Google: la monetizzazione della privacy nel 2025

Google: la monetizzazione della privacy nel 2025

Come Alphabet ha monetizzato la privacy nel 2025, trasformando la sorveglianza in un business da 100 miliardi di dollari.

Se c’è una cosa che il 2025 ci ha insegnato, è che la privacy non è morta: è stata semplicemente monetizzata con un margine di profitto netto del 30%.

Mentre noi eravamo impegnati a chiederci se l’intelligenza artificiale ci avrebbe rubato il lavoro, a Mountain View stavano stappando lo champagne buono per festeggiare qualcosa di molto più concreto: il furto, legalizzato e su scala industriale, della nostra attenzione e dei nostri dati comportamentali.

I numeri non mentono, anche se il marketing di Big Tech ci prova continuamente. Alphabet, la casa madre di Google, ha superato per la prima volta nella sua storia i 100 miliardi di dollari di fatturato in un singolo trimestre. Un record che non è frutto del caso, ma di un disegno preciso.

Non stiamo parlando di una semplice “buona performance”. Stiamo parlando di un dominio assoluto che dovrebbe far tremare i polsi a qualsiasi garante della concorrenza e della privacy rimasto ancora sveglio in Europa.

I risultati del terzo trimestre fiscale del 2025 mostrano una crescita a doppia cifra in ogni settore principale, confermando che la strategia di saturazione totale dell’ecosistema digitale sta pagando dividendi osceni.

Ma da dove arrivano esattamente questi soldi?

Spoiler: non dalla beneficenza tecnologica.

Il prezzo nascosto della “convenienza”

La narrazione ufficiale è rassicurante, quasi paternalistica. Ci dicono che l’IA sta rendendo i prodotti “più utili”.

Sundar Pichai, CEO di Alphabet, utilizza aggettivi entusiastici per descrivere quella che, a un occhio più clinico, appare come una colonizzazione aggressiva delle nostre abitudini digitali.

Alphabet ha avuto un trimestre fantastico, con una crescita a due cifre in ogni parte principale del nostro business. Abbiamo realizzato il nostro primo trimestre da 100 miliardi di dollari.

— Sundar Pichai, CEO di Alphabet

Quello che Pichai chiama “trimestre fantastico” è, in realtà, la prova che il modello di business basato sulla sorveglianza non solo ha resistito alle timide normative europee come il GDPR o il Digital Markets Act, ma si è evoluto.

L’aumento del 16% dei ricavi totali non deriva dalla vendita di hardware o software in scatola, ma dall’efficienza spietata con cui Google Services (che include Search, YouTube e le pubblicità) riesce ora a prevedere cosa vogliamo prima ancora che lo sappiamo noi.

L’integrazione dell’IA generativa nella ricerca – la famosa “AI Mode” – non è un servizio gratuito offerto per gentilezza. È un aspirapolvere di dati di nuova generazione.

Ogni volta che interroghiamo un modello linguistico complesso, non stiamo solo cercando un’informazione; stiamo fornendo a Google uno spaccato del nostro processo mentale, delle nostre intenzioni e delle nostre insicurezze molto più profondo di quanto facevamo con le vecchie parole chiave. E questi dati valgono oro colato per gli inserzionisti.

Non è un caso che i ricavi di Google Services siano aumentati del 14% arrivando a oltre 87 miliardi di dollari, trainati proprio da una maggiore “rilevanza” degli annunci.

Traduzione: ci conoscono così bene che non possiamo più ignorarli.

L’illusione della scelta e il lock-in aziendale

Se il consumatore è la vittima inconsapevole lato search, le aziende sono gli ostaggi consenzienti lato cloud.

Qui la partita si gioca su un altro tavolo, quello dell’infrastruttura critica. Google Cloud non sta solo vendendo spazio server; sta vendendo la dipendenza tecnologica del futuro.

Con un backlog (ordini non ancora evasi ma contrattualizzati) che ha raggiunto i 155 miliardi di dollari, Alphabet si è assicurata che le più grandi aziende del mondo rimangano attaccate al suo cordone ombelicale per i prossimi dieci anni.

È interessante notare come la crescita in questo settore sia stata esplosiva. La crescita trimestrale di Google Cloud ha accelerato costantemente fino a raggiungere il 34% nel terzo trimestre del 2025, un segnale inequivocabile che il mercato enterprise non ha alternative reali se vuole competere nell’arena dell’IA.

Si crea così un paradosso pericoloso: per “innovare”, le aziende devono cedere i propri dati e processi operativi all’infrastruttura di un gigante che è, spesso, anche un loro concorrente in altri ambiti.

Chi controlla il cloud, controlla l’IA. E chi controlla l’IA, controlla il mercato.

Le autorità antitrust guardano il dito (le acquisizioni, le app preinstallate) mentre Google si è comprata l’intera luna, ovvero l’infrastruttura fisica e computazionale su cui girerà l’economia mondiale del prossimo decennio.

È un monopolio tecnico mascherato da servizio di utilità.

E con oltre il 70% dei clienti cloud che già utilizzano soluzioni IA, il lucchetto è chiuso e la chiave è stata buttata via.

Gemini: il cavallo di Troia da 650 milioni di utenti

L’ultimo tassello di questo inquietante puzzle è Gemini. Presentato come l’assistente che ci libera dalla fatica cognitiva, è diventato rapidamente onnipresente.

Con 650 milioni di utenti attivi mensili, Gemini non è più un esperimento: è una delle più vaste operazioni di raccolta dati biometrici e comportamentali mai realizzate.

Pensateci: per addestrare questi modelli serve una quantità di dati che nessun essere umano potrebbe produrre in una vita intera.

Dove li prendono? Da noi.

L’aumento esponenziale delle query e l’integrazione profonda in Workspace e Android significano che Google non legge più solo le nostre email o guarda dove andiamo con Maps; ora “crea” con noi. Scrive le nostre bozze, riassume le nostre riunioni, genera le nostre immagini.

La linea tra l’utente e la piattaforma è svanita.

Il rischio per la privacy qui non è il classico furto di password. È la perdita dell’agente cognitivo.

Se l’IA suggerisce cosa scrivere, cosa comprare e cosa guardare basandosi su un modello ottimizzato per il profitto di Alphabet, quanto delle nostre decisioni è ancora veramente nostro? E soprattutto, chi vigila su come questi modelli vengono manipolati per favorire i servizi interni di Google rispetto alla concorrenza?

Siamo di fronte a un ecosistema chiuso ermeticamente, dove l’utente è il carburante e l’IA è il motore.

E mentre Sundar Pichai celebra i 100 miliardi, dovremmo chiederci: qual è il costo sociale di un’azienda che sa tutto di tutti, e che ha appena dimostrato di saper trasformare quella onniscienza in una macchina da soldi inarrestabile?

Probabilmente, la risposta è sepolta da qualche parte nei termini di servizio che nessuno ha letto.

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