Apple accelera sugli indossabili AI: occhiali, pendant e AirPods con Gemini
Apple si prepara a lanciare occhiali, ciondolo e AirPods con AI, in partnership con Google. Crescono i dubbi sulla privacy e la raccolta dati.
La strategia, che include occhiali smart, un ciondolo e AirPods con fotocamera per dare “occhi” a Siri, solleva però importanti questioni sulla privacy e sulla gestione dei dati, soprattutto considerando la partnership con Google per l’AI.
Mentre il mercato degli smartphone mostra i primi segni di saturazione, le grandi tech stanno cercando con insistenza il prossimo dispositivo che ci terrà incollati al loro ecosistema. Dopo il flop dell’AI Pin di Humane, venduto a HP dopo pochi mesi, e il successo moderato dei Ray-Ban Meta, è il turno di Apple.
Secondo indiscrezioni persistenti, la società di Cupertino starebbe preparando una triade di dispositivi indossabili alimentati dall’intelligenza artificiale: occhiali smart, un ciondolo e AirPods con fotocamera, tutti progettati per dare “occhi” a Siri. La produzione degli occhiali, con nome in codice N50, potrebbe iniziare a dicembre 2026, con un lancio nel 2027.
Ma in un’epoca in cui la privacy è sotto costante assedio, cosa significa indossare un dispositivo Apple che, in teoria, potrebbe vedere e interpretare costantemente il mondo che ci circonda?
La domanda diventa ancora più pungente se si considera che il cervello di questa operazione potrebbe non essere made in Cupertino. Apple, che ha faticato non poco a tenere il passo nella corsa ai grandi modelli linguistici, avrebbe stretto una partnership con Google per utilizzare i modelli Gemini alla base di una Siri rinnovata e di altre funzionalità AI. In pratica, Apple fornirebbe l’hardware e l’esperienza utente integrata, mentre Google fornirebbe la potenza di calcolo e l’intelligenza dietro le quinte.
Un accordo che ricorda da vicino quello storico per cui Google paga miliardi per essere il motore di ricerca predefinito su Safari.
Chi ci guadagna davvero in questa transazione?
E, soprattutto, dove finiscono i dati che questi occhiali e ciondoli raccolgono?
La strategia a tre punte e il fantasma degli esperimenti falliti
Apple non sembra voler mettere tutte le uova in un solo paniere. La strategia, secondo i rumor, prevede tre dispositivi distinti per altrettante modalità d’uso e fasce di prezzo. In cima alla piramide ci sarebbero gli occhiali smart, che non includeranno un display nelle lenti, differenziandosi così dai Ray-Ban Meta. L’interazione sarebbe tutta affidata alla voce, a microfoni e a un sistema di doppia fotocamera: una ad alta risoluzione e una dedicata alla visione artificiale per comprendere il contesto.
Poi ci sarebbe un ciondolo, grande quanto un AirTag, concepito come un accessorio per l’iPhone: una fotocamera sempre attiva da agganciare agli abiti.
Infine, gli AirPods di prossima generazione potrebbero integrare minuscole fotocamere.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: fare in modo che Siri, interrogata a voce, possa “vedere” ciò che vediamo noi e rispondere in contesto. “Che vino è questo?” chiediamo puntando la bottiglia, o “Come si ripara questa leva?” guardando la bicicletta.
L’approccio è pragmatico e cerca di evitare gli errori di Humane. L’AI Pin voleva sostituire lo smartphone, fallendo su usabilità, durata della batteria e temperatura. Il ciondolo di Apple, invece, sarebbe un semplice sensore remoto per l’iPhone, che farebbe la parte computazionale pesante.
Tuttavia, il concetto di un dispositivo con una fotocamera sempre accesa che trasmette a un telefono solleva immediatamente questioni che vanno ben oltre la tecnologia.
Il GDPR europeo, con i suoi principi di minimizzazione dei dati e di privacy by design, come si concilia con un accessorio progettato per la raccolta continua di dati ambientali? Apple promette da sempre una cifratura end-to-end e l’elaborazione on-device, ma in questo scenario ibrido, dove parte dell’intelligenza potrebbe risiedere sui server di Google Gemini, i confini della responsabilità si fanno opachi.
I brevetti raccontano una storia di lungo corso
Che Apple giochi con l’idea di occhiali smart da anni non è un segreto. I suoi archivi brevettuali ne sono la prova. Già in passato sono trapelate descrizioni di meccanismi per occhiali progettati per piegarsi in modo compatto proteggendo i componenti elettronici. L’Ufficio Brevetti statunitense ha inoltre concesso ad Apple brevetti per lenti regolabili elettronicamente, in grado di adattarsi alla messa a fuoco dell’occhio dell’utente.
Questi documenti mostrano una ricerca ossessiva per la forma fisica e l’esperienza ottica, un classico tratto distintivo di Apple.
Ma nessun brevetto parla delle implicazioni etiche e sociali di un dispositivo del genere.
Immaginiamo per un attimo di indossarli in una metropolitana, in un bar, durante una riunione di lavoro. Anche se Apple assicurasse che il flusso video non viene mai memorizzato o trasmesso se non su esplicita richiesta dell’utente (ad esempio, dopo un “Hey Siri”), la sola presenza della fotocamera altera la dinamica sociale.
Saremmo noi, i portatori, a diventare potenziali agenti di sorveglianza negli spazi condivisi.
E mentre l’azienda si affretta a dire che tratta l’AI come uno strumento di sfondo per potenziare gli utenti, la storia recente ci insegna che le funzionalità “di sfondo” hanno la tendenza a espandersi silenziosamente, raccogliendo sempre più dati per offrire servizi sempre più “personalizzati”. Il modello di business stesso dei servizi di Apple, che oggi vale più dell’hardware, si nutre di engagement e dati per vendere abbonamenti.
Il vero prezzo della convenienza
Allora, per chi è davvero questo futuro indossabile? Per l’utente che cerca una comodità superiore, o per Apple (e Google) che cercano nuovi, ricchissimi flussi di dati contestuali per affinare i loro modelli di AI e legare a sé i consumatori?
La partnership con Google è illuminante: Apple, la campionessa della privacy e dell’integrazione verticale, per competere nel campo dell’AI deve appoggiarsi al suo storico rivale. Questo significa che una parte significativa dell’esperienza “Apple” su questi dispositivi sarebbe in realtà gestita da Google.
Un conflitto di interessi stridente, che getta un’ombra sulle reali garanzie di privacy.
I dispositivi indossabili con AI context-aware promettono un mondo di magia: traduzioni in tempo reale, assistenza nella riparazione di oggetti, aiuto nella scelta di prodotti.
Ma dietro questa magia c’è un meccanismo di raccolta dati senza precedenti per capillarità e continuità. Apple dovrà affrontare non solo le sfide tecniche di progettazione e autonomia, ma anche un esame severissimo da parte dei regolatori e della società civile.
Mentre assume ingegneri per la gestione delle risorse e l’osservabilità dei sistemi e per l’infrastruttura dei sistemi di produzione, la domanda più pressante rimane: chi osserverà gli osservatori?
E saremo davvero liberi di toglierci questi occhi artificiali, una volta abituati alla loro vista potenziata?