Google e l'Intelligenza Artificiale Agentica: Siamo Pronti a Delegare la Nostra Vita?

Google e l’Intelligenza Artificiale Agentica: Siamo Pronti a Delegare la Nostra Vita?

L’evoluzione dei motori di ricerca in “agenti”: Alphabet investe massicciamente nell’IA, ma emergono interrogativi su controllo e concorrenza

Se c’è una cosa che il 2025 ci ha insegnato, è che la parola “motore di ricerca” è ormai un termine vintage, quasi quanto “videoregistratore” o “modem 56k”.

Fino a ieri, chiedevamo a Google di trovarci una pizzeria; oggi, Google la cerca, controlla gli orari, confronta le recensioni incrociandole con i nostri gusti e, in molti casi, potrebbe persino prenotare il tavolo.

Questa trasformazione non è frutto del caso, ma il risultato di una strategia titanica che oggi trova la sua conferma definitiva. La pubblicazione del report “The Agentic Frontier” di PredictStreet, arrivata proprio questa mattina, non è solo un aggregato di cifre per gli investitori di Wall Street: è la fotografia nitida di come la nostra vita digitale stia cambiando pelle.

Alphabet, la casa madre di Google, non sta più cercando di venderci link blu. Sta costruendo, pezzo dopo pezzo, un’infrastruttura capace di agire al posto nostro.

Ma dietro l’entusiasmo per assistenti che ci liberano dalla burocrazia quotidiana, si nasconde una macchina finanziaria e tecnologica di proporzioni quasi inconcepibili, che solleva domande altrettanto enormi sul controllo e sulla concorrenza.

Non più solo cercare, ma “agire”

Il cuore di questa rivoluzione si chiama “Agentic AI”, o intelligenza artificiale agentica.

Dimenticate i chatbot che si limitano a riassumere una poesia o a scrivere una mail sgrammaticata. Qui parliamo di sistemi progettati per il ragionamento a più fasi. È la differenza tra chiedere “che tempo fa a Londra?” e dire “organizzami un viaggio a Londra che costi meno di 500 euro, voli inclusi, e mettimi in agenda solo musei gratuiti”.

Il report evidenzia come la famiglia di modelli Gemini 3, lanciata nella seconda metà di quest’anno, abbia ormai sostituito i vecchi algoritmi per oltre il 40% delle query di ricerca. Non riceviamo più una lista di siti web da spulciare, ma una risposta sintetizzata, costruita al momento.

È una comodità disarmante, che però nasconde un cambio di paradigma brutale per l’economia del web: se Google mi dà la risposta, perché dovrei cliccare sul sito della fonte?

Questa transizione verso un’IA che “fa cose” è stata la scommessa centrale di Sundar Pichai. Durante l’ultima conferenza sugli utili, il CEO non ha usato mezzi termini per descrivere questo passaggio epocale.

L’intelligenza artificiale sta guidando direttamente i nostri risultati di business, trasformando il modo in cui le persone interagiscono con le informazioni e creando nuovo valore attraverso i nostri ecosistemi.

— Sundar Pichai, CEO di Alphabet (Q3 2025 Earnings Call)

Pichai ha sottolineato come l’integrazione dell’IA stia guidando direttamente la crescita dei ricavi, confermando che la tecnologia agentica non è un esperimento da laboratorio, ma il nuovo motore economico dell’azienda.

E i risultati, carte alla mano, sembrano dargli ragione.

Tuttavia, far girare questi “cervelli digitali” ha un costo energetico e finanziario che farebbe impallidire intere nazioni.

Una scommessa da 92 miliardi di dollari

Se guardiamo sotto il cofano di questa “rinascita dell’IA”, troviamo cifre che fanno girare la testa. Per sostenere la potenza di calcolo necessaria a Gemini 3 e ai futuri agenti autonomi, Alphabet ha aperto i rubinetti della spesa come mai prima d’ora.

Non stiamo parlando di spiccioli per qualche server in più.

Le stime indicano che la spesa per l’infrastruttura AI stimata tra i 91 e i 93 miliardi di dollari per il 2025 rappresenta uno degli investimenti industriali più massicci della storia moderna. Questi soldi sono finiti in chip personalizzati, data center grandi come città e reti energetiche per alimentarli.

È una barriera all’ingresso quasi insormontabile per chiunque voglia competere: chi altro può permettersi di bruciare quasi cento miliardi in un anno solo per “preparare il terreno”?

Il ritorno sull’investimento, però, sta arrivando. Google Cloud ha raggiunto un run rate annuale di 50 miliardi di dollari, diventando una colonna portante del bilancio. Le aziende pagano profumatamente per affittare quella stessa intelligenza che noi usiamo per cercare ricette.

La salute finanziaria è talmente robusta che Alphabet punta a superare i 390 miliardi di dollari di ricavi totali entro la fine dell’anno, una cifra che mette a tacere chi, solo un anno fa, temeva che l’azienda fosse rimasta indietro nella corsa all’IA contro rivali come OpenAI o Microsoft.

Ma c’è un rovescio della medaglia in questa onnipotenza tecnica ed economica.

Il paradosso della potenza

Più questi agenti diventano bravi a gestirci la vita, più noi cediamo loro il controllo. L’approccio “Agentic” richiede una fiducia cieca.

Affinché l’IA possa prenotarmi il medico, deve conoscere la mia agenda, la mia cartella clinica, la mia posizione e i miei dati di pagamento. È un livello di intimità digitale che fa sembrare i vecchi cookie di tracciamento dei dilettanti.

Il report “The Agentic Frontier” non nasconde le tensioni. Mentre Alphabet celebra il suo “AI Rebirth”, le autorità antitrust di mezzo mondo stanno affilando le armi. Con una quota di mercato nella ricerca che rimane saldamente sopra l’85% nonostante la rivoluzione in atto, il rischio è che Google non sia solo il giocatore migliore, ma l’unico arbitro della partita.

Se l’agente di Google decide quale compagnia aerea prenotare o quale notizia leggermi al mattino, quanto spazio resta per la libera scelta o per la concorrenza?

Inoltre, la sicurezza diventa un incubo logistico. Un agente autonomo che può “agire” è un bersaglio succulento. Immaginate se qualcuno riuscisse a dirottare non il vostro account social, ma l’agente che gestisce i vostri bonifici e le vostre prenotazioni.

La superficie di attacco si è allargata a dismisura.

Siamo di fronte a un bivio affascinante e terrificante allo stesso tempo. Da un lato, la tecnologia ci promette di liberarci dalla noia e dalla complessità, regalandoci tempo prezioso. Dall’altro, accentra un potere smisurato nelle mani di una singola entità che possiede l’hardware, il software e i dati per far girare il mondo.

Il 2025 si chiude con Google che dimostra di avere i muscoli e il cervello per dominare la prossima era tecnologica. La domanda per il 2026 non è se questa tecnologia funzionerà — sappiamo già che lo fa — ma se siamo disposti a pagarne il prezzo, non in euro, ma in autonomia.

Siamo pronti a delegare la nostra vita a un agente instancabile, o stiamo costruendo la gabbia dorata più comoda della storia?

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