CMA UK: Apple e Google evitano sanzioni, ma commissioni app store restano.
Il 10 febbraio 2026, la CMA ha ottenuto impegni volontari da Apple e Google per migliorare le pratiche negli store di app e nei browser, in vigore dal 1° aprile. Gli accordi mirano a maggiore equità e trasparenza. Tuttavia, le commissioni in-app e la restrizione del motore WebKit su iOS restano irrisolte, sollevando dubbi sull'efficacia del regime basato sulla fiducia.
Gli accordi, sebbene presentati come una vittoria per la concorrenza, si fondano su impegni volontari che lasciano irrisolte questioni chiave come le commissioni sulle app e la gestione dei browser.
Il 10 febbraio 2026, la Competition and Markets Authority (CMA) britannica ha annunciato di aver ottenuto impegni formali da Apple e Google per modificare alcune delle loro pratiche più controverse negli store di app e nei browser.
Gli accordi, che dovrebbero entrare in vigore il prossimo 1° aprile dopo una consultazione pubblica, sono stati presentati come una vittoria per la concorrenza e per gli sviluppatori nel Regno Unito.
Ma dietro la retorica della “flessibilità” del nuovo regime regolatorio, si nasconde una realtà più complessa e potenzialmente deludente.
I guardiani del mercato hanno, in sostanza, permesso ai giganti della tecnologia di scrivere da soli il proprio libro delle regole, optando per impegni volontari invece che per rimedi legalmente vincolanti.
La mossa della CMA arriva pochi mesi dopo una decisione fondamentale.
Nell’ottobre 2025, l’ente aveva infatti designato ufficialmente Apple e Google come detentori di uno “status di mercato strategico” per quanto riguarda le loro piattaforme mobili.
Una definizione che riconosce il loro duopolio effettivo, dato che i loro sistemi operativi alimentano circa il 90-100% dei dispositivi mobili nel Regno Unito.
Questa designazione conferisce alla CMA poteri speciali per imporre misure correttive.
Tuttavia, l’approccio scelto è stato quello negoziale.
Come ha scritto la stessa CMA in un post sul blog, questi impegni riflettono la flessibilità del nuovo regime, offrendo “un modo pratico per affrontare le preoccupazioni identificate”.
Cosa promettono (e cosa non promettono) Apple e Google
Gli impegni toccano alcuni nodi storici.
Da parte di Apple, c’è la promessa di maggior equità e trasparenza nei processi di revisione e posizionamento delle app, con l’impegno a non discriminare le applicazioni che competono con i suoi servizi.
Viene anche istituito un canale più chiaro per gli sviluppatori che richiedono l’accesso interoperabile a funzionalità del sistema, come l’NFC per i pagamenti.
Per Google, gli impegni riguardano principalmente la possibilità per gli sviluppatori di utilizzare sistemi di pagamento alternativi nel Play Store e una schermata di scelta del motore di ricerca predefinito sui dispositivi Android nel Regno Unito.
Tuttavia, è ciò che rimane fuori dagli accordi a sollevare le prime perplessità.
Il punto più dolente, e da anni al centro del dibattito, è la commissione fino al 30% che entrambe le piattaforme applicano agli acquisti in-app.
Nonostante la CMA avesse inizialmente indicato queste fee come una preoccupazione chiave, non c’è traccia di una loro riduzione negli impegni annunciati.
In un settore che genera circa l’1,5% del PIL britannico e supporta 400.000 posti di lavoro, questa omissione è significativa.
In pratica, Apple e Google si impegnano a essere più trasparenti su come selezionano le app, ma non modificano il modello economico che molti sviluppatori considerano predatorio.
Ancora più intricata è la questione dei browser su iOS, un fronte su cui la CMA ha a lungo espresso preoccupazione.
L’ente ha chiarito di voler rimuovere la restrizione al motore WebKit, che costringe tutti i browser su iPhone a utilizzare il motore di rendering di Apple, limitando di fatto l’innovazione e la concorrenza.
Tuttavia, l’annuncio di febbraio sembra più una dichiarazione d’intenti che un risultato concreto.
La questione è stata accantonata, con la CMA che ha ammesso di voler “progredire nel lavoro” in relazione ai browser, ma senza una scadenza precisa.
Un approccio che alcuni commentatori hanno già bollato come un passo indietro, notando che l’ente vorrebbe che Apple permettesse browser rivali, ma si tira indietro dall’imporlo.
Il delicato equilibrio tra enforcement e negoziato
La scelta della CMA di accettare impegni volontari non è casuale.
Rispecchia una filosofia regolatoria pragmatica che privilegia la rapidità di intervento e la cooperazione rispetto a battaglie legali lunghe e incerte.
Sarah Cardell, amministratrice delegata della CMA, ha definito questi accordi “importanti primi passi”.
L’ente si riserva il diritto di monitorare l’implementazione e di intervenire con misure vincolanti in futuro se le promesse non saranno mantenute.
Gli impegni annunciati oggi permettono ad Apple di continuare a promuovere importanti innovazioni in materia di privacy e sicurezza per gli utenti e grandi opportunità per gli sviluppatori.
— Portavoce di Apple
C’è anche un calcolo geopolitico.
Con il Regno Unito fuori dall’Unione Europea, la CMA sta cercando di ritagliarsi un ruolo da regolatore digitale agile e influente a livello globale.
Il Digital Markets, Competition and Consumers Act (DMCCA) del 2024 le fornisce gli strumenti.
Accettare impegni negoziati, presentati come frutto di un “dialogo positivo e continuo” con le aziende, permette alla CMA di mostrare risultati tangibili in tempi brevi, evitando al contempo il rischio di essere percepita come un ostacolo all’innovazione.
Un’associazione di settore come la Computer & Communications Industry Association (CCIA) ha subito apprezzato la mossa, sottolineando come gli impegni volontari possano evitare “regole eccessivamente prescrittive”.
Tuttavia, questo approccio basato sulla fiducia ha un costo in termini di forza deterrente.
La storia recente suggerisce che le grandi piattaforme tendono a interpretare le regole nel modo più restrittivo possibile.
Basti guardare all’implementazione del Digital Markets Act (DMA) in Europa.
Nonostante l’obbligo legale, Apple ha reso l’adozione di motori di browser alternativi su iOS un processo così vincolato a criteri tecnici stringenti e richieste di entitlement specifici da scoraggiare de facto molti sviluppatori.
C’è il fondato timore che, senza regole chiare e sanzioni severe in caso di inadempienza, gli impegni sulla trasparenza dell’App Store o sull’interoperabilità possano trasformarsi in esercizi di compliance di facciata, pieni di eccezioni e cavilli.
Un precedente per il futuro della regolazione digitale
La partita vera, quindi, non si gioca solo su questi specifici impegni, ma sul modello che essi rappresentano.
La CMA ha scelto la via del compromesso, ottenendo concessioni limitate in cambio di una pace regolatoria temporanea.
Questo potrebbe essere un modo intelligente per accumulare piccole vittorie e costruire un rapporto con le aziende, per poi spingersi più in profondità in futuro.
Oppure potrebbe rivelarsi un errore strategico che legittima pratiche di regulatory capture, dove i regolatori finiscono per adottare il frame narrativo e le soluzioni tecniche proposte dalle stesse aziende che dovrebbero controllare.
La posta in gioco è alta.
Il settore delle app non è un mercato di nicchia, ma il principale mezzo attraverso cui gli utenti accedono ai contenuti sui loro dispositivi.
Consentire a due società private di dettare le condizioni di accesso a questo mercato, anche con iniezioni di trasparenza, non risolve il problema strutturale del potere di gatekeeper.
La domanda che resta aperta, e che la CMA dovrà affrontare nei prossimi mesi, è se la “flessibilità” del nuovo regime britannico sia uno strumento per smantellare efficacemente i giardini murati digitali, o si trasformi in un permesso per Apple e Google di ridisegnare le mura, semplicemente rendendole un po’ più trasparenti.