Google vuole gestire tutti i tuoi pagamenti online
Google presenta l'Universal Commerce Protocol per unificare i pagamenti online, rischiando di concentrare potere e dati nelle sue mani.
Il protocollo UCP è stato co-sviluppato con grandi retailer come Nike e Walmart
Google vuole essere il cassiere di tutti i tuoi acquisti online. È un sogno di controllo totale o un incubo per la concorrenza? Con l’Universal Commerce Protocol, l’azienda non si limita a facilitare le transazioni: vuole diventare l’infrastruttura di pagamento unica per l’intero e-commerce, dai negozi fisici ai video su YouTube. Questa standardizzazione, se non regolamentata, rischia di concentrare un potere enorme nelle mani di Google, a scapito della concorrenza e della scelta dei consumatori.
Ieri Google ha svelato i dettagli del suo Universal Cart, un carrello intelligente che funziona su più merchant e servizi. Ma la notizia vera è un’altra: il sistema si basa su un protocollo proprietario, co-sviluppato con alcuni dei più grandi retailer del pianeta. Chi ci guadagna? Non certo il piccolo negozio di quartiere.
Il carrello che non è tuo
Le funzionalità di checkout selezionate saranno disponibili presso merchant come Nike, Sephora, Target, Ulta Beauty, Walmart, Wayfair e merchant Shopify come Fenty e Steve Madden. Google ha dichiarato di aver accolto nuovi partner tecnologici per guidare lo standard aperto UCP. Peccato che “aperto” significhi, nei fatti, che Google controlla il flusso di pagamento — e i dati che lo accompagnano.
Il protocollo è stato co-sviluppato con leader del retail all’inizio del 2026. Una tempistica sospetta: arriva proprio mentre l’AI Mode di Google ha superato 1 miliardo di utenti attivi mensili in un anno. La domanda è: perché ora? Perché Google ha bisogno di monetizzare quella massa critica, e il modo più diretto è diventare l’intermediario di ogni transazione.
Dalla ricerca al pagamento: un solo padrone
L’integrazione non si ferma al carrello. Google ha annunciato che UCP arriverà su YouTube negli Stati Uniti e in più verticali, a partire da prenotazioni alberghiere e consegna di cibo locale. Tradotto: il tuo prossimo hotel lo pagherai attraverso Google, non attraverso Booking o Expedia. E il cibo? Finirai per ordinare tramite il motore di ricerca, saltando le app di delivery tradizionali.
Contemporaneamente, Google Search introduce gli information agents, lanciati prima per gli abbonati a Google AI Pro & Ultra. Per categorie selezionate come riparazioni domestiche, bellezza o cura degli animali, Google può chiamare le aziende per conto dell’utente. La capacità di prenotazione agentica sarà disponibile per tutti negli Stati Uniti questa estate. Inoltre, Search può costruire dashboard o tracker personalizzati per compiti ricorrenti come pianificare un matrimonio o gestire un trasloco.
E la possibilità di costruire esperienze personalizzate con Antigravity in Search arriverà nei prossimi mesi.
Mettete insieme i pezzi: Google cerca per voi, prenota per voi, e ora paga per voi. Il flusso dei dati è totale. E il regolatore?
Chi regola il cassiere?
Google espanderà l’esperienza di checkout basata su UCP in Canada e Australia nei prossimi mesi e successivamente nel Regno Unito. Paesi con normative diverse: il Regno Unito ha un’authority antitrust aggressiva, l’Australia sta rafforzando il GDPR locale. Ma Google sceglie di partire dai mercati più permissivi, per poi arrivare in Europa quando il sistema sarà ormai consolidato.
Se UCP diventa lo standard de facto, ogni transazione passa per i server di Google. Il dado è tratto: non si tratta più di pubblicità mirata, ma di controllo diretto del credito dei consumatori. La Commissione Europea ha già aperto un fascicolo sulle pratiche anticoncorrenziali di Google Shopping. Ora il perimetro si allarga. Il rischio è che le piccole e medie imprese vengano costrette ad accettare le condizioni di Google per non perdere visibilità nei risultati di ricerca.
E poi c’è il GDPR. Un sistema che raccoglie e incrocia dati di pagamento, posizione e cronologia di navigazione è un sogno per i data broker e un incubo per la privacy. Google sostiene che il protocollo è “aperto”, ma aperto non significa neutrale. Chi controllerà i dati? Chi potrà fare audit? Le risposte, per ora, mancano.
Siete pronti a consegnare a Google anche la chiave del vostro portafoglio? Perché il cassiere è già in posizione. Aspetta solo che iniziate a pagare.