Jim Cramer: la bolla dei data center è scoppiata, Google vince l'AI con spese aggressive

Jim Cramer: la bolla dei data center è scoppiata, Google vince l’AI con spese aggressive

C’è qualcosa di profondamente inquietante quando Jim Cramer, l’istrionico conduttore di Mad Money sulla CNBC, smette di urlare per un attimo e inizia a fare i conti con freddezza chirurgica.

Secondo l’analista americano, la “bolla” dei data center di cui tanto si è parlato nel 2025 è effettivamente scoppiata un paio di mesi fa.

Ma non per tutti.

Mentre il resto del mercato tecnologico cerca di capire come giustificare spese folli per infrastrutture che forse non userà mai appieno, Google ne è uscita non solo indenne, ma vincitrice assoluta.

La tesi di Cramer è semplice quanto brutale: Google ha vinto perché ha speso più di chiunque altro, in modo così aggressivo da rendere impossibile la competizione.

Ma se guardiamo oltre i grafici azionari e i festeggiamenti di Wall Street, quello che emerge è un quadro molto meno rassicurante per la privacy degli utenti e per la salute del libero mercato digitale.

Non stiamo assistendo al trionfo dell’innovazione, ma alla vittoria del portafoglio più gonfio.

Il costo esorbitante del “vincere”

Per capire la dimensione della scommessa di Mountain View, bisogna guardare i numeri che hanno fatto tremare – e poi esultare – gli investitori.

Le previsioni di Wall Street per le spese in conto capitale (CapEx) di Alphabet si aggiravano intorno ai 115 miliardi di dollari.

Una cifra già di per sé mostruosa, superiore al PIL di molti paesi.

Ma Google ha deciso di alzare la posta, portando la previsione di spesa tra i 175 e i 185 miliardi di dollari.

Perché spendere quasi il doppio di quanto il mercato si aspetta?

Perché, come sottolinea Cramer, Google sta applicando all’Intelligenza Artificiale la stessa strategia predatoria usata per il dominio della ricerca online: costruire un fossato così largo e profondo, fatto di server, cavi e potenza di calcolo, che nessuno possa attraversarlo.

Google ha speso abbastanza per tenere i concorrenti fuori dalla categoria della ricerca. Le è stato permesso di staccare un assegno ad Apple per renderlo il motore di ricerca predefinito. Questo è costato loro 20 miliardi di dollari all’anno, e sono soldi ben spesi ora che il contratto è stato benedetto da un giudice federale che deve aver perso la testa.

— Jim Cramer, Conduttore di “Mad Money”

Questa spesa non è “infrastruttura” nel senso nobile del termine.

È un’arma.

Mentre Alphabet proietta spese in conto capitale fino a 185 miliardi di dollari per consolidare la sua posizione, il messaggio implicito è che l’efficienza tecnologica conta meno della capacità di saturare lo spazio fisico e digitale.

E qui sorge il primo grande problema di privacy: questi data center non sono scatole vuote. Sono i forzieri dove verranno processati, analizzati e monetizzati i dati di miliardi di persone, in un ecosistema sempre più chiuso e centralizzato.

Ma la vera minaccia non è solo nella quantità di server posseduti, bensì in come Google intende riempire quei server di utenti, volenti o nolenti.

Gemini e l’illusione della scelta

Il dato che Cramer sventola come una bandiera è il numero di utenti medi mensili di Gemini, la piattaforma AI di Google: 750 milioni.

È una cifra impressionante, che posiziona Gemini come leader nel mercato consumer.

Ma come ci è arrivata Google?

Non necessariamente offrendo il prodotto migliore, ma sfruttando la sua onnipresenza.

La strategia è chiara: integrare l’AI in ogni fessura dell’ecosistema Google (Android, Workspace, Search) rendendo l’utilizzo di Gemini non una scelta consapevole, ma un automatismo.

E se questo non bastasse, c’è sempre il vecchio metodo del “paga per esserci”. Cramer prevede che Google replicherà l’accordo controverso con Apple anche per l’intelligenza artificiale.

Ora mi aspetto che Google paghi anche Apple per rendere Gemini il loro chatbot AI predefinito. Ooh, a quel giudice piacerà ancora di più. A quel punto, anche OpenAI che gioca con… i soldi degli altri potrebbe non essere in grado di competere… Alphabet è l’unica che sembra vincere.

— Jim Cramer, Conduttore di “Mad Money”

Se questa previsione si avverasse, ci troveremmo di fronte a un incubo per la privacy e l’antitrust.

Immaginate uno scenario in cui l’utente iPhone, convinto di trovarsi in un “giardino recintato” attento alla privacy, si ritrova i propri dati processati di default dai modelli di Google.

Nonostante le normative come il GDPR in Europa cerchino di imporre trasparenza e consenso, la realtà tecnica è che un’integrazione nativa “default” scavalca spesso la pigrizia cognitiva dell’utente medio.

Se Google paga per essere l’AI di default su due miliardi di dispositivi Apple, la concorrenza cessa di esistere non per meriti tecnologici, ma per barriere all’ingresso finanziarie.

OpenAI, Anthropic o le alternative open source non possono competere con un assegno da 20 miliardi di dollari l’anno.

E quando la concorrenza muore, la privacy è solitamente la prima vittima collaterale, perché il monopolista non ha più incentivi a proteggere i dati degli utenti per differenziarsi.

Tuttavia, c’è un aspetto ancora più cinico in questa analisi: la percezione che il mercato abbia già deciso il vincitore, rendendo futile ogni resistenza.

Quando la bolla scoppia in testa agli altri

L’analisi di Cramer suggerisce che la “bolla” dei data center sia scoppiata per tutti tranne che per Google.

Questo significa che mentre le altre Big Tech (Amazon, Microsoft, Meta) devono iniziare a rendere conto agli azionisti di spese “guidate dall’ego” e dalla paura di rimanere indietro, Google ha raggiunto una “velocità di fuga” tale da non dover più giustificare nulla.

Cramer nota come il mercato abbia punito i titoli legati all’AI non perché la domanda sia calata, ma perché le spese sono andate fuori controllo.

Eppure, Google ha speso abbastanza per sconfiggere Bing e tutti gli altri sfidanti, dimostrando che in un mercato deregolamentato, il capitale vince sulla prudenza.

La preoccupazione per noi cittadini europei, protetti (o almeno così ci piace credere) dal GDPR e dall’AI Act, è che queste dinamiche di mercato statunitensi creino fatti compiuti impossibili da smantellare.

Se l’infrastruttura fisica dell’AI globale diventa proprietà esclusiva di un’unica entità che ha “vinto” la gara di spesa, le nostre leggi sulla sovranità dei dati rischiano di diventare esercizi teorici.

Inoltre, c’è l’ironia amara della “benedizione” giudiziaria citata da Cramer.

Se i tribunali americani considerano legittimo pagare miliardi per mantenere un monopolio di fatto, stiamo entrando in un’era in cui l’innovazione è sostituita dalla rendita di posizione.

Google non sta vincendo perché Gemini è più intelligente; sta vincendo perché può permettersi di comprare tutto l’ossigeno nella stanza.

Viene da chiedersi se, alla fine di questa corsa agli armamenti digitali, rimarrà spazio per qualcosa che non sia un prodotto Google.

Se la previsione di Cramer è corretta, e il giudice che ha “perso la testa” continuerà a validare queste pratiche, il futuro dell’AI non sarà deciso dalla qualità degli algoritmi, ma dalla profondità delle tasche di Mountain View.

E in questo scenario, l’unico vero “prodotto” in vendita, come sempre, saremo noi.

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