncio veda la luce. Ha anche tagliato dell’80% le sospensioni errate di account. Una macchina quasi perfetta. Ma perché Google ci tiene a sottolineare proprio ora questa inefficienza risolta?

Forse perché il Digital Markets Act è entrato in vigore e il 16 aprile la Commissione Europea ha inviato a Google le sue conclusioni preliminari. L’obiettivo è obbligare il colosso a condividere i dati di ricerca con i concorrenti. Per adeguarsi, Google ha già lanciato il Consent Mode V2 per gestire il consenso. Ma è qui che il paradosso si fa pericoloso.

Il DMA: una porta aperta sul tuo cervello digitale

Clare Kelly, senior Competition Counsel di Google, lancia un allarme preciso: “Centinaia di milioni di europei si fidano di Google con le loro ricerche più sensibili”. La proposta della Commissione costringerebbe a consegnare questi dati a terze parti, con protezioni della privacy giudicate inefficaci. Da un lato, quindi, Google sospende 24,9 milioni di account pubblicitari, di cui 4 milioni creati per ingannare. Dall’altro, potrebbe essere costretto a condividere il carburante che alimenta quella stessa sorveglianza: i dati sensibili degli utenti.

Chi ci guadagna davvero? I concorrenti che riceverebbero i dati, o i truffatori che potrebbero sfruttare canali meno sorvegliati? E cosa succede quando l’antitrust, nel tentativo di abbattere un gatekeeper, indebolisce le stesse barriere che proteggono gli utenti?

La privacy è un optional nel mercato dei dati?

Google ha dimostrato di poter fermare 4 milioni di account legati ad attività fraudolente. Ma se i dati di ricerca che alimentano Gemini finiscono in mani meno esperte, o peggio, in circuiti poco trasparenti, quella barriera crolla. Il GDPR dovrebbe proteggerci, ma il DMA sembra tracciare una strada diversa: la condivisione forzata come principio superiore.

La domanda finale è scomoda. Possiamo permetterci di sacrificare una protezione che funziona, seppur gestita da un attore dominante, in nome di un mercato più competitivo? O stiamo solo aprendo un nuovo, lucroso mercato per i nostri segreti?

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