Dipendenti Google contro i contratti cloud con ICE e CBP

Dipendenti Google contro i contratti cloud con ICE e CBP

C’è un vecchio adagio nel mondo dello sviluppo software: se il sistema restituisce un errore critico, ignorare i log non risolverà il bug.

Venerdì 6 febbraio 2026, il management di Google si è trovato di fronte a un stack trace umano che non può essere semplicemente archiviato. Oltre 800 dipendenti hanno consegnato una petizione formale chiedendo la fine dei contratti di cloud computing con le agenzie di immigrazione statunitensi, specificamente l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e il CBP (Customs and Border Protection).

Non stiamo parlando di una semplice lamentela su Slack.

Questa è un’azione coordinata, tecnicamente precisa, scatenata da un evento scatenante tragico: l’uccisione di Alex Pretti e Renee Nicole Good a Minneapolis per mano di agenti federali all’inizio di gennaio. Per chi osserva dall’esterno, potrebbe sembrare l’ennesimo scontro politico nella Silicon Valley. Tuttavia, per chi conosce l’architettura interna di Mountain View, questo segna un punto di rottura in un sistema che opera sotto stress da anni.

La richiesta non è solo morale, è strutturale: i lavoratori chiedono di vedere il codice sorgente dei contratti governativi, esigendo trasparenza su come l’infrastruttura che costruiscono e mantengono venga utilizzata sul campo.

La tensione nasce da una discrepanza fondamentale tra l’etica percepita dagli ingegneri e l’implementazione commerciale dell’azienda. Mentre il vecchio motto “Don’t be evil” è stato refattorizzato fuori dal codice di condotta principale anni fa, una petizione firmata da oltre 800 dipendenti dimostra che quel principio è ancora hard-coded nella cultura della forza lavoro, specialmente tra chi gestisce l’infrastruttura cloud critica.

Iaas e la neutralità del codice

Dal punto di vista puramente tecnico, la difesa di Google si basa sul concetto di neutralità dell’infrastruttura. L’azienda fornisce servizi IaaS (Infrastructure as a Service) e PaaS (Platform as a Service) che sono, in teoria, agnostici rispetto al contenuto. Che si tratti di ospitare un database per una startup di e-commerce o di gestire i log di tracciamento per la sorveglianza dei confini, per i server di Google si tratta sempre e solo di bit, cicli di CPU e chiamate API.

Un portavoce di Google ha ribadito questa posizione, sottolineando che il DHS (Department of Homeland Security) utilizza servizi infrastrutturali di base disponibili per qualsiasi cliente commerciale. La logica è quella della “utility”: se fornisci elettricità, non controlli se l’utente accende una lampadina o una sedia elettrica.

Tuttavia, questa astrazione tecnica sta crollando di fronte alla realtà operativa. Gli ingegneri sanno bene che fornire scalabilità, ridondanza e capacità di calcolo ad alta velocità a un’agenzia governativa potenzia direttamente la sua efficienza operativa.

Siamo lavoratori di Google sconvolti dalla violenza inflitta dall’Immigration & Customs Enforcement (ICE) e dal Customs & Border Protection (CBP) degli Stati Uniti… Siamo fermamente contrari alle partnership di Google con DHS, CBP e ICE.

— Petizione dei lavoratori di Google, 6 febbraio 2026

La critica tecnica qui è sottile ma devastante: non si può vantare l’efficienza dei propri algoritmi di AI e la potenza del proprio cloud per poi dichiararsi incompetenti sugli effetti che questi strumenti hanno nel mondo reale.

Se il tuo stack tecnologico abilita raid in stile paramilitare, la responsabilità dell’architetto non svanisce al momento del deploy.

Ciò che rende questa protesta diversa dalle precedenti iterazioni – come le manifestazioni del 2018 contro il Project Maven o le proteste del 2024 contro il Project Nimbus che portarono al licenziamento di 28 dipendenti – è il contesto politico mutato. Con il ritorno di Donald Trump alla presidenza nel 2026 e un allineamento sempre più marcato dei dirigenti della Silicon Valley verso posizioni conservatrici, lo spazio di manovra per il dissenso interno si è ridotto drasticamente.

Latency politica e allineamento della Silicon Valley

L’ecosistema tech sta subendo una migrazione forzata.

Se fino a qualche anno fa la “cultura hacker” e l’etica open source permeavano le decisioni aziendali, oggi assistiamo a una chiusura proprietaria che ricorda i peggiori vendor lock-in. I dirigenti tech, cercando di ingraziarsi la nuova amministrazione, stanno implementando policy interne più rigide, limitando l’accesso ai documenti e riducendo le riunioni “all-hands” dove il management poteva essere interrogato direttamente.

Nonostante questo firewall aziendale, la reazione alla violenza di Minneapolis ha attraversato i livelli gerarchici.

Non sono solo i junior developer a protestare.

Figure di alto profilo tecnico stanno prendendo posizione, segnalando che il malcontento ha raggiunto il kernel dell’azienda.

Ogni persona, indipendentemente dall’affiliazione politica, dovrebbe denunciare tutto questo.

— Jeff Dean, Chief Scientist presso Google DeepMind

La presenza di una figura come Jeff Dean, una leggenda vivente nel campo dei sistemi distribuiti e dell’intelligenza artificiale, indica che il problema non è isolabile a una frangia radicale.

È un errore di sistema.

Inoltre, il movimento non è confinato ai server di Google. Una richiesta parallela di abolire i contratti con l’ICE è stata sottoscritta da oltre 250 lavoratori di altre big tech come Amazon, Spotify, Oracle e Apple, suggerendo un problema di interoperabilità etica che attraversa l’intero settore.

La paura tangibile è che le tecnologie sviluppate per l’ottimizzazione e l’analisi dei dati vengano riconfigurate per la sorveglianza di massa e la deportazione, senza alcun meccanismo di controllo o “circuit breaker” etico.

Access Control e sicurezza fisica

Un dettaglio inquietante emerso nel report riguarda la sicurezza fisica degli stessi dipendenti. La petizione cita tentativi da parte di agenti dell’ICE di entrare nel campus di Google a Cambridge, Massachusetts. In termini di sicurezza informatica, questo è l’equivalente di un attacco fisico al data center.

I lavoratori chiedono garanzie: protocolli chiari che impediscano alle agenzie di immigrazione di accedere agli spazi aziendali senza un mandato valido, proteggendo così non solo gli ingegneri, ma anche il personale dei servizi (caffetteria, pulizie, sicurezza) che potrebbe essere vulnerabile a controlli migratori aggressivi.

È paradossale che l’azienda che ha inventato il modello “BeyondCorp” per la sicurezza Zero Trust non riesca a garantire la sicurezza fisica dei propri uffici contro i propri stessi clienti.

La richiesta di un Q&A (Questions & Answers) sui contratti governativi è, in sostanza, una richiesta di audit. I lavoratori vogliono vedere i log. Vogliono sapere quali API vengono chiamate, quali dataset vengono incrociati e quali sono i termini di servizio reali. La risposta del management, finora, è stata il silenzio o risposte standardizzate da ufficio stampa, un approccio che nel mondo open source verrebbe etichettato come “security through obscurity” – sicurezza tramite oscurità, una pratica notoriamente fallimentare.

Siamo di fronte a un bivio architetturale per la Silicon Valley. Da una parte c’è la spinta verso contratti governativi miliardari che garantiscono entrate stabili e scalabili; dall’altra c’è una forza lavoro altamente specializzata che rifiuta di essere ridotta a semplice esecutrice di codice privo di contesto.

Google può davvero permettersi di trattare le sue “risorse umane” come container Docker intercambiabili, o rischia un crash del sistema quando le parti più intelligenti della macchina decideranno di disconnettersi?

Facebook X Network Pinterest Instagram
🍪 Impostazioni Cookie