Google paga 180.000 dollari per controllare un nuovo mercato
Google offre 180.000 dollari per un ruolo che mira a orientare la generative engine optimization verso le proprie piattaforme, sollevando questioni antitrust.
Google cerca un manager per orientare l’ecosistema GEO verso i propri servizi
Centottantamila dollari l’anno, più bonus, equity e benefit. È la cifra massima che Google è disposta a pagare per un annuncio di lavoro per GEO Partner Manager pubblicato nelle sue pagine carriere. Un ruolo che, sulla carta, sembra quasi amministrativo: gestire relazioni con i player della generative engine optimization. Nella realtà, il compito è molto più ambizioso — e molto più scomodo da guardare in faccia.
Il prezzo del consenso
La descrizione del ruolo non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. Il candidato dovrà, testualmente, «gestire le relazioni con i player GEO, trattandoli come un canale di influenza per orientare l’ecosistema GEO e supportare i brand e Google». Otto anni di esperienza minima richiesti in ruoli digitali — vendite, marketing o prodotto. Non si cercano ricercatori né accademici. Si cerca qualcuno che sappia muoversi tra agenzie, consulenti e brand con una missione precisa: portarli dalla parte di Google. La domanda che rimane sospesa è questa: perché un ruolo che, sulla carta, sembra ancillare vale più dello stipendio di molti dirigenti di media impresa?
Dalla scoperta alla difesa
Per capire la posta in gioco, bisogna capire cos’è la GEO. Secondo la definizione di generative engine optimization raccolta su Wikipedia, si tratta della pratica di strutturare contenuti digitali e gestire la presenza online per migliorare la visibilità nelle risposte generate dai sistemi di intelligenza artificiale generativa. È nata come risposta all’integrazione dell’IA nei motori di ricerca: quando ChatGPT, Perplexity, Claude o Google Gemini rispondono a una domanda, non restituiscono link — selezionano e sintetizzano contenuti. Chi viene citato e chi sparisce dipende, in parte, da come quei contenuti sono stati costruiti. Secondo uno studio accademico sulla GEO pubblicato su arXiv, ottimizzare i contenuti con queste tecniche può aumentare la visibilità nelle risposte generative fino al 40%. Non è un dettaglio.
Google ha osservato questo fenomeno crescere. Poi ha deciso che osservare non bastava. L’annuncio di lavoro parla esplicitamente di «transizione del modello di coinvolgimento di Google dalla scoperta della GEO alla difesa formale dell’ecosistema». È un cambio di postura significativo: si passa da capire come funziona una nuova pratica a organizzarla attivamente. Il problema è che Google non è un osservatore neutro. È uno degli attori più interessati al risultato.
Il conflitto di interessi
Qui la storia diventa più difficile da digerire. Il ruolo non si limita a costruire ponti con chi lavora sulla GEO: secondo la descrizione pubblicata da Google, l’obiettivo dichiarato è «plasmare l’ecosistema GEO per dare priorità alle superfici Google». Superfici Google: Search, Gemini, Google Ads, il resto del catalogo. Chi vince in questo gioco? Google. Chi rischia di perdere? Chiunque lavori su piattaforme concorrenti — Perplexity, Bing Copilot, qualsiasi motore generativo che non abbia lo stesso potere contrattuale per farsi “difendere” da un partner manager dedicato.
C’è un nome per questa dinamica, nel diritto della concorrenza: si chiama leveraging. Un’azienda dominante in un mercato usa la propria posizione per estendere il vantaggio in mercati adiacenti. L’Unione Europea ha già aperto procedimenti antitrust contro Google in più occasioni. Il Digital Markets Act, entrato in vigore progressivamente negli ultimi due anni, pone obblighi precisi sulle cosiddette “piattaforme di accesso”, vietando loro di favorire i propri servizi a scapito dei concorrenti. Un ruolo il cui scopo esplicito è fare in modo che le raccomandazioni della GEO vadano verso le superfici Google suona, in questo contesto, come una bandiera rossa per i regolatori di Bruxelles.
Ma c’è anche un problema più sottile, che riguarda chi produce contenuti. Agenzie, editori, brand: tutti stanno investendo in GEO perché vogliono comparire nelle risposte dell’IA. Se Google riesce a orientare i consulenti GEO verso le proprie superfici, quegli stessi produttori di contenuti ottimizzeranno per Google — non per scelta informata, ma perché il canale di influenza sarà stato costruito apposta. È un circolo non virtuoso: Google paga qualcuno per convincere gli intermediari a lavorare per Google, gli intermediari convincono i brand, i brand producono contenuti pensati per Google. Il tutto mentre i concorrenti guardano da fuori.
La domanda finale è quella che nessun comunicato stampa risponderà mai: chi proteggerà la neutralità della ricerca generativa quando il guardiano è anche il beneficiario? Per ora, la risposta più onesta è: nessuno, a meno che i regolatori — europei in prima fila — non decidano di guardare anche qui, oltre le pratiche pubblicitarie e i mercati degli app store. Google sta comprando competenza, consenso e orientamento strategico in un settore ancora abbastanza giovane da essere plasmato. E lo sta facendo con 180.000 dollari l’anno e una riga di job description che vale più di mille slide di investor relations.