AI Overviews di Google riducono il traffico siti, 58% delle ricerche zero-click.

AI Overviews di Google riducono il traffico siti, 58% delle ricerche zero-click.

La nuova ricerca basata sull’intelligenza artificiale, pur offrendo efficienza, sta ridefinendo il modello di business del web, spostando il valore verso le piattaforme e sollevando interrogativi sulla privacy, la pluralità dell’informazione e la sopravvivenza dei siti che producono contenuti.

La prossima volta che chiederai a un motore di ricerca come riparare una perdita dal water o quale sia il miglior ristorante giapponese a Milano, la risposta potrebbe non essere più una lista di link blu.

Potrebbe essere una sintesi pulita, autorevole e apparentemente definitiva, generata da un’intelligenza artificiale.

È la promessa dell’AI Search Everywhere, la rivoluzione che nel giro di pochi anni ha trasformato il campo di battaglia digitale.

Google, dopo un iniziale scetticismo, ha lanciato una controffensiva massiccia con gli AI Overviews, ora alimentati da Gemini 3 come modello predefinito a livello globale.

Microsoft ha integrato profondamente ChatGPT in Bing già nel 2023, reinventando la ricerca con un nuovo Bing potenziato dall’IA.

Start-up come Perplexity e You.com hanno costruito il loro intero modello di business su un’architettura di ricerca che combina recupero e generazione per produrre risposte sintetizzate invece di elenchi di link.

Ma mentre le aziende celebrano l’era della “ricerca conversazionale” e della “personal intelligence”, è lecito chiedersi: chi ci guadagna davvero da questo cambiamento epocale?

E, soprattutto, a quale prezzo per la nostra privacy, per la pluralità dell’informazione e per il modello stesso di internet?

La narrativa dominante è quella dell’efficienza e della personalizzazione estrema.

Google, per esempio, non si limita a sintetizzare il web.

Ha implementato una “Personal Intelligence” nella sua modalità AI, che rende la Ricerca più personalizzata.

In pratica, Gemini può connettersi a Gmail, Google Foto, YouTube e alla cronologia delle Ricerche per fornire risposte cucite sui dati personali dell’utente.

Un assistente che conosce i tuoi voli, le tue foto delle vacanze, le tue email di lavoro.

La comodità è innegabile, ma rappresenta anche il compimento di un sogno per un’azienda il cui core business è la profilazione pubblicitaria.

L’annuncio di Microsoft del 2023 era altrettanto chiaro nella visione: Bing non era più solo un motore, ma un “copilota per il web”.

L’obiettivo dichiarato era rispondere a quelle miliardi di query che rimanevano insoddisfatte perché le persone usavano i motori di ricerca per compiti per cui non erano progettati.

Una visione che si è concretizzata in una partnership strutturata con OpenAI, dove Bing è diventato l’esperienza di ricerca predefinita per ChatGPT.

Il modello di business dietro la risposta perfetta

Qui iniziano i nodi venire al pettine.

Il tradizionale modello dei motori di ricerca, basato sui link a siti terzi e sulla pubblicità a pagamento per click (PPC), è sotto attacco.

Se l’IA fornisce la risposta direttamente nella pagina dei risultati, perché l’utente dovrebbe cliccare e visitare il sito di un editore, di un blog o di un negozio online?

Alcuni dati preliminari sono allarmanti: si stima che circa il 60% delle ricerche sui motori tradizionali ora non generi click, perché le sintesi AI rispondono direttamente.

Per i publisher, questo significa un crollo potenziale del traffico organico, la linfa vitale del web aperto.

Le aziende come Google e Microsoft si affrettano a rassicurare, introducendo strumenti per i webmaster, come la funzionalità AI Performance in Bing Webmaster Tools, per misurare le impressioni e le citazioni nelle risposte AI.

Ma essere citati in una sintesi è molto diverso, in termini di valore economico e di engagement, dall’essere visitati.

La domanda allora è: come monetizzano le Big Tech questa nuova ricerca?

La risposta sembra orientarsi verso due direzioni.

La prima è l’integrazione diretta del commercio e della pubblicità all’interno della conversazione AI.

Google sta già testando “Direct Offers”, promozioni mirate presentate nel flusso della risposta AI al momento dell’acquisto.

In sostanza, la risposta alla tua ricerca non sarà solo una sintesi delle migliori aspirapolvere, ma un’offerta sponsorizzata per acquistarne una direttamente da un partner di Google.

La seconda direzione è la subscription.

Perplexity AI, che si rivolge a un pubblico professional e accademico, offre già un piano Pro a 20 dollari al mese.

You.com punta su modelli “build or buy” per le aziende, offrendo un’infrastruttura di ricerca AI progettata per varie esigenze aziendali.

Il rischio è la creazione di un internet a due velocità: un web “gratuito” dove le risposte sono sempre più influenzate da logiche commerciali integrate, e un web a pagamento per chi cerca accuratezza e profondità senza interferenze.

I limiti tecnici e il paradosso della conoscenza

L’entusiasmo per le risposte sintetiche nasconde però problemi tecnici fondamentali, che le stesse aziende ammettono.

You.com, nel descrivere le sfide, parla esplicitamente del problema dei risultati superficiali, obsoleti o inaffidabili.

Senza dati profondi, strutturati e specifici per dominio, i modelli linguistici spesso restituiscono informazioni di scarsa qualità.

Criticano inoltre la ricerca superficiale dei motori legacy, che catturano tutto ma non comprendono il contesto del dominio, costringendo l’utente a sintetizzare da solo.

È un paradosso interessante: le nuove AI search criticano i motori tradizionali per la loro superficialità, ma la loro stessa accuratezza dipende in modo critico dalla qualità e profondità dei dati che quei motori tradizionali hanno indicizzato per decenni.

Se il traffico ai siti sorgente si prosciuga, chi produrrà i contenuti approfonditi, aggiornati e di nicchia da cui le AI attingono?

Si rischia un circolo vizioso che impoverisce l’ecosistema informativo alla base.

A questo si aggiunge la questione della trasparenza e della responsabilità.

Una lista di link permette, all’utente esperto, di valutare la fonte (è un blog, un’università, un forum?).

Una sintesi AI omogeneizza tutto in un unico flusso di testo autorevole.

Come facciamo a sapere se quella risposta sulla sicurezza di un farmaco attinge da uno studio clinico peer-reviewed o da un articolo di un sito complottista?

L’architettura di You.com, che analizza contesto, intento e semantica di ogni query ed esegue ricerche multiple simultaneamente, è sofisticata, ma il processo di filtraggio e consolidamento rimane una “scatola nera” per l’utente finale.

In un’epoca di disinformazione, delegare completamente la sintesi delle informazioni a un algoritmo il cui funzionamento è opaco e i cui criteri di ranking possono essere influenzati da accordi commerciali è un azzardo non da poco.

La rivoluzione dell’“AI Search Everywhere” non è quindi solo una questione di tecnologia più avanzata.

È una riorganizzazione radicale del potere nel digitale.

Sposta il valore dalla periferia (i siti web che creano contenuto) al centro (le piattaforme che li sintetizzano).

Trasforma l’utente da navigatore attivo a interlocutore di un oracolo digitale, i cui meccanismi sono sempre più difficili da scrutare.

E mentre Google espande gli AI Overviews in Ricerca in oltre 100 paesi, la domanda che dovremmo porci non è solo “questa risposta è accurata?”, ma “che internet vogliamo finanziare e lasciare in eredità?”.

Un internet dove la conoscenza è un prodotto confezionato, derivato da un web sempre più impoverito e monetizzato in modi subdoli, o un internet che preserva la vitalità, la pluralità e la tracciabilità delle sue fonti?

Per ora, le Big Tech stanno dettando la risposta, e assomiglia pericolosamente alla prima opzione.

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