Google regala dati alla scienza e impone AI agli inserzionisti
Google pubblica enormi dataset scientifici ma impone il sistema pubblicitario AI Max agli inserzionisti, senza possibilità di opt-out.
Google regala dati alla scienza ma impone AI Max senza possibilità di rifiuto agli inserzionisti
Il 1° maggio 2026 Google Research pubblica un articolo dal sapore magnanimo: risorse aperte per la scienza, partnership globali, dataset enormi. Nei giorni precedenti, lo stesso colosso aveva annunciato che gli inserzionisti avrebbero dovuto adottare AI Max, il suo sistema pubblicitario basato su IA, senza possibilità di rifiuto. Due facce della stessa medaglia: una regala dati alla ricerca, l’altra impone un software opaco e sanzionatorio. Perché?
La generosità ha un prezzo. Google lo sa bene.
I numeri della beneficenza scientifica sono impressionanti. Con gli strumenti genomici open source DeepVariant, DeepConsensus e DeepPolisher, Google ha processato esomi e genomi completi di 2,5 milioni di individui. Il dataset H01, un campione di tessuto cerebrale umano da 1,4 petabyte, è stato scaricato oltre 200.000 volte. I dati Open Buildings coprono 58 milioni di km² con 1,8 miliardi di rilevamenti in Africa, Asia meridionale e America Latina. La classificazione SpeciesNet riconosce 2.498 categorie animali da fototrappole. I modelli open MedGemma per la salute hanno superato 4,8 milioni di download.
Roba da far girare la testa. E tutto gratuito. Ma chi ci guadagna, davvero? La comunità scientifica, certo. Ma anche Google: capitale reputazionale, attrazione di talenti, e dati su cui addestrare i propri modelli senza sollevare polveroni. Non è filantropia pura: è un investimento strategico a costo zero, anzi a ritorno positivo. Mentre regala dataset, continua a incassare miliardi dalla pubblicità. E lì la musica cambia.
Il software che nessuno ha chiesto, ma tutti devono usare.
Nel reparto advertising, Google ha smesso di fare sconti. AI Max, il prodotto AI a più rapida crescita in Search, è diventato obbligatorio. Con AI Brief, una nuova funzionalità basata su Gemini, Google promette di guidare l’IA con le parole dell’inserzionista. Ma la sostanza è un’altra: le campagne Dynamic Search Ads, attive da quindici anni, verranno migrate automaticamente a AI Max. Nessun opt-out. L’assenza di opt-out formale trasforma l’opzione in imposizione.
Google ha ammesso il back button hijacking, riconoscendo che gli utenti si sentono manipolati. Eppure, dal 15 giugno, le sanzioni colpiranno tutti, colpevoli o vittime. Il sistema è opaco: l’inserzionista non sa perché la sua campagna viene penalizzata, e non può tornare indietro. Una trappola a tenaglia: o accetti l’AI, o paghi.
E se il dono fosse solo un diversivo?
La domanda che resta sospesa è semplice: perché un’azienda che regala petabyte di dati scientifici impone un sistema pubblicitario senza via di fuga? Forse perché la scienza aperta costruisce consenso e attira regolatori benevoli, mentre la pubblicità chiusa genera entrate miliardarie. Ma i regolatori europei, con il GDPR e l’antitrust, guardano. E se il gesto magnanimo servisse a distogliere l’attenzione dal braccio di ferro sull’automazione forzata? La tensione tra apertura e controllo non è un incidente: è il cuore del modello di business di Google. E noi, come sempre, siamo il prodotto.
Fino a quando il velo della generosità riuscirà a nascondere la mano che stringe?