Epic Games contro Google: la battaglia antitrust continua, interviene l’ftc
La battaglia tra Epic Games e Google si riapre con l’intervento dell’FTC, che mette in discussione gli accordi presi e il futuro dell’ecosistema Android
Sembrava che la partita fosse finita, che il fischio finale fosse stato soffiato nel 2024 con quella sentenza storica che obbligava Google ad aprire le porte della sua fortezza digitale. E invece, eccoci qui, nel gennaio 2026, a osservare i tempi supplementari di una sfida che sta ridefinendo il concetto stesso di “smartphone”.
La notizia che scuote la Silicon Valley in queste ore non riguarda un nuovo gadget o un aggiornamento di Android, ma un intervento a gamba tesa della Federal Trade Commission (FTC) degli Stati Uniti. L’ente regolatore ha deciso di non restare a guardare mentre i due giganti, Epic Games e Google, tentano di ridisegnare i confini del campo da gioco a porte chiuse.
La situazione è paradossale: abbiamo un vincitore (Epic), un vinto (Google) e un arbitro (il giudice Donato) che ha già dettato le regole per i prossimi anni. Eppure, le parti stanno discutendo una modifica dell’ingiunzione, una sorta di accordo che potrebbe ammorbidire le sanzioni imposte a Mountain View. È qui che l’antitrust americano ha alzato la mano, segnalando che un patteggiamento privato potrebbe tradire lo spirito della sentenza originale, pensata non per arricchire un singolo sviluppatore di videogiochi, ma per liberare l’intero ecosistema Android.
Questo braccio di ferro legale non è solo una questione di avvocati e clausole scritte in piccolo. Per noi utenti, significa decidere se il telefono che abbiamo in tasca è davvero nostro o se resta un terminale controllato da remoto. Se l’FTC riuscisse a bloccare questo tentativo di “annacquamento” dell’ingiunzione, potremmo assistere a un’accelerazione di quella rivoluzione che ci prometteva store alternativi sicuri e pagamenti in-app senza la tassa invisibile del 30%.
Ma Google, prevedibilmente, non ha intenzione di cedere le chiavi del regno senza combattere fino all’ultimo respiro legale.
Il compromesso che non convince nessuno
Per capire la gravità del momento, bisogna guardare oltre i titoli sensazionalistici. L’ingiunzione emessa dal giudice James Donato nell’ottobre 2024 era chiara: Google deve permettere agli sviluppatori di distribuire app fuori dal Play Store senza ostacoli tecnici e deve consentire metodi di pagamento alternativi. Tuttavia, le recenti trattative tra Epic e Google per modificare questi termini hanno fatto scattare l’allarme a Washington.
L’FTC teme che trasformare un obbligo giudiziario pubblico in un accordo privato possa permettere a Google di mantenere, di fatto, il suo monopolio, magari concedendo uno sconto a Epic ma lasciando tutti gli altri piccoli sviluppatori al punto di partenza.
L’ente regolatore ha deciso di intervenire direttamente, sottolineando come le modifiche proposte rischierebbero di vanificare anni di battaglie antitrust. In un documento depositato recentemente, l’agenzia governativa ha espresso serie preoccupazioni riguardo alle modifiche proposte all’ingiunzione, suggerendo che tali cambiamenti potrebbero non servire l’interesse pubblico.
La logica è stringente: se Google può “comprare” la pace con Epic, chi proteggerà la concorrenza futura?
Non è un dettaglio da poco. Se l’accordo passasse senza scrutinio, torneremmo a un sistema dove le commissioni scendono (magari dal 30% a un ipotetico 9-20%), ma il controllo strutturale dell’ecosistema rimarrebbe saldo nelle mani di Big G. E questo scenario, per un entusiasta di tecnologia che sogna un mercato aperto e vibrante, è un passo indietro preoccupante.
La domanda che aleggia nelle aule di tribunale è se la giustizia debba accontentare le parti in causa o riformare il mercato per il bene collettivo.
Tre anni per cambiare tutto
Al centro della disputa c’è la durata e l’intensità delle “cure” prescritte al Play Store. L’ingiunzione originale prevedeva una finestra di tre anni – dal 1° novembre 2024 al 1° novembre 2027 – durante la quale Google non avrebbe potuto imporre l’esclusiva del suo sistema di fatturazione né impedire la nascita di store rivali. Siamo quasi a metà del guado e i risultati sono ancora timidi, frenati dai continui ricorsi. La Corte d’Appello del Nono Circuito, tuttavia, è stata ferma nel ribadire che il verdetto della giuria non era un suggerimento, ma una constatazione di illegalità.
Nel respingere i tentativi di Google di annullare tutto, i giudici d’appello hanno confermato che il tribunale distrettuale aveva l’autorità necessaria per imporre cambiamenti strutturali.
Il collegio ha ritenuto che il tribunale distrettuale avesse ampia discrezionalità nell’elaborare l’ingiunzione antitrust.
— Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito
Questa affermazione è cruciale perché smonta la difesa classica di Google, secondo cui aprire Android metterebbe a rischio la sicurezza degli utenti. La Corte ha sostanzialmente detto che è possibile avere sicurezza e concorrenza, e che il monopolio non è il prezzo da pagare per evitare i malware. La Corte d’Appello del Nono Circuito ha confermato la validità dell’ingiunzione basata sul verdetto della giuria, blindando di fatto la necessità di una riforma.
Il problema è che tre anni passano in fretta. Se Google riesce a rallentare l’implementazione pratica di queste misure attraverso mozioni e accordi laterali, arriveremo al 2027 con un nulla di fatto.
È una strategia di logoramento: vincere perdendo tempo.
Per noi utenti, questo significa che il sogno di scaricare un “Amazon App Store” o un “Epic Games Store” direttamente dal browser, installarlo con un click e trovare prezzi più bassi grazie alla concorrenza, rimane ancora parzialmente bloccato dietro avvisi di sicurezza spaventosi e menu di impostazioni labirintici.
La mossa della disperazione
Nonostante le sconfitte in appello e la pressione dell’FTC, Google ha ancora una carta da giocare: la Corte Suprema. È l’ultimo livello del videogioco giudiziario.
L’azienda di Mountain View sta cercando di ottenere una sospensione d’emergenza che congelerebbe tutto in attesa di un esame più approfondito. La loro tesi è che le modifiche richieste siano troppo onerose e tecnicamente rischiose per essere implementate “in corsa”.
Epic Games, dal canto suo, vede questa mossa come un tentativo disperato di aggrapparsi allo status quo. Nella loro opposizione legale, gli avvocati di Epic hanno evidenziato come Google stia cercando di guadagnare tempo prezioso, chiedendo di fermare parti cruciali dell’ingiunzione proprio mentre il mercato sta iniziando ad abituarsi all’idea di alternative reali.
Google ha ora presentato una richiesta d’emergenza, chiedendo a questa Corte di sospendere tre disposizioni dell’ingiunzione in attesa della decisione di questa Corte su una petizione per certiorari che Google intende presentare alla fine di questo mese.
— Epic Games, Inc., Attrice
La battaglia è feroce perché la posta in gioco è il modello di business dei prossimi dieci anni. Google ha presentato una richiesta d’emergenza alla Corte Suprema per sospendere l’esecuzione delle parti chiave della sentenza. Se la Corte Suprema dovesse concedere questa sospensione, l’effetto “domino” si fermerebbe all’istante, lasciando noi consumatori in un limbo dove l’innovazione è ostaggio della burocrazia legale.
Siamo di fronte a un bivio tecnologico. Da una parte c’è la visione di un “giardino recintato” curato ma costoso, dove un solo giardiniere decide cosa fiorisce; dall’altra, un ecosistema aperto, forse più caotico, ma vibrante di concorrenza e prezzi più bassi. L’intervento dell’FTC di questi giorni ci ricorda che la tecnologia non è neutrale: è plasmata dalle leggi tanto quanto dal codice.
Resta da chiedersi: siamo pronti a gestire la libertà sui nostri dispositivi, o preferiamo la comoda, costosa sicurezza di un monopolio dorato?