Estinzione seo: le ai overviews di Google ci stanno sostituendo?
Nel 2026, le “AI Overviews” di Google minacciano di sostituire i siti web come fonte primaria di informazione, spingendo i creatori di contenuti a ottimizzare le proprie strategie SEO per non scomparire.
Siamo nel 2026 e, se avete provato a cercare qualcosa su Google negli ultimi mesi, avrete notato che il concetto di “navigare” sul web sta diventando un reperto archeologico, un po’ come i modem 56k o la privacy online.
La pagina dei risultati di ricerca, quella che un tempo era un elenco democratico di link blu, si è trasformata in un muro invalicabile di testo generato automaticamente.
Le chiamano AI Overviews, panoramiche guidate dall’intelligenza artificiale, ma per chi produce contenuti – dai giornali indipendenti ai blog specializzati – hanno un altro nome: estinzione.
Eppure, c’è un’intera industria che cerca di convincerci che tutto questo sia un’opportunità.
Nelle ultime settimane, il mondo della SEO (l’ottimizzazione per i motori di ricerca) è in fermento per un nuovo “studio rivelatore” che spiegherebbe come farsi baciare dalla fortuna algoritmica di Mountain View.
La tesi, presentata con l’entusiasmo tipico di chi vende picconi durante la corsa all’oro, è che per sopravvivere non basta più rispondere a una domanda.
Bisogna rispondere a tutte.
Ma analizzando a fondo i dati, emerge una realtà molto meno rassicurante: stiamo lavorando gratis per addestrare la macchina che ci sostituirà.
La nuova parola d’ordine è “fan-out queries”, ovvero query a ventaglio.
In sostanza, si tratta di coprire ogni possibile sfumatura semantica di un argomento per sperare di essere citati come fonte nella risposta dell’AI.
Ma chi ci guadagna davvero da questo sforzo titanico di produzione di contenuti?
Spoiler: non siete voi.
La trappola delle “query a ventaglio”
Lo studio che sta facendo discutere arriva da Surfer SEO e dal consulente Cyrus Shepard.
L’idea di base è affascinante nella sua perversità tecnica: non esiste un algoritmo magico separato per l’AI, ma un sistema che premia l’onniscenza.
Se il vostro sito non si limita a spiegare “come fare la pasta alla carbonara”, ma copre anche “quale guanciale usare”, “storia del pecorino”, “temperature di coagulazione dell’uovo” e “errori comuni nella mantecatura”, allora – e solo allora – l’AI di Google potrebbe degnarvi di uno sguardo.
Cyrus Shepard, analizzando milioni di parole chiave, ha evidenziato come uno studio condotto da Surfer SEO suggerisca una correlazione tra la copertura di query correlate e la visibilità nelle risposte AI.
In pratica, più il vostro contenuto è vasto e ramificato, più è probabile che venga “aspirato” nel riassunto generato da Google.
In questo momento non abbiamo prove che Google stia utilizzando uno speciale sistema di ranking per le AI Overview; quello che stiamo vedendo nella ricerca di Surfer SEO è che le pagine già forti su molte query correlate tendono a essere quelle mostrate dal livello AI.
— Cyrus Shepard, Stratega SEO e fondatore di Zyppy SEO
Sembra un consiglio tecnico innocuo, vero?
“Scrivete contenuti migliori e più completi”.
Ma facciamo un passo indietro e guardiamo la scena dall’alto.
Google sta chiedendo ai creatori di contenuti di strutturare le informazioni esattamente come serve al suo modello linguistico.
Non stiamo più scrivendo per gli utenti umani, che magari vorrebbero una risposta rapida e diretta.
Stiamo scrivendo per nutrire un grafo semantico.
Stiamo impacchettando i dati affinché l’AI possa digerirli meglio e servirli direttamente nella pagina di ricerca, rendendo di fatto inutile il clic verso il nostro sito.
È un paradosso degno di Orwell: lavoriamo il doppio per renderci obsoleti più in fretta.
E qui casca l’asino, o meglio, crolla il modello di business del web aperto.
Se fornisco a Google tutte le risposte correlate (le fan-out queries), l’utente non avrà alcun motivo di approfondire altrove.
Google diventa l’editore finale, il curatore unico della verità, mentre i siti originali vengono relegati al ruolo di fornitori di materia prima non retribuita.
Il miraggio della visibilità artificiale
La promessa implicita di Big Tech è sempre la stessa: “Fidatevi di noi, vi manderemo traffico più qualificato”.
È la stessa favola che ci raccontavano quando introdussero gli snippet in primo piano anni fa.
La realtà dei dati, tuttavia, dipinge uno scenario molto diverso e decisamente più cupo per chi vive di pubblicità o abbonamenti.
Mentre Google sbandiera un aumento del CTR (tasso di clic) per i pochi fortunati che finiscono dentro le card dell’AI Overview, omette di dire che il volume totale delle ricerche che escono dalla sua piattaforma sta crollando.
Alcune analisi indipendenti sono agghiaccianti: le stime indicano un calo dei clic organici tra il 18% e il 64% per le query informative.
Significa che per ogni dieci persone che cercavano informazioni, fino a sei potrebbero non lasciare mai Google.
Quindi il risvolto pratico dell’analisi di Surfer SEO è: se vuoi maggiore visibilità nell’AI Overview, devi aumentare la copertura delle domande correlate e dei sotto-argomenti — quelle query a ventaglio — attorno a ogni argomento principale che tratti.
— Cyrus Shepard, Stratega SEO e fondatore di Zyppy SEO
Questa strategia di “ottimizzazione” nasconde un rischio enorme per la privacy e la concorrenza.
Quando l’utente rimane all’interno dell’ecosistema Google per soddisfare la sua curiosità (le cosiddette ricerche zero-click), Google raccoglie il 100% dei dati comportamentali.
Non c’è dispersione.
Sanno cosa avete cercato, quanto tempo avete letto la risposta generata, su cosa avete esitato.
Il sito web originale, quello che ha prodotto l’informazione, non riceve nemmeno il “ping” della visita.
È la centralizzazione definitiva del dato.
In un’ottica GDPR, questo solleva interrogativi che i regolatori europei sembrano ignorare colpevolmente.
Se l’informazione viene estratta e ricontestualizzata dall’AI, l’utente perde il contesto della fonte originale.
Chi si assume la responsabilità se l’AI “allucina” una risposta medica o legale basandosi su un mix di fonti diverse?
E soprattutto, se il modello di business dei creatori di contenuti crolla perché nessuno clicca più, chi rimarrà a produrre le informazioni verificate che l’AI dovrà saccheggiare domani?
L’algoritmo opaco e il controllo totale
C’è poi l’aspetto tecnico, che è volutamente nebuloso.
Gli esperti ci dicono che c’è una “correlazione”, non una causalità provata.
Google, nel suo stile classico, non conferma né smentisce, lasciando che milioni di aziende investano budget in tentativi alla cieca.
È il gioco del gatto col topo, dove il topo deve indovinare le regole mentre corre nel labirinto.
Studi recenti dimostrano che l’inclusione nelle risposte AI è estremamente volatile.
Le AI Overviews possono includere URL che non compaiono nei primi risultati organici classici, creando una lotteria in cui la visibilità viene concessa o revocata secondo logiche che sfuggono al controllo editoriale.
Un giorno sei la fonte autorevole citata dall’oracolo digitale, il giorno dopo sei sparito perché l’algoritmo ha deciso che la tua copertura delle “query a ventaglio” non è abbastanza profonda.
Questa instabilità non è un bug, è una caratteristica del sistema.
Mantiene i publisher in uno stato di costante ansia performativa, costringendoli a produrre sempre di più, sempre più velocemente, sempre più in formato “machine-readable”.
E mentre noi ci affanniamo a capire come compiacere la macchina, Google consolida la sua posizione di intermediario assoluto tra la domanda e la risposta, monetizzando ogni singolo pixel dello schermo senza dover condividere i ricavi con chi ha effettivamente fatto il lavoro di ricerca e scrittura.
La domanda che dovremmo porci, al di là delle tecniche SEO e delle metriche di vanità, è politica ed economica: vogliamo davvero un web dove l’unico modo per essere visti è diventare carburante per il motore che ci sta investendo?
L’ottimizzazione per le fan-out queries potrebbe essere tecnicamente corretta, ma strategicamente somiglia molto a scavarsi la fossa da soli, sorridendo mentre si paga per la pala.