Solis: il gusto umano è il nuovo SEO nell'era AI

Solis: il gusto umano è il nuovo SEO nell’era AI

In un panorama digitale saturo di AI generativa, la vera rivoluzione creativa non è produrre, ma scegliere cosa vale la pena creare. L'esperta SEO Aleyda Solis sottolinea che, con l'AI che rende la creazione di contenuti quasi gratuita, il gusto e il sapere cosa realizzare sono l'unica differenziazione umana. Il valore si sposta dall'esecuzione alla strategia e alla visione unica, ottimizzando idee.

L’esperta SEO Aleyda Solis lancia una provocazione sul ruolo del gusto e della selezione umana come unica differenziazione nell’era dell’AI generativa, dove la produzione è diventata quasi gratuita.

La prossima grande rivoluzione creativa potrebbe non riguardare la capacità di produrre contenuti, ma la capacità di scegliere quali valga la pena produrre.

In un panorama digitale saturo di intelligenza artificiale generativa, dove strumenti sempre più potenti promettono di democratizzare la creazione di testi, immagini, video e codice, il rischio concreto è l’omologazione di massa.

È in questo contesto che una voce esperta del settore SEO, Aleyda Solis, lancia una provocazione che risuona ben oltre i confini del marketing digitale: con l’AI che rende la creazione di contenuti praticamente gratuita, «il gusto, il sapere cosa vale la pena realizzare, è ora la tua unica differenziazione».

Questa affermazione, contenuta in una newsletter del gennaio 2026, non è un semplice aforisma ma il riflesso di un cambiamento strutturale in atto.

Solis, consulente SEO internazionale e fondatrice di Orainti, osserva da anni l’evoluzione dei motori di ricerca verso modelli generativi.

La sua tesi è che, mentre l’AI diventa un abile esecutore, il valore umano si sposta radicalmente a monte: nella definizione della strategia, nella scelta degli angoli narrativi, nella capacità di infondere un punto di vista unico e, appunto, nel gusto.

Non si tratta più di ottimizzare una keyword, ma di ottimizzare un’idea.

L’era dell’abbondanza e la crisi del significato

Per comprendere la portata di questa transizione, basta guardare ai dati di mercato.

Si stima che il mercato della generazione di contenuti tramite AI raggiungerà i 7,09 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita esponenziale trainata dall’adozione di massa.

Strumenti che solo tre anni fa sembravano pionieristici sono oggi integrati in flussi di lavoro quotidiani, dalla stesura di bozze alla creazione di asset visivi.

Il risultato è un’esplosione di volume: l’AI è straordinariamente brava a produrre contenuti “medi”, cioè plausibili, grammaticalmente corretti e allineati agli schemi più comuni presenti nei suoi dati di addestramento.

È proprio qui che nasce il paradosso dell’abbondanza.

Quando tutti possono generare un articolo di blog, un post per i social o un’immagine in pochi secondi, il rumore di fondo diventa assordante.

La scarsità non è più nel mezzo di produzione, ma nell’attenzione del pubblico e, soprattutto, nel significato.

«L’AI ha esposto quanto poco peso avessero alcune pagine», osserva Solis, sottolineando come i contenuti puramente informativi e generici stiano perdendo terreno.

Ciò che sopravvive alla “compressione” operata dai grandi modelli linguistici sono invece la specificità, il legame personale con l’argomento e il contesto del brand.

In altre parole, tutto ciò che un algoritmo trova difficile sintetizzare perché unico.

La risposta strategica, quindi, non può essere produrre di più, ma produrre con più giudizio.

Solis delinea un approccio che va oltre la SEO tradizionale, puntando a costruire un’autorità tematica riconoscibile e, soprattutto, “citabile”.

I nuovi motori di ricerca AI non si limitano a fornire link; sintetizzano risposte attingendo da più fonti.

Per apparire in quelle risposte, un brand deve diventare una fonte affidabile e distintiva.

Questo richiede una profonda comprensione del proprio pubblico e del proprio valore unico, e la capacità di utilizzare prompt AI efficaci che forniscano tutti i dettagli necessari per guidare la creazione verso quell’obiettivo.

Il creativo o il marketer si trasformano da esecutori a direttori, il cui compito principale è fornire il brief più chiaro e visionario possibile alla macchina.

Il gusto come skill strategica (e tecnica)

Ma cosa si intende, operativamente, per “gusto” in un contesto così tecnico?

Non è un concetto vago legato all’estetica personale, ma una competenza composita e affinabile.

Comprende la cultural fluency – la comprensione delle sottoculture e delle narrative contemporanee –, l’intelligenza emotiva per anticipare ciò che risuonerà con un pubblico, la consapevolezza storica del proprio settore e una sensibilità acuta per la qualità e la coerenza.

In un mondo di contenuti generati, il gusto è il filtro umano che separa il segnale dal rumore.

Questa non è la prima volta che una democratizzazione tecnologica sposta il valore verso la cura e la selezione.

Negli anni ’90, il desktop publishing diede a tutti gli strumenti per impaginare documenti, ma portò anche a un diluvio di composizioni con WordArt e Comic Sans.

L’accesso alla tecnologia non garantiva la padronanza del design.

Allo stesso modo, i social media hanno dato voce a tutti, ma hanno reso la capacità di costruire e curare una presenza personale distintiva un asset cruciale.

La ricerca accademica mostra come le comunità online possano incorporare opinioni più forti selezionando curatori con gusti specifici.

L’AI rappresenta l’ultimo e più potente capitolo di questa storia.

Tuttavia, l’enfasi sul giudizio umano non è universalmente accettata senza riserve.

Alcuni sviluppatori e data scientist potrebbero obiettare che il “gusto” stesso è, in ultima analisi, un pattern riconoscibile e quindi replicabile dall’AI.

Dopotutto, gli algoritmi di raccomandazione di piattaforme come Spotify o Netflix curano già esperienze su larga scala basandosi su modelli di preferenza.

C’è il rischio che, inseguendo l’ottimizzazione per la citazione nei risultati AI, i brand finiscano per omologarsi a un “gusto algoritmico” emergente, perdendo proprio quella autenticità che cercano.

Inoltre, l’AI eccelle nell’analisi di dataset vastissimi, individuando trend nascenti che un occhio umano potrebbe non cogliere.

La sfida, quindi, non è scegliere tra uomo e macchina, ma integrare la scala e l’analisi dell’uno con il giudizio contestuale e la visione dell’altro.

Una nuova gerarchia creativa

Le implicazioni di questo shift sono profonde e ridefiniscono le gerarchie nel mondo creativo e del marketing.

Il valore non risiederà più nella mera capacità di scrivere, disegnare o montare video – skill sempre più commoditizzate – ma nella capacità di concepire, dirigere e rifinire.

Il ruolo del creativo evolve verso quello di un “regista dell’AI”, che fornisce l’input strategico, valida l’output e gli impone quel brand’s thumbprint, quell’impronta distintiva, che fa la differenza.

Con l’AI che rende la creazione di contenuti gratuita, il gusto, il sapere cosa vale la pena realizzare, è ora la tua unica differenziazione.

— Aleyda Solis, Fondatrice di Orainti e consulente SEO internazionale

Questa transizione richiederà un ripensamento anche della formazione.

Oltre alle competenze tecniche sull’uso degli strumenti AI, sarà cruciale sviluppare il pensiero critico, la conoscenza approfondita di un dominio specifico e quella sensibilità culturale che costituisce il gusto.

Le aziende che investiranno nel coltivare queste skill nei propri team, anziché limitarsi a cercare produttività a basso costo dall’automazione, potranno costruire un vantaggio competitivo sostenibile.

Alla fine, la domanda che Aleyda Solis pone implicitamente è radicale: in un futuro in cui l’AI può generare qualsiasi cosa, cosa sceglieremo di chiederle?

La risposta a questa domanda non sarà codificata in un algoritmo, ma risiederà nella nostra umanità, nelle nostre passioni, nei nostri valori e, in definitiva, nel nostro gusto.

La prossima frontiera della creatività potrebbe essere, paradossalmente, tutta una questione di limiti che scegliamo di imporre.

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