Ahrefs: ChatGPT ha il 18% delle query Google ma traffico siti 190x inferiore.
ChatGPT gestisce il 12% delle ricerche Google, ma invia 190 volte meno traffico ai siti web, creando un terremoto per l'ecosistema digitale.
ma questa crescita nel volume di query nasconde una verità scomoda per l’intero ecosistema del web, con il traffico verso i siti che si prosciuga drasticamente a causa di modelli di business opposti.
È un dato che circola da mesi, ma ora ha un numero preciso e una fonte autorevole. Secondo un nuovo studio dell’azienda di analisi SEO Ahrefs, ChatGPT gestisce circa il 12% del volume di ricerca di Google per le cose che le persone hanno tradizionalmente cercato sul motore di Mountain View.
In termini assoluti, a luglio 2025 ChatGPT elaborava 2,5 miliardi di prompt al giorno, che rappresentano circa il 18% dei 13,7 miliardi di ricerche giornaliere di Google.
Il confronto, pubblicato l’11 febbraio 2026, è il tentativo più rigoroso finora di misurare quanto l’intelligenza artificiale conversazionale stia effettivamente erodendo il dominio di Google.
Ma i numeri che seguono raccontano una storia molto più complessa e rivelano una verità scomoda per l’intero ecosistema del web: mentre le chat AI crescono, il traffico verso i siti web si prosciuga.
Lo studio, guidato dal Product Advisor di Ahrefs Patrick Stox, si basa sui dati della loro piattaforma Web Analytics, monitorando 76.000 siti web.
Il risultato più eclatante non è la quota di ricerca, ma cosa succede dopo che l’utente ha la sua risposta. Google invia 190 volte più traffico ai siti web rispetto a ChatGPT.
In altre parole, gli utenti che ricevono una risposta da un assistente AI cliccano su un link esterno con una frequenza del 96% inferiore rispetto a chi usa la ricerca tradizionale.
È la concretizzazione del temuto “zero-click search”, ma portato all’estremo: l’AI non solo fornisce la risposta in cima alla pagina, ma spesso la sintetizza in una conversazione coesa, rimuovendo del tutto l’incentivo ad abbandonare l’interfaccia.
Due modelli di business che si scontrano
Questo abisso nel traffico generato non è un bug, ma il riflesso di due filosofie opposte.
Il modello di Google, nonostante tutti i suoi aggiornamenti con AI Overviews, è fondamentalmente costruito per essere un ponte: connette le domande degli utenti con le risposte che risiedono su milioni di siti web, monetizzando quel passaggio.
ChatGPT e i suoi simili sono progettati per essere una destinazione: trattengono l’utente in una conversazione, fornendo valore (e, sempre più spesso, annunci) all’interno del loro stesso ambiente.
Come ha sottolineato Patrick Stox nel suo studio, confrontare semplicemente i volumi di query è fuorviante, perché non ogni prompt di ChatGPT è una ricerca tradizionale.
Ricerche di OpenAI e Harvard su 1,5 milioni di conversazioni hanno rilevato che solo il 24% dei prompt è pura ricerca, mentre oltre il 51% rientra in una “richiesta di consiglio”, dove l’utente cerca informazioni per formarsi un’opinione, non per trovare un link.
Il metodo di Ahrefs per classificare le ricerche è ingegnoso. Per capire se ChatGPT “cerca” come Google, i suoi data scientist, come Xibeijia Guan, hanno analizzato le cosiddette “fan-out queries”: le ricerche reali che ChatGPT esegue in background per recuperare informazioni aggiornate dal web.
Hanno estratto questi dati dal loro strumento Brand Radar e confrontato gli URL che ChatGPT restituisce con i primi risultati di Google, scoprendo una sovrapposizione significativa.
In un altro esperimento, hanno analizzato la sovrapposizione delle citazioni tra i risultati AI e quelli di ricerca tradizionale per migliaia di parole chiave, passando attraverso ChatGPT, Perplexity e le SERP di Google.
Il verdetto? L’AI attinge dalle stesse fonti, ma le presenta in un modo che disincentiva il click.
L’impatto sul web e la corsa agli annunci
Le implicazioni per editori, creatori di contenuti e business online sono profonde.
Se il traffico da ChatGPT è una frazione minuscola di quello di Google, e con un tasso di click così basso, significa che il valore economico di essere “citati” da un’AI è attualmente irrisorio rispetto a quello di essere ben posizionati su Google.
Questo crea una tensione enorme: da un lato, tutti vogliono che il loro contenuto sia usato per addestrare e informare questi modelli; dall’altro, quel processo non garantisce visitatori.
È un paradosso che mina il modello di business di gran parte del web aperto.
La risposta delle aziende AI è duplice. La prima è tecnologica: aumentare le citazioni e i link “viventi” nelle risposte, come già fanno Perplexity e la modalità web di ChatGPT.
La seconda, e più significativa, è commerciale. Sia Google che OpenAI stanno spingendo per integrare la pubblicità direttamente nel flusso conversazionale. Google testa annunci nelle sue AI Overviews; ChatGPT ha iniziato a testare annunci contestuali all’interno dell’interfaccia, posizionando sponsorizzazioni direttamente sotto le risposte.
Il modello promette una pubblicità più intenzionale e con un contesto più ricco, e alcuni primi dati suggeriscono che il traffico da ChatGPT, seppur scarso, può convertire a tassi 2-3 volte superiori perché gli utenti arrivano con un intento più definito.
Tuttavia, questa transizione è piena di incognite. Stox stesso ha riconosciuto i limiti e le assunzioni nel paragonare direttamente prompt e ricerche.
Google fa molto più che cercare (calcoli, traduzioni), e ChatGPT fa molto più che rispondere a domande fattuali (creazione, ideazione, coding).
I due servizi stanno convergendo da direzioni opposte, ma i comportamenti degli utenti e l’impatto economico sul web restano profondamente diversi.
Una battaglia definita dall’esperienza, non dai numeri
Allora, ChatGPT sta davvero “battendo” Google?
La risposta dipende dalla metrica. In termini di volume di query pure, ChatGPT ha circa il 12% della quota di Google, un traguardo storico per qualsiasi sfidante.
In termini di traffico inviato al web aperto, è un moscerino contro un elefante.
Ma la vera battaglia si sta spostando su un altro terreno: il tempo e l’attenzione dell’utente.
Gli utenti di ChatGPT passano in media oltre 13 minuti per sessione, più del doppio del tempo medio su Google.
Questo engagement prolungato in un’interfaccia controllata è il santo graal per qualsiasi piattaforma, ed è lì che si giocherà il futuro della monetizzazione.
Il rapporto di Ahrefs fotografa un momento di transizione estremamente delicato.
Dimostra che l’AI conversazionale non sta semplicemente sostituendo la barra di ricerca; la sta ridefinendo, spostando il valore dalla scoperta dei link alla generazione di risposte contestuali.
Per gli utenti, è una comodità senza precedenti.
Per l’ecosistema digitale che si è nutrito per vent’anni del traffico da ricerca, è un terremoto.
La domanda che rimane aperta è se le nuove forme di pubblicità e partnership nelle chat AI riusciranno a finanziare sufficientemente la creazione delle informazioni di qualità che queste stesse AI consumano per produrre le loro risposte.
Altrimenti, rischiamo di avere assistenti sempre più intelligenti che parlano tra loro, attingendo da un web sempre più povero e deserto.