Google protegge i dati solo quando gli fa comodo

Google protegge i dati solo quando gli fa comodo

Google promette privacy con zero-trust aggregation, ma richiede add-on su Firefox per Web Serial API, sollevando dubbi sulla concorrenza.

Google impone add-on per Web Serial su Firefox mentre promuove zero-trust analytics

Maggio 2026. Google annuncia una private analytics via zero-trust aggregation che promette di non esporre mai i dati individuali. Nello stesso mese, però, impone agli utenti di Firefox di installare un Web Serial API su Firefox per accedere a una funzione web di base. La privacy è una scelta, a quanto pare: dipende da chi la chiede.

Google Search ha registrato più di fonti preferite in Google Search selezionate dagli utenti, e premia i contenuti più citati con un badge Highly Cited. Ma cosa c’entra con la protezione dei dati? Niente. È un diversivo: mentre Google si presenta come il paladino della privacy, disegna le regole del web per tenerti dentro il suo recinto.

Il paradosso della privacy selettiva

La soluzione di Google per l’analytics si basa su private analytics via zero-trust aggregation: combina un nuovo protocollo crittografico con ambienti di esecuzione fidati. I dispositivi inviano un private analytics via zero-trust aggregation in un singolo messaggio one-shot, e il sistema private analytics via zero-trust aggregation garantisce che i dati individuali non vengano mai ricostruiti, usando private analytics via zero-trust aggregation meccanismi di attestazione TEE per l’integrità. Sul piano tecnico, è un gioiello.

Sul piano politico, è un cortile con due ingressi.

Prendiamo il Web Serial API: una tecnologia che permette ai siti di leggere e scrivere su dispositivi seriali. Su Chrome funziona nativamente. Su Firefox, l’utente deve installare un add-on generato sinteticamente – una barriera che pochi supereranno. Il risultato? Google mantiene il controllo sull’accesso alle periferiche, mentre i concorrenti restano indietro. Non è un problema di implementazione: è una scelta di design.

Chi ci guadagna?

La risposta è ovvia. Google protegge i dati degli utenti quando fa i suoi comodi: l’analytics zero-trust serve a placare i regolatori europei e a vendere un’immagine di azienda responsabile. Ma quando si tratta di decisioni che influenzano la concorrenza, la privacy diventa un optional. Perché non rendere il Web Serial API accessibile su Firefox senza add-on? Perché non estendere il modello zero-trust anche alle API web? Perché, semplicemente, non conviene a Google.

Nel frattempo, Google apre gradualmente gli strumenti Google Research at I/O 2026 per la scienza. Belle iniziative, ma distolgono l’attenzione dal problema strutturale: un’azienda che detta le regole della privacy a orologeria, a seconda di chi è il cliente finale.

E il regolatore?

La Commissione Europea ha già gli occhi puntati sulle Big Tech. Il Digital Markets Act obbliga le piattaforme a non discriminare i browser concorrenti. Richiedere un add-on per Firefox mentre su Chrome la funzione è nativa potrebbe essere interpretato come una violazione. E la narrativa della privacy zero‑trust? Se il regolatore analizzasse a fondo queste scelte di design, scoprirebbe che la privacy è usata come clava competitiva. Google non sta proteggendo i dati: sta proteggendo il suo mercato.

Alla fine, la domanda resta: se Google è seriamente intenzionata a rendere il web più privato, perché la prima vittima è sempre la libertà di scelta del browser?

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