Alphabet raccoglie 15 miliardi per l’AI: la corsa agli investimenti raddoppia
Il prestito serve a finanziare una scommessa da 185 miliardi di dollari sull’AI, una corsa contro il tempo e i limiti fisici del pianeta.
Google ha appena dato il via a una delle più grandi operazioni finanziarie della sua storia, e il motivo è scritto a caratteri cubitali: l’intelligenza artificiale. Oggi, 9 febbraio 2026, Alphabet, la società madre, ha avviato un’emissione obbligazionaria in sette tranche per raccogliere circa 15 miliardi di dollari sul mercato statunitense.
Non è un prestito qualsiasi.
È il carburante per un motore che deve bruciare fino a 185 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture AI solo quest’anno, il doppio di quanto speso nel 2025. Mentre l’amministratore delegato Sundar Pichai parla di “un trimestre straordinario” e di “grande slancio”, i cassieri di Mountain View aprono i rubinetti del debito.
Ma perché un colosso con oltre 126 miliardi di dollari in liquidità ha bisogno di chiedere soldi in prestito?
La risposta è una corsa contro il tempo, contro i concorrenti e contro i limiti fisici del pianeta.
La scommessa da 185 miliardi: raddoppiare la potenza ogni sei mesi
La cifra annunciata da Alphabet per il 2026 fa sobbalzare: un investimento in capitale (capex) tra i 175 e i 185 miliardi di dollari. Per metterla in prospettiva, è più del PIL annuo di paesi come l’Ungheria o il Kuwait. La “stragrande maggioranza” di questi fondi, come precisato dall’azienda, sarà destinata all’infrastruttura tecnica: server, data center e reti.
In particolare, circa il 60% del capex sarà assorbito dai server, molti dei quali equipaggiati con chip specializzati per l’AI come i Tensor Processing Unit (TPU) di Google e le GPU di Nvidia. L’obiettivo dichiarato è duplicare la capacità di calcolo dedicata all’AI ogni sei mesi, un ritmo frenetico dettato dalla domanda.
Per soddisfare la domanda dei clienti e sfruttare le crescenti opportunità che abbiamo davanti, i nostri investimenti in capitale per il 2026 sono previsti nell’intervallo tra 175 e 185 miliardi di dollari.
— Sundar Pichai, CEO di Alphabet e Google
La pressione non viene solo dall’interno. Google Cloud, il cavallo di battaglia nella guerra del cloud computing, ha visto i ricavi crescere del 48% nell’ultimo trimestre del 2025, raggiungendo 17,7 miliardi di dollari. Ma questa crescita rischia di essere strozzata da un collo di bottiglia: la semplice mancanza di capacità.
Come ha ammesso lo stesso Pichai, la domanda principale che lo tiene sveglio la notte è “sicuramente legata alla capacità”.
Non si tratta solo di soldi, ma di vincoli concreti: l’approvvigionamento energetico, la disponibilità di terreni e le catene di fornitura. L’emissione obbligazionaria serve proprio a finanziare questa corsa contro i limiti fisici, per costruire nuovi data center da Texas a Thailandia e acquistare chip prima che lo facciano Amazon, Microsoft o Meta.
Il debito come arma: la nuova normalità del Big Tech
Google non è sola in questa marcia a tappe forzate. Quella che stiamo vedendo è la finanziarizzazione della corsa all’AI. Meta ha emesso bond per 25 miliardi di dollari a fine 2025, Amazon per quasi 15 miliardi. Insieme, si stima che i giganti del tech possano investire circa 650 miliardi in AI solo nel 2026.
Ma c’è un paradosso evidente: queste sono tra le aziende più ricche al mondo, con casse piene e profitti stellari. Perché ricorrere al debito?
La risposta degli analisti è razionale: i tassi di interesse, seppur aumentati, sono ancora storicamente favorevoli per emittenti solidi come Alphabet. Prendere in prestito denaro oggi permette di preservare la liquidità per operazioni strategiche o di fronteggiare eventuali turbolenze future. Inoltre, come spiegato nel prospetto, i proventi dell’emissione saranno utilizzati per “scopi societari generali”, una formula che include il rimborso di debiti preesistenti e, soprattutto, il finanziamento della strategia AI.
È una mossa per ottimizzare la struttura finanziaria mentre si spinge l’acceleratore al massimo.
Tuttavia, questo ricorso massiccio al mercato del debito solleva un interrogativo: cosa succede se la promessa di profitti dall’AI non si materializza come previsto? Alcuni analisti iniziano a parlare di echi della bolla delle dot-com, quando gli investimenti faraonici in fibra ottica superarono di gran lunga la domanda reale.
Il conto ambientale e sociale della febbre dell’ai
C’è un altro lato della medaglia, spesso meno discusso nei comunicati stampa: l’impronta fisica di questa rivoluzione digitale. I data center non sono entità astratte nel cloud. Sono edifici enormi che consumano quantità industriali di energia e acqua. Un rapporto del MIT stima che un singolo data center da 100 MW possa consumare fino a 2 milioni di litri d’acqua al giorno, abbastanza per il fabbisogno di 60.000 persone. Google, da parte sua, ha consumato circa 5,6 miliardi di galloni d’acqua per il raffreddamento dei suoi data center nel 2023, con un aumento del 24% rispetto all’anno precedente.
L’impatto sulle comunità locali è ambivalente. Da un lato, la costruzione di un data center crea migliaia di posti di lavoro temporanei. Dall’altro, i posti di lavoro permanenti sono spesso nell’ordine delle decine, non delle centinaia. I benefici fiscali possono essere sostanziosi per le contee, ma gli incentivi concessi agli operatori sono spesso molto costosi per le casse pubbliche.
La domanda che si pongono molti sindaci è: stiamo barattando risorse preziose, come l’acqua e l’energia della nostra comunità, per benefici economici che potrebbero rivelarsi effimeri?
Stiamo investendo nella capacità di calcolo per l’AI per supportare lo sviluppo di modelli all’avanguardia da parte di Google DeepMind, per migliorare l’esperienza utente e per soddisfare la significativa domanda dei clienti del cloud.
— Anat Ashkenazi, CFO di Alphabet
La sfida per Google e per l’intero settore è quindi duplice. Da una parte, dimostrare che questi investimenti colossali genereranno ritorni altrettanto colossali, trasformando l’AI da costo esorbitante a motore di profitto duraturo. Dall’altra, gestire l’enorme impronta ecologica e sociale di questa espansione, adottando design più efficienti e cercando fonti energetiche sostenibili.
Il rischio è che la corsa all’AI, alimentata da fiumi di denaro preso a prestito, replichi gli eccessi del passato, lasciando dietro di sé non solo debiti finanziari, ma anche un pesante debito ambientale.
Mentre gli investitori sottoscrivono i bond da 15 miliardi, la vera scommessa per Google non è solo su quale chip sia più veloce, ma su come costruire un futuro dell’intelligenza artificiale che sia sostenibile, sia per i bilanci che per il pianeta.