La Guerra Silenziosa di Google Cloud nell’Era dell’AI: BMO Alza il Target
Mentre Google recupera terreno nella corsa all’AI, le aziende spostano i loro processi decisionali nel cloud, creando nuove dipendenze e interrogativi sulla privacy
C’è qualcosa che si sta muovendo nelle fondamenta di Internet, qualcosa di molto più profondo dell’ennesima funzionalità aggiunta al nostro smartphone.
Mentre la maggior parte di noi era distratta dai dibattiti sulle risposte creative dei chatbot, nei corridoi dei data center è iniziata una guerra silenziosa ma brutale per il controllo dell’infrastruttura su cui girerà il mondo nei prossimi dieci anni.
E pare che Google, spesso criticata per essere arrivata “in ritardo” alla festa dell’AI generativa, stia recuperando terreno a una velocità che ha sorpreso persino gli addetti ai lavori più cinici.
La notizia di oggi, 22 dicembre 2025, non riguarda un nuovo gadget scintillante, ma una previsione finanziaria che la dice lunga su ciò che sta accadendo dietro le quinte.
BMO Capital Markets, uno dei pesi massimi dell’analisi finanziaria, ha rivisto al rialzo le aspettative su Alphabet. Non è un semplice aggiustamento numerico: è il segnale che il motore di Google Cloud sta girando a un regime che pochi avevano previsto solo sei mesi fa.
Il motivo di questo ottimismo è affascinante perché non proviene dai comunicati stampa ufficiali, ma da quello che in gergo si chiama channel check: conversazioni informali e verifiche sul campo.
Parlando con ex dipendenti della rivale Amazon Web Services (AWS), gli analisti hanno percepito un cambio di vento.
Sembra che Google stia accelerando l’adozione delle sue soluzioni AI a un ritmo tale che BMO Capital Markets ha alzato il target price di Alphabet a 343 dollari, scommettendo su una crescita del cloud che potrebbe toccare il 40% entro il primo trimestre del 2026.
Ma per capire perché questo sia importante per noi, dobbiamo guardare oltre i grafici di borsa.
L’era degli Agenti, non solo delle Chat
Fino a ieri, il cloud era sostanzialmente un enorme hard disk dove le aziende parcheggiavano i loro dati. Oggi, quel parcheggio si è trasformato in una fabbrica.
Le aziende non stanno più comprando spazio; stanno comprando “cervelli”. La vera svolta del 2025 è stata il passaggio dai semplici modelli linguistici (quelli che scrivono poesie o riassumono email) ai cosiddetti agenti AI.
Immaginate un assistente software che non si limita a dirvi che ore sono a Tokyo, ma che autonomamente prenota il volo, aggiorna il calendario, avvisa i colleghi e prepara una bozza di itinerario, tutto dialogando con sistemi diversi.
Per fare questo serve una potenza di calcolo mostruosa e, soprattutto, specifica. Qui entra in gioco l’arma segreta di Google: le TPU (Tensor Processing Units).
A differenza delle classiche schede video (GPU) che tutti cercano disperatamente, le TPU sono chip progettati da Google esclusivamente per l’intelligenza artificiale. È come avere un’auto da Formula 1 costruita su misura per un singolo circuito, invece di una supercar adattata alla pista.
Questa efficienza sta diventando il fattore decisivo. Mentre le aziende cercano di integrare modelli avanzati come Claude o i nuovi Gemini nei loro processi produttivi, si accorgono che farli girare sull’infrastruttura di Google è spesso più fluido.
Non è un caso che le azioni di Alphabet siano aumentate di circa il 60% nel corso del 2025, trainate proprio dalla percezione che Mountain View abbia finalmente trovato il modo di monetizzare la sua supremazia tecnologica.
L’infrastruttura, che un tempo era un centro di costo necessario per sostenere il motore di ricerca, è diventata il prodotto stesso.
Eppure, c’è un dettaglio tecnico che sta sfuggendo ai più, ma che cambierà il modo in cui lavoreremo.
I numeri che raccontano una storia diversa
L’accelerazione prevista dagli analisti (39% di crescita nel quarto trimestre 2025) non è solo “più fatturato”. È indice di una migrazione di massa.

Le grandi imprese stanno firmando impegni pluriennali, legandosi a doppio filo all’ecosistema di Google. Non stiamo parlando di startup che sperimentano, ma di banche, ospedali e case automobilistiche che spostano i loro processi decisionali nel cloud di Google.
Se guardiamo indietro ai dati di metà anno, Google Cloud aveva già mostrato i muscoli con un fatturato di 13,6 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2025, segnando una crescita del 32% anno su anno.
Ma il dato più impressionante era la redditività: il margine operativo era quasi raddoppiato, superando il 20%. Questo significa che Google ha smesso di “bruciare soldi” per inseguire Amazon e Microsoft e ha iniziato a guadagnare seriamente dalla sua tecnologia.
Piper Sandler, un’altra società di investimento, ha addirittura spinto il suo target a 365 dollari, suggerendo che il mercato pubblicitario digitale e il cloud stiano creando un circolo virtuoso.
Più dati le aziende portano sul cloud, più intelligenti diventano gli algoritmi, più efficaci diventano gli strumenti pubblicitari. È una macchina perfetta.
Tuttavia, proprio quando tutto sembra allinearsi per il gigante di Mountain View, emergono le prime crepe in questo scenario idilliaco.
Il prezzo dell’innovazione (e chi lo paga)
L’entusiasmo per la tecnologia non deve accecarci di fronte ai rischi strutturali di questa trasformazione. Affidare la “mente” delle aziende globali a un singolo fornitore, per quanto avanzato, crea una dipendenza senza precedenti.
Le TPU di Google sono fantastiche, ma sono proprietarie. Se un’azienda costruisce tutta la sua intelligenza artificiale su questi chip specifici, migrare verso un altro fornitore in futuro diventa un incubo tecnico ed economico.
È il classico lock-in tecnologico, ma elevato all’ennesima potenza.
Inoltre, l’investimento necessario per mantenere questa corsa è sbalorditivo. Alphabet ha previsto spese in conto capitale (Capex) per 85 miliardi di dollari nel 2025.
Questi costi, inevitabilmente, ricadranno sull’utente finale. Che si tratti del prezzo di un abbonamento software o del costo dei servizi digitali, qualcuno dovrà pagare per tutti questi data center e questi chip personalizzati.
C’è poi l’eterno, spinoso problema della privacy.
Con l’avvento degli “agenti AI” che agiscono autonomamente per nostro conto, la quantità di dati sensibili che passa attraverso i server di Google aumenta esponenzialmente.
Non stiamo più parlando solo delle nostre ricerche sul web o delle nostre email; parliamo di decisioni aziendali, transazioni finanziarie automatiche e gestione di dati sanitari. La promessa di Google è sempre stata quella di “organizzare le informazioni del mondo”, ma ora si propone di “agire” su quelle informazioni.
Siamo di fronte a un bivio affascinante e inquietante allo stesso tempo. Da un lato, l’efficienza e le capacità promesse da questa nuova ondata di cloud computing potrebbero liberarci da una marea di compiti ripetitivi, accelerando la ricerca scientifica e medica come mai prima d’ora.
Dall’altro, stiamo concentrando un potere immenso nelle mani di chi controlla l’interruttore della sala macchine.
La domanda che dobbiamo porci mentre osserviamo il titolo di Google salire in borsa non è se questa tecnologia funzionerà — sappiamo già che lo farà — ma se siamo pronti a vivere in un mondo dove l’infrastruttura critica della nostra economia è gestita come un servizio in abbonamento da un’unica entità privata.