Alphabet e i dati degli utenti: Wall Street festeggia, la privacy trema
Mentre Wall Street festeggia i guadagni record di Alphabet, si sollevano preoccupazioni sulla crescente centralizzazione dei dati personali e sull’impatto sull’ecosistema web
Il calendario di Wall Street ha cerchiato in rosso la data del 4 febbraio 2026. Tra pochi giorni, Alphabet – la casa madre di Google – svelerà i conti dell’ultimo trimestre e l’aria che tira nelle sale riunioni della finanza è quella di una festa annunciata.
Le azioni sono salite del 65% nell’ultimo anno e gli analisti, in una sorta di trance collettiva, stanno facendo a gara a chi alza di più il target di prezzo.
Ma mentre gli investitori stappano lo champagne preventivo, chi si occupa di diritti digitali e privacy dovrebbe, forse, iniziare a preoccuparsi seriamente.
C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’entusiasmo con cui il mercato sta accogliendo le nuove strategie di Mountain View. Non si tratta solo di numeri e percentuali di crescita, ma di come questi numeri vengono generati.
La narrazione ufficiale ci parla di un trionfo dell’Intelligenza Artificiale, di “AI Overviews” utilizzate da oltre 2 miliardi di utenti e di un cloud computing sempre più redditizio. La realtà sottostante, tuttavia, suggerisce che stiamo assistendo alla più grande operazione di consolidamento dei dati personali della storia recente, il tutto sotto il cappello luccicante dell’innovazione tecnologica.
L’euforia di Wall Street e il prezzo dei nostri dati
Per capire cosa sta succedendo, bisogna seguire i soldi. E i soldi dicono che la pubblicità mirata e l’integrazione forzata dell’IA sono le uniche vere priorità.
Mark Kelley, analista di punta presso Stifel, non ha usato mezzi termini nel descrivere le aspettative per i risultati del quarto trimestre, sottolineando come i controlli della sua azienda riflettano una forza notevole nei risultati pubblicitari.
I controlli della sua azienda hanno riflesso una solidità nei risultati pubblicitari del quarto trimestre sia nella Ricerca che su YouTube.
— Mark Kelley, Top Analyst presso Stifel
Tradotto dal “finanziese”: Google sta vendendo la nostra attenzione meglio che mai. Ma c’è un dettaglio che spesso sfugge in queste analisi trionfalistiche.
L’aumento dei ricavi pubblicitari va di pari passo con l’implementazione aggressiva di strumenti AI che richiedono una quantità di dati comportamentali senza precedenti.
L’accordo da un miliardo di dollari all’anno con Apple per infilare l’IA Gemini dentro Siri non è una partnership: è un’occupazione di territorio. Significa che Google non si accontenta più di sapere cosa cerchiamo sul suo motore; vuole essere l’infrastruttura cognitiva di ogni dispositivo che possediamo.
Eppure, il coro è unanime. Un analista finanziario suggerisce che il titolo potrebbe essere un ottimo acquisto prima del rilascio degli utili, basandosi proprio su questa capacità di monetizzare l’IA.
Nessuno, in queste note agli investitori, sembra chiedersi se accentrare così tanto potere predittivo in una sola azienda sia una buona idea per la democrazia o per la riservatezza delle nostre conversazioni private. L’importante è che il grafico salga.
Tuttavia, mentre Google espande il suo impero AI, sta silenziosamente smantellando strumenti che davano agli utenti un minimo di controllo e consapevolezza sulla propria sicurezza digitale.
Meno sicurezza, più profitto: la strategia del silenzio
È curioso come le notizie cattive vengano sempre sepolte sotto tonnellate di comunicati stampa sull’innovazione. Mentre tutti guardano a Gemini, Google ha deciso di staccare la spina a uno dei pochi servizi che offriva una trasparenza reale sui rischi della rete: il report sul Dark Web per gli abbonati a Google One.
Una mossa che ha lasciato perplessi molti osservatori della sicurezza informatica.
A partire da questo mese, gennaio 2026, le scansioni si fermano. Google ha deciso di eliminare definitivamente il suo report sul Dark Web a febbraio, costringendo gli utenti a cercare altrove per sapere se le loro password o i loro dati sensibili sono finiti in vendita nei bassifondi di Internet.
La giustificazione? Ufficialmente vaga.
Ma a pensar male si fa peccato, e spesso ci si azzecca: forse mantenere un servizio che ricorda costantemente agli utenti quanto siano vulnerabili i loro dati non è una buona strategia di marketing mentre si cerca di convincerli a fidarsi ciecamente dell’IA per gestire le loro vite?
Se da un lato si toglie, dall’altro si finge di dare. Le nuove policy sulla conservazione dei dati vengono sbandierate come grandi vittorie per la privacy. La conservazione automatica dei dati per i nuovi account è impostata per cancellare cronologia e attività dopo 18 mesi, una mossa che l’azienda presenta come prova del suo impegno etico.
Diciotto mesi. Un anno e mezzo. Nel tempo di internet, è un’era geologica.
In diciotto mesi, un modello di intelligenza artificiale può profilare un utente con una precisione tale da anticipare i suoi desideri prima ancora che lui li formuli. Tenere i dati per “soli” 18 mesi non è privacy by design, come vorrebbe il GDPR; è semplicemente il tempo necessario per estrarre tutto il valore commerciale possibile da un profilo utente prima che diventi obsoleto.
È efficienza aziendale travestita da virtù etica.
E qui casca l’asino, o meglio, il consumatore ingenuo.
L’accordo con la Mela e il monopolio mascherato
L’aspetto più inquietante di questo scenario è la mancanza di alternative reali. L’integrazione di Gemini nell’ecosistema Apple chiude il cerchio.
Se prima potevamo illuderci di scegliere tra il modello di business di Google (basato sui dati) e quello di Apple (basato sull’hardware e sulla privacy, almeno a parole), ora la distinzione sfuma. Apple prende i soldi, Google prende i dati (indirettamente o tramite l’addestramento dei modelli), e l’utente paga il conto con la propria identità digitale.
Non è un caso che Raymond James abbia recentemente alzato il rating di Alphabet a “Strong Buy”. Vedono un’azienda che è riuscita a trasformare le minacce normative e la concorrenza (ricordate quando ChatGPT sembrava dover uccidere Google Search?) in nuove opportunità di profitto.
Hanno cambiato tutto affinché nulla cambiasse.
Il dominio sulla ricerca è rimasto intatto, anzi, si è evoluto in un sistema dove la risposta viene fornita direttamente dall’IA, eliminando la necessità di cliccare su siti terzi.
Questo ha un impatto devastante non solo sulla privacy, ma sull’economia del web. Se l’IA di Google risponde a tutto, chi visiterà i siti web dei creatori di contenuti originali? E se nessuno li visita, come sopravvivono?
Google sta cannibalizzando l’ecosistema che le ha permesso di esistere, e lo sta facendo mentre gli investitori applaudono.
Siamo di fronte a un paradosso: l’azienda non è mai stata così ricca e le sue tecnologie non sono mai state così invasive. La domanda che dovremmo porci il 4 febbraio, mentre scorreranno i titoli trionfali sui telegiornali finanziari, non è “quanto hanno guadagnato?”, ma “cosa abbiamo perso noi?”.
Perché in questo grande banchetto tecnologico, se non sei seduto al tavolo a contare i dividendi, sei quasi sicuramente nel menu.