Google ha annunciato nuovi link per gli editori
Google introduce link e anteprime nelle risposte AI per editori, ma il traffico organico continua a calare. Indagine UE in corso.
L’indagine Ue e gli accordi con i concorrenti spingono Google a offrire nuovi link
Nei giorni scorsi, Google ha annunciato una serie di nuove funzioni pensate — ufficialmente — per aiutare gli editori. Secondo l’annuncio ufficiale del blog Google, il motore di ricerca sta introducendo link agli abbonamenti in evidenza all’interno di AI Mode e AI Overviews, più collegamenti diretti accanto al testo pertinente nelle risposte AI, anteprime rapide dei siti al passaggio del mouse su desktop, e suggerimenti per approfondire gli argomenti alla fine di ogni risposta generativa. Un pacchetto che, sulla carta, sembra pensato per riportare traffico verso i siti editoriali. Peccato che siano stati proprio Google e le sue AI Overviews a prosciugare quel traffico negli anni scorsi. La domanda che si impone da sola: perché proprio ora?
Il regalo avvelenato di Google
La logica delle nuove funzioni è quasi paradossale. Google costruisce un sistema che risponde direttamente alle domande degli utenti — senza che questi debbano mai cliccare su un sito esterno — e poi annuncia, come atto di generosità, che dentro quelle stesse risposte AI ci saranno anche dei link. Un po’ come svuotare un negozio e poi offrire al proprietario un cartello con scritto “aperto”. Le risposte AI includeranno anche un’anteprima delle prospettive da discussioni pubbliche online e social media: altra mossa che consente a Google di incorporare contenuti di terzi nel proprio prodotto, limitando ulteriormente la necessità per l’utente di uscire dall’interfaccia di ricerca. L’evidenziazione degli abbonamenti, poi, funziona solo se l’utente ha già sottoscritto un abbonamento e lo ha collegato al proprio account Google: una base di utenti piuttosto ristretta, almeno per ora. Non è una svolta. È un aggiustamento cosmetico.
I numeri che Google non può nascondere
I dati parlano da soli. Già nel 2024, Google ha rilasciato AI Overviews, il suo strumento di riepilogo automatico dei risultati di ricerca, e il suo impatto sul traffico è stato immediato: il crollo del traffico ha colpito in modo particolare siti di guide di viaggio, consigli sulla salute e recensioni di prodotti. Non si tratta di settori marginali: sono le categorie editoriali che vivono di ricerca organica. Nel maggio 2025, Google ha poi esteso AI Mode a tutti gli utenti statunitensi durante il Google I/O, accelerando una trasformazione che per molte redazioni ha significato perdite strutturali.
Il caso del New York Times è emblematico. La quota di traffico organico da ricerca verso il sito della testata — desktop e mobile — è scesa al 36,5% nell’aprile 2025. In tre anni, il NYT ha perso 7,5 punti percentuali di traffico organico da ricerca. Una tendenza che non si inverte con qualche link in più dentro una risposta AI. E il New York Times è una delle testate più solide al mondo: per le pubblicazioni più piccole, i numeri sono presumibilmente peggiori.
È in questo contesto che arriva la mossa più significativa sul fronte regolatorio. Nel dicembre 2025, la indagine antitrust AI Overviews è stata avviata formalmente dalla Commissione Europea. L’oggetto dell’indagine è preciso: verificare in che misura Google utilizzi i contenuti degli editori web per generare AI Overviews e AI Mode senza un adeguato compenso, e senza che gli editori possano rifiutare senza perdere visibilità su Google Search. È un meccanismo che la Commissione descrive come potenzialmente abusivo: o accetti che i tuoi contenuti vengano usati per addestrare e alimentare le risposte AI di Google, oppure sparisci dai risultati di ricerca. Non esattamente una libera scelta. Alla luce di questa pressione, le nuove funzioni annunciate da Google assumono un sapore diverso: meno filantropia editoriale, più gestione del rischio regolatorio.
Il confronto che Google teme
Mentre Google distribuisce link come concessioni, i suoi concorrenti si muovono in modo strutturalmente diverso. Già nel giugno 2024, OpenAI aveva firmato accordi licenza testate con The Atlantic, News Corp, Financial Times, Dotdash Meredith, Axel Springer e Vox Media. Accordi di licenza e prodotto, non elemosine algoritmiche. Nello stesso periodo, Perplexity AI aveva lanciato un condivisione ricavi pubblicitari diretto con gli editori citati dal suo chatbot. Una scelta che il fondatore di Perplexity ha usato esplicitamente per attaccare Google, ricordando che Mountain View non ha mai condiviso i propri ricavi con gli editori. Mai, in quasi trent’anni di motore di ricerca.
Questo è il punto che brucia. Non si tratta di stabilire se le nuove funzioni di Google siano tecnicamente utili o meno. Il problema è strutturale: Google ha costruito il suo impero pubblicitario — centinaia di miliardi di dollari in ricavi — grazie al traffico generato dai contenuti che altri producevano. Ora che l’AI permette di eliminare quel traffico di passaggio, lo fa. E quando arrivano i regolatori, risponde con qualche link in più. La Commissione Europea ha aperto un’indagine formale. OpenAI e Perplexity firmano accordi veri. Gli editori continuano a perdere traffico. E Google annuncia anteprime al passaggio del mouse. Chi fermerà davvero Google?