Alphabet (Google): Analisi dell’ascesa a 3,72 trilioni di dollari
Dietro la performance stellare del titolo Alphabet si nasconde una storia di ingegneria finanziaria, potere concentrato e un tacito accordo tra utenti e investitori.
Se c’è una cosa che il 2025 ci ha insegnato finora, è che i giganti della tecnologia non si muovono più come elefanti, ma scattano come ghepardi dopati dai semiconduttori.
Guardando i tabelloni di Wall Street in questa fredda mattina di fine dicembre, è impossibile non sgranare gli occhi davanti alla performance di Alphabet Inc., la casa madre di Google.
Stiamo parlando di un titolo che ha sfidato la gravità.
Mentre molti temevano una saturazione del mercato pubblicitario o inciampi normativi sull’intelligenza artificiale, le azioni di classe C (GOOG) hanno disegnato una parabola ascendente quasi perfetta, raggiungendo una quotazione di 309,20 dollari alla chiusura del 21 dicembre. Un balzo incredibile se consideriamo che il minimo delle ultime 52 settimane toccava appena i 142 dollari.
In pratica, chi ha avuto il coraggio (o la lungimiranza) di scommettere su Mountain View un anno fa, oggi si ritrova con un investimento più che raddoppiato.
Ma dietro questa corsa all’oro digitale c’è molto di più di un semplice grafico verde. C’è una storia di ingegneria finanziaria, di potere concentrato e di un compromesso silenzioso che tutti noi, come utenti e investitori, abbiamo accettato.
Alphabet oggi vale 3,72 trilioni di dollari.
Una cifra che si fatica a visualizzare, ma che ci dice una cosa chiara: il mercato ha deciso che i dati sono il petrolio, e Google possiede le raffinerie migliori.
Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica nei server di Big G.
Una macchina da utili inarrestabile
Per capire perché il mercato è così euforico, dobbiamo guardare sotto il cofano. I fondamentali dell’azienda non sono solidi; sono granitici.
Nonostante le continue pressioni dei regolatori europei e americani sulla privacy e sul monopolio della ricerca, i numeri raccontano una storia di dominio assoluto. L’azienda ha generato ricavi per 96,43 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2025, battendo le aspettative e dimostrando che la macchina pubblicitaria, potenziata dai nuovi algoritmi predittivi, è più efficiente che mai.
Non si tratta solo di vendere annunci. L’utile per azione (EPS) di 2,31 dollari, superiore alle stime di oltre il 6%, dimostra una disciplina operativa che in passato mancava a Mountain View, spesso criticata per spendere miliardi in moonshot (progetti futuristici) senza ritorno immediato.
Oggi Google sembra aver trovato l’equilibrio magico: investire massicciamente in infrastrutture AI senza bruciare la cassa operativa.
L’introduzione del dividendo nel 2024 è stata la ciliegina sulla torta. Per anni, Google ha reinvestito ogni centesimo. Iniziare a staccare cedole (anche se modeste, 20 centesimi all’inizio) ha inviato un messaggio potente a Wall Street: siamo diventati adulti.
Siamo una “value stock” che cresce come una “growth stock”.
Questo cambio di paradigma ha attirato una nuova ondata di investitori istituzionali che prima guardavano a Google con sospetto per la sua volatilità, cementando la sua posizione nel club esclusivo dei 3 trilioni.
Eppure, proprio mentre contiamo i profitti, emerge il paradosso strutturale che rende Alphabet un caso unico e, per certi versi, inquietante.
Il passeggero silenzioso
Qui le cose si fanno interessanti e tecnicamente affascinanti. Quando comprate un’azione GOOG (Classe C), state comprando un biglietto per la giostra, ma non avete diritto di scegliere la musica.
È il risultato di una mossa scaltra del 2014 e della riorganizzazione in Alphabet del 2015. Esistono tre classi di azioni: la A (GOOGL) che ha un voto, la C (GOOG) che ha zero voti, e la misteriosa Classe B.
La Classe B non si compra su Robinhood. È posseduta quasi interamente dai fondatori Larry Page e Sergey Brin e ogni azione vale 10 voti.
Risultato? I due fondatori controllano ancora oltre il 51% dei voti.
Possono decidere il consiglio di amministrazione, le acquisizioni strategiche e la direzione etica dell’azienda senza dover chiedere permesso a nessuno, nemmeno se possedete milioni di dollari in azioni C.
È un’architettura che definirei di “dittatura illuminata”. Fino ad oggi ha funzionato perché Page e Brin (e il CEO Sundar Pichai) hanno quasi sempre azzeccato le mosse.
Ma in un’era in cui la privacy dei dati biometrici e la sicurezza dell’AGI (Intelligenza Artificiale Generale) sono temi caldi, l’impossibilità per gli azionisti di influenzare la governance è un rischio enorme. Stiamo affidando le chiavi della nostra vita digitale a un’entità che non risponde al mercato in termini di controllo, ma solo in termini di profitto.
La differenza di prezzo tra GOOG e GOOGL è ormai minima, il che significa che al mercato non importa del diritto di voto. Gli investitori hanno tacitamente accettato lo scambio: “Tieniti il potere, dammi i soldi”.
Una logica cinica che potrebbe reggere finché il titolo sale, ma che potrebbe rivelarsi disastrosa alla prima vera crisi di reputazione.
E a giudicare dalle valutazioni attuali, il mercato non sta guardando affatto i rischi, ma sta scommettendo su un futuro che forse è già troppo caro.
L’euforia sta correndo troppo?
C’è un dettaglio tecnico che fa aggrottare la fronte agli analisti più prudenti.
Il titolo sta viaggiando a velocità smodata, forse troppa.
Attualmente, il prezzo di mercato sta superando nettamente l’obiettivo medio di prezzo degli analisti fissato intorno ai 264 dollari. Quando un titolo scambia a 309 dollari contro un target medio di 264, significa che l’ottimismo degli investitori retail e dei flussi automatici ha superato la valutazione razionale degli esperti.
Con un rapporto Prezzo/Utili (P/E) sopra quota 30, Alphabet non è più a buon mercato. Certo, è meno cara di alcune rivali nel settore AI, ma per un’azienda di queste dimensioni mantenere tassi di crescita che giustifichino questi multipli diventa matematicamente difficile.
Il mercato sta prezzando la perfezione: si aspetta che Gemini (l’IA di Google) schiacci la concorrenza, che il cloud continui a crescere a doppia cifra e che l’antitrust americano si risolva con una multa salata ma gestibile, senza spezzatini aziendali.
Se uno solo di questi pilastri dovesse cedere, la correzione potrebbe essere violenta. Siamo di fronte a quella che nel gergo tech chiamiamo hype cycle maturity: la tecnologia è reale, i soldi sono veri, ma l’aspettativa è diventata quasi messianica.
Siamo disposti a chiudere un occhio sulla concentrazione di potere e sull’assenza di diritti di voto pur di partecipare a questa corsa al rialzo?
Alphabet chiude il 2025 come l’imperatore indiscusso del digitale, un gigante che ci arricchisce finanziariamente mentre, pezzo dopo pezzo, consolida un controllo unilaterale sul futuro dell’informazione globale.