Google perse cento miliardi per una risposta sbagliata.
Google perse 100 miliardi di capitalizzazione dopo che Bard diede una risposta sbagliata durante una demo pubblica nel febbraio 2023, rivelando i rischi della fretta nell'intelligenza artificiale.
L’errore è avvenuto durante una demo pubblica del chatbot, causando un crollo in borsa e critiche interne.
Era il 8 febbraio 2023 e Google stava cercando di convincere il mondo di avere la risposta a ChatGPT. Invece, durante una demo pubblica del suo nuovo chatbot Bard, il sistema fornì una risposta sbagliata su cosa avesse fotografato per la prima volta il telescopio spaziale James Webb. Bastò quello. Nel giro di poche ore, stando a il crollo in borsa di Alphabet dopo Bard, la società madre di Google aveva bruciato 100 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. Cento miliardi. Per una risposta sbagliata in una presentazione. Se mai ci fosse stata una metafora perfetta dei rischi della fretta nell’intelligenza artificiale, questa era quella.
L’errore costoso
Le conseguenze non si limitarono alle sale trading di Wall Street. All’interno di Google, la frustrazione esplose sui canali interni. Su Memegen — la piattaforma interna di meme aziendali, usata dai dipendenti per esprimere opinioni in modo satirico — circolò un messaggio diretto e senza mezzi termini: “Dear Sundar, the Bard launch and the layoffs were rushed, botched, and myopic”, accompagnato da una foto seria del CEO Sundar Pichai. Stando a le critiche interne dei dipendenti Google riportate da CNBC, non si trattava di un caso isolato: il lancio di Bard veniva percepito come un errore di gestione che aveva esposto l’azienda a una figura pubblica imbarazzante.
Già nella stessa settimana, le azioni di Alphabet erano scese di oltre il 9%. Non era solo la risposta sbagliata in sé a spaventare gli investitori — era quello che quella risposta sbagliata comunicava: che Google, il colosso che ha praticamente inventato la ricerca online e investito per anni nell’intelligenza artificiale, si era fatta sorprendere da un concorrente e aveva reagito in modo disordinato. La domanda che aleggiava su tutta la Silicon Valley era la stessa che si facevano i dipendenti: come si è arrivati a questo punto?
La pressione competitiva
Per capire cosa è andato storto, bisogna tornare a dicembre 2022. Quando OpenAI lanciò ChatGPT, Google scattò sull’attenti e dichiarò un cosiddetto “codice rosso” interno — un’allerta che in azienda significa: tutto il resto passa in secondo piano, questo è il problema da risolvere adesso. Stando alla ricostruzione di PCWorld, da quel momento Google ha vissuto un periodo intensissimo di ristrutturazioni, licenziamenti e sviluppo accelerato sull’IA — due anni di corsa quasi forsennata per recuperare terreno.
Il colpo decisivo che aveva accelerato tutto arrivò il 7 febbraio 2023, quando Microsoft annunciò, stando all’annuncio ufficiale del nuovo Bing potenziato dall’IA, il lancio di un motore di ricerca Bing completamente rinnovato e di un browser Edge integrati con l’intelligenza artificiale, disponibili già in anteprima su Bing.com. Era un attacco diretto al cuore del business di Google: la ricerca. Microsoft stava scommettendo tutto su ChatGPT per scalzare il re della ricerca online, e Google lo sapeva. Il risultato di questa pressione fu Bard — annunciato in fretta, presentato in modo approssimativo, e pagato carissimo.
Il futuro dopo la caduta
Nel frattempo, Google ha aperto gradualmente l’accesso a Bard, presentandolo come un esperimento iniziale per collaborare con l’IA generativa. La parola “esperimento” è rivelatrice: quasi un modo per abbassare le aspettative dopo il disastro della demo. La domanda che resta aperta è se Google riuscirà a trasformare questo passo falso in qualcosa di solido, o se l’episodio avrà lasciato un segno duraturo nella fiducia degli utenti e degli investitori.
Oggi, a distanza di oltre tre anni da quei giorni concitati del febbraio 2023, quella storia rimane una delle più istruttive dell’era moderna dell’IA. Non perché Google abbia fallito in modo definitivo — tutt’altro — ma perché ha dimostrato qualcosa che vale per tutti, grandi e piccoli: anche avere la tecnologia migliore non serve a nulla se si perde la testa sotto pressione. Nella corsa all’intelligenza artificiale, la fretta ha un costo. E a volte quel costo si misura in cento miliardi di dollari.