Cyrus Shepard testa clone Semrush via API: 35% funzioni, 2.700$/mese in 24 ore
La notizia, se confermata, è un potente segnale per il mercato del software professionale in rapida trasformazione, sollevando interrogativi sulla legalità e sulla facilità di creare concorrenza tramite le API aperte.
Cyrus Shepard, un volto noto nel mondo SEO per il suo passato alla guida del team di Moz e oggi fondatore di ZyppySEO, ha recentemente affermato di aver creato un clone funzionante di Semrush, uno dei tool di marketing più diffusi al mondo, in sole 24 ore. Il progetto, stando alle sue dichiarazioni, replicherebbe circa il 35% delle funzionalità della piattaforma originale, con un costo operativo mensile stimato di 2.700 dollari.
La notizia, se confermata, non è solo un curioso esperimento tecnico, ma un potente segnale per un mercato, quello dei software professionali, che si sta rapidamente trasformando.
Dimostra come le API aperte dalle aziende per favorire l’integrazione possano, in mani esperte, diventare l’arma per costruire rapidamente concorrenza a basso costo.
Ma è davvero così semplice?
E soprattutto, è legale?
La chiave di tutto risiede nell’API di Semrush e nella sua integrazione con piattaforme di automazione come Zapier. Shepard, che ha scritto guide su come automatizzare Semrush attraverso l’integrazione con Zapier, ha evidentemente sfruttato a fondo questi strumenti. L’API di Semrush non è un segreto: è documentata e permette agli sviluppatori di accedere a una vasta gamma di dati, dall’analisi dei backlink al tracking delle parole chiave.
Zapier agisce da moltiplicatore di forza, consentendo di collegare Semrush a oltre 8.000 altre applicazioni per automatizzare flussi di lavoro. Attraverso queste connessioni, è possibile ad esempio integrare i dati di Site Audit con tracker di task come Asana, Monday e Jira, creando automaticamente attività basate sui problemi rilevati.
Shepard, in pratica, non avrebbe dovuto riscrivere da zero i complessi algoritmi di analisi SEO di Semrush. Ha invece costruito un’interfaccia personalizzata che si appoggia all’API dell’azienda, orchestrando le chiamate e presentando i dati in un modo che ricorda da vicino l’esperienza utente della piattaforma madre.
È un approccio intelligente, che aggira la necessità di costruire un motore di analisi proprietario, ma che solleva immediatamente un enorme punto interrogativo sui termini di servizio. Fino a che punto è lecito usare l’API di un servizio per costruire un servizio concorrente?
Il confine sottile tra integrazione e concorrenza
I termini di servizio di Semrush sono chiari su un punto: l’accesso è concesso per “scopi di business interni”. La clausola vende esplicitamente di condividere la propria API Key con terze parti. Inoltre, Semrush si riserva il diritto di sospendere o terminare gli account se più utenti accedono frequentemente allo stesso account da varie località, dispositivi o indirizzi IP, una misura che potrebbe essere attivata se il clone di Shepard iniziasse a servire più clienti.
Costruire un’interfaccia per uso personale potrebbe essere in una zona grigia accettabile; offrire quel servizio ad altri, magari a pagamento, sembra essere una violazione palese.
Shepard, da esperto del settore, lo sa bene.
La sua provocazione sembra quindi mirata a stimolare un dibattito più che a lanciare un prodotto commerciale vero e proprio.
La mossa arriva in un momento cruciale per Semrush. La società, che vanta oltre 10 milioni di utenti e un fatturato vicino ai 400 milioni di dollari, è nel vivo della sua acquisizione da parte di Adobe per 1,9 miliardi di dollari. L’operazione, che dovrebbe chiudersi nella prima metà del 2026, mira a potenziare il portafoglio “Digital Experience” di Adobe con le capacità di ottimizzazione per i motori di ricerca generativi di Semrush.
In questo contesto, la stabilità del modello di business e il controllo sulle sue parti più preziose – i dati e gli algoritmi – sono sotto la lente degli investitori.
Un esperimento come quello di Shepard mette in luce una vulnerabilità potenziale: più un’azienda apre le sue API per farsi integrare e diventare un “hub” indispensabile, più espone se stessa al rischio che qualcuno ne sfrutti le viscere per costruire un’alternativa snella e focalizzata.
D’altra parte, il limite del 35% delle funzionalità citato da Shepard è significativo. Racchiude il paradosso di molte suite software professionali: sono ricchissime di funzioni, ma la maggior parte degli utenti ne utilizza solo una parte. L’integrazione con Zapier, pur espandendo le funzionalità di Semrush connettendolo a migliaia di altre app, si concentra soprattutto sull’automazione di report e task legati al Site Audit.
Un clone “snello” potrebbe quindi soddisfare le esigenze di base di molti marketer, che magari non hanno bisogno della totalità dei 27,8 miliardi di keyword nel database o delle funzionalità più avanzate di analisi competitiva. Shepard avrebbe semplicemente imballato le funzioni più comuni in un pacchetto più semplice e, forse, più economico.
Un futuro di API, cloni e muri da alzare
L’episodio solleva domande fondamentali sul futuro del software B2B. Da un lato, la spinta all’apertura e all’interoperabilità attraverso le API è inarrestabile e benefica per gli utenti finali, che possono creare flussi di lavoro personalizzati. Dall’altro, le aziende che forniscono queste API devono bilanciare l’open innovation con la protezione del proprio core business.
La risposta potrebbe non essere il lockdown totale, ma una stratificazione più sofisticata degli accessi.
Già oggi Semrush offre piani API diversi (Standard e Trends) con costi e limiti variabili. Potremmo assistere a una futura differenziazione tra licenze d’uso per “integrazione” e licenze per “sviluppo di interfacce utente alternative”, con costi radicalmente diversi.
La provocazione di Shepard, in definitiva, è un salutare stress test per l’industria. Dimostra che le barriere all’ingresso nel mercato del software specializzato si stanno abbassando, almeno per quanto riguarda la creazione di interfacce alternative a servizi esistenti.
Il vero valore, però, rimane nei dati proprietari, negli algoritmi complessi e nella potenza di calcolo necessaria per generarli.
Costruire un’interfaccia in 24 ore è impressionante; replicare da zero il database e l’intelligenza di Semrush è un’impresa completamente diversa.
Il futuro potrebbe quindi essere ibrido: giganti dei dati che forniscono il “motore” attraverso API a pagamento molto costose, e un ecosistema di “carrozzerie” leggere e specializzate, come quella ipotizzata da Shepard, che costruiscono esperienze utente su misura per nicchie specifiche.
Il rischio, come ha sottolineato lo stesso Shepard commentando l’acquisizione Adobe, è che tutto questo si traduca in modelli di abbonamento sempre più predatori e costosi per l’utente finale, intrappolato tra il bisogno di dati essenziali e la frustrazione per interfacce sovraccariche.
L’esperimento rimane per ora una dichiarazione d’intenti, un proof of concept che fa riflettere.
Ma ci chiede: in un mondo dove le API sono i nuovi mattoni del digitale, dove finisce il legittimo “building upon” e dove inizia il problematico “building against”?
E, soprattutto, chi trae realmente vantaggio da questa nuova fluidità: l’utente finale, che ottiene più scelta e flessibilità, o le grandi piattaforme, che possono mantenere il monopolio sui dati mentre scaricano su altri il lavoro di interfacciarsi con il cliente?