DeepMind di Google: la Killer App e il Capitalismo Biologico
DeepMind promette una “killer app” che trasformerà la vita: ma la rivoluzione scientifica sarà davvero per tutti o solo per chi può permettersela?
C’è una certa ironia nel vedere Demis Hassabis, il “ragazzo prodigio” degli scacchi diventato signore dell’intelligenza artificiale, annunciare al mondo di essere al lavoro sulla “killer app” definitiva.
In un settore dove ogni settimana qualcuno promette di aver inventato il fuoco digitale, le parole del CEO di Google DeepMind pesano diversamente. Non stiamo parlando di un altro chatbot che vi scrive le mail di scuse al capo o di un generatore di immagini psichedeliche.
Hassabis, fresco di Nobel per la Chimica (vinto nel 2023, ma sembra passata un’era geologica in anni-tech), ha mire ben più alte: la riscrittura delle capacità umane.
Il problema è che quando una delle più grandi aziende di raccolta dati al mondo promette di “trasformare come viviamo e lavoriamo”, il campanello d’allarme della privacy non dovrebbe solo suonare, ma urlare. L’entusiasmo dei mercati è palpabile, ovviamente. Gli investitori adorano l’idea di un monopolio sulla conoscenza scientifica.
Ma per noi comuni mortali, che ci limitiamo a cedere i nostri dati biometrici e comportamentali in cambio di servizi “gratuiti”, la scacchiera si fa improvvisamente scivolosa.
Hassabis non usa mezzi termini per descrivere l’ambizione del progetto, distanziandolo nettamente dai prodotti attuali come Gemini o ChatGPT, considerati poco più che giocattoli in confronto a ciò che bolle in pentola nei laboratori di Londra.
Penso che stiamo lavorando alla killer app. La vera killer app sarà qualcosa che le persone useranno ogni giorno, che trasforma il modo in cui vivono e lavorano.
— Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind
Sembra promettente, quasi utopico.
Ma la domanda che nessuno fa durante le conferenze stampa trionfali è sempre la stessa: qual è il prezzo del biglietto?
E soprattutto, se il prodotto è la “trasformazione della vita”, noi siamo i clienti o siamo, ancora una volta, la materia prima?
La scacchiera invisibile di Big Tech
Per capire dove vuole andare a parare Google, bisogna guardare al passato del suo stratega. Hassabis non è un tipico manager della Silicon Valley che lancia prodotti beta per vedere cosa succede. È un maestro di strategia.
Il percorso del CEO di DeepMind è iniziato come bambino prodigio degli scacchi per arrivare al Nobel, una traiettoria che suggerisce una pianificazione a lungo termine dove ogni mossa è calcolata con anni di anticipo. Quando nel 2016 AlphaGo sconfisse Lee Sedol, il mondo vide una macchina vincere a un gioco da tavolo. Hassabis vide la prova generale per risolvere la biologia.
Oggi, quella visione si sta concretizzando in un modello di business che sposta il baricentro dal “cercare informazioni” al “generare soluzioni scientifiche“.
La “killer app” a cui si allude non servirà a ordinare la pizza, ma probabilmente a progettare farmaci, prevedere strutture proteiche e, in ultima analisi, gestire la salute. È qui che il gioco si fa duro. Se Google diventa l’intermediario principale tra la biologia umana e la cura medica, il livello di dipendenza tecnologica che abbiamo sperimentato finora con gli smartphone sembrerà uno scherzo.
Andy Kessler, editorialista di Bloomberg, ha colto perfettamente la magnitudo dell’ambizione, ma forse con un eccesso di ottimismo tecnocratico che merita di essere raffreddato.
La visione di Hassabis potrebbe rendere l’IA onnipresente quanto lo smartphone.
— Andy Kessler, Opinionista presso Bloomberg Opinion
Se l’IA diventa onnipresente come lo smartphone, significa che diventa anche inevitabile.
E l’inevitabilità è la nemica giurata del consenso informato, pilastro fondamentale del GDPR. Come si può “acconsentire liberamente” al trattamento dei propri dati sanitari se l’unica alternativa per accedere a cure avanzate è passare attraverso l’algoritmo di Mountain View?
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante che riguarda la proprietà intellettuale della natura stessa.
Quando il corpo umano diventa un dataset
Mentre noi ci preoccupiamo di disattivare i cookie sui siti web, DeepMind e la sua costola commerciale, Isomorphic Labs, stanno mappando i mattoni fondamentali della vita. AlphaFold ha già predetto la struttura di quasi tutte le proteine note alla scienza.
Un risultato accademico straordinario, certo, ma cosa succede quando questo diventa un prodotto commerciale?
Demis Hassabis sta lavorando a quella che definisce la prossima killer app dell’IA, e tutto suggerisce che questa applicazione sarà il ponte definitivo tra i dati biologici e i profitti farmaceutici.
Immaginate uno scenario in cui la scoperta di nuovi farmaci non è più appannaggio della ricerca pubblica o di laboratori indipendenti, ma è centralizzata nei server di una singola azienda tecnologica.
I conflitti di interesse sono lampanti. Google, che guadagna profiliando gli utenti per vendere pubblicità, potrebbe trovarsi nella posizione di profilare gli utenti per vendere cure? O peggio, per determinare i premi assicurativi basandosi su predizioni di rischio sanitario generate dalla sua stessa IA?
Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) in Europa considera i dati genetici e relativi alla salute come “categorie particolari”, soggette a tutele rafforzate. Tuttavia, le Big Tech hanno dimostrato una capacità quasi artistica nell’aggirare queste norme, spesso nascondendosi dietro il paravento della “ricerca scientifica” o dell’anonimizzazione dei dati.
Un concetto che, nell’era dell’IA avanzata capace di re-identificare i soggetti incrociando dataset diversi, è diventato poco più che una favola della buonanotte.
La vera partita non è tecnologica, è economica. E chi detiene il tabellone di gioco vince sempre.
Il monopolio della scoperta
L’errore che commettiamo spesso è pensare a queste innovazioni come a strumenti neutri. Non lo sono. Sono asset proprietari.
La fondazione di DeepMind e la successiva acquisizione da parte di Google hanno posto le basi per questa supremazia, trasformando un laboratorio di ricerca in una macchina da guerra commerciale. Se la “killer app” di Hassabis manterrà le promesse, potremmo assistere alla più grande privatizzazione della conoscenza scientifica della storia.
Non si tratta più solo di sorveglianza capitalista, dove il prodotto siamo noi.
Si sta scivolando verso un capitalismo biologico, dove il prodotto è la nostra stessa struttura molecolare. Se l’IA diventa l’unico strumento capace di “sbloccare” nuove scoperte, Google si posiziona come il guardiano del cancello.
Vuoi sviluppare un nuovo farmaco? Devi passare da noi.
Vuoi sapere come si ripiega questa proteina? Paga la licenza.
Hassabis insiste che l’obiettivo è “ridefinire le capacità umane”.
Non si tratta solo di una ricerca migliore o di chatbot. Puntiamo a qualcosa che ridefinisca le capacità umane.
— Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind
È una frase che suona eroica solo se si ignora chi stacca gli assegni. La ridefinizione delle capacità umane, se gestita da una società quotata in borsa, tenderà inevitabilmente a privilegiare le capacità di chi può permetterselo.
L’innovazione tecnologica, priva di una regolamentazione ferrea che ne garantisca l’accesso democratico e la trasparenza algoritmica, rischia di creare un divario non più solo digitale, ma biologico.
Siamo pronti ad affidare le chiavi della nostra salute e della nostra evoluzione scientifica alla stessa azienda che non riesce nemmeno a eliminare lo spam dalla nostra casella di posta, ma che è bravissima a monetizzarlo?