OpenAI: 20% dei ricavi a Microsoft fino al 2032 tra perdite record
OpenAI versa il 20% dei ricavi a Microsoft fino al 2032. L'accordo rivela una costosa dipendenza finanziaria, tra perdite e la corsa all'AGI.
Questo legame finanziario, siglato fino al 2032 e rafforzato da un accordo rivisto nel 2025, garantisce a Microsoft diritti di proprietà intellettuale estesi e una quota significativa dei profitti, mentre OpenAI continua a bruciare miliardi di dollari nella corsa all’intelligenza artificiale generale.
Nel mondo dell’intelligenza artificiale, dove gli annunci spesso assomigliano a promesse messianiche e le roadmap finanziarie a bolle di sapone, c’è un numero che spicca per la sua disarmante concretezza: il 20 per cento.
È la fetta di ogni dollaro di ricavo che OpenAI, la società che ha scatenato la corsa globale ai modelli generativi, versa a Microsoft. Non per un mese, non per un anno, ma fino al 2032.
Un accordo siglato nell’autunno del 2025, rivelato da documenti trapelati e mai smentito, che lega il destino del laboratorio di ricerca più celebre al suo primo e più potente finanziatore in un abbraccio che è al contempo salvifico e soffocante.
Mentre si parla di AGI e di futuri utopici, i conti raccontano un’altra storia: OpenAI ha bruciato ingenti somme in contanti e si prepara a perdite significative.
In questo scenario, il 20 per cento che va a Redmond non è un semplice costo, è il prezzo dell’indipendenza mai veramente ottenuta.
Un patto faustiano rivisto e corretto
La partnership tra Microsoft e OpenAI è sempre stata presentata come un sodalizio win-win, un modello di collaborazione tra un colosso del software e un’avanguardia della ricerca. La realtà dei fatti, come spesso accade, è più grigia e intricata.
Tutto parte dal 2019, quando Microsoft investì 1 miliardo di dollari in cambio di diritti esclusivi sull’utilizzo dei modelli OpenAI sulla sua piattaforma cloud, Azure. Era l’inizio di una dipendenza.
Con il successo esplosivo di ChatGPT, quella dipendenza si è trasformata in un legame vitale e costoso. Microsoft ha aumentato la sua posta in gioco, diventando non solo il fornitore di cloud computing, ma anche il principale canale di distribuzione e un finanziatore di fatto, attraverso crediti di Azure che OpenAI consuma a ritmi vertiginosi.
L’accordo rivisto nell’ottobre 2025, annunciato con un comunicato congiunto che celebrava «il prossimo capitolo», ha apportato modifiche significative ma non ha sciolto il nodo centrale.
Da un lato, OpenAI ha ottenuto ciò che dichiarava di volere: libertà. Non deve più dare a Microsoft il diritto di prima opzione per fornire servizi di calcolo e può quindi collaborare con altri giganti del cloud.
Ed è esattamente ciò che ha fatto, stringendo accordi pluriennali per centinaia di miliardi di dollari con AWS, Oracle, Google Cloud e CoreWeave. Sam Altman ha motivato queste mosse citando «gravi carenze di capacità di calcolo» che limitavano l’addestramento dei modelli e il lancio di prodotti.
Dall’altro lato, Microsoft ha cementato il suo controllo. In cambio di questa libertà operativa, ha esteso i propri diritti di proprietà intellettuale su tutti i modelli e prodotti OpenAI fino al 2032, inclusi quelli sviluppati dopo una eventuale realizzazione dell’AGI (Intelligenza Generale Artificiale), previo parere positivo di un comitato di esperti indipendenti sulla sicurezza. Detiene inoltre una quota del 27 per cento in OpenAI Group PBC, valutata circa 135 miliardi di dollari.
Soprattutto, ha mantenuto la chiave di volta finanziaria: quella quota del 20 per cento sui ricavi, che secondo le proiezioni interne di OpenAI ammonterà a decine di miliardi di dollari nel corso dell’accordo.
Microsoft ha incassato centinaia di milioni di dollari di questa revenue share.
Numeri che fanno riflettere: se il 20 per cento corrisponde a quelle cifre, i ricavi di OpenAI erano di miliardi di dollari. Cifre imponenti, ma del tutto insufficienti a coprire i costi faraonici per chip, energia e ricercatori.
Ciò che è iniziato come un investimento in un’organizzazione di ricerca si è trasformato in una delle partnership di maggior successo del nostro settore.
— OpenAI, comunicato sul blog aziendale
Ma cos’è, in fondo, questo «successo»?
Per Microsoft, è chiaro: un flusso di cassa garantito, l’accesso privilegiato alla tecnologia più avanzata per alimentare Copilot e Azure, e una polizza assicurativa contro il rischio di essere superata nell’era dell’AI.
Per OpenAI, il successo sembra misurato in velocità di crescita e capacità di raccogliere capitali, non in profitti. L’azienda progetta di raggiungere ricavi molto elevati, ma ammette perdite nette consistenti.
Un modello che ricorda da vicino le peggiori distorsioni della dot-com bubble, dove la scalata delle entrate giustificava qualsiasi emorragia.
La differenza è che qui i costi non sono per marketing, ma per infrastrutture fisiche, tangibili e costosissime: data center, GPU, elettricità.
La corsa al capitale e l’ombra dell’agi
La posta in gioco reale, quella che muove le mosse di Altman e del CEO di Microsoft Satya Nadella, non è il prossimo aggiornamento di ChatGPT. È la corsa all’AGI e, più pragmaticamente, la sopravvivenza finanziaria in un mercato che sta diventando ferocemente competitivo.
OpenAI non è più l’unico attore all’avanguardia. Google DeepMind avanza, Meta rilascia modelli open-source, mentre una miriade di startup specializzate erode nicchie. Soprattutto, lo stesso Microsoft sta lavorando per ridurre la sua dipendenza.
Mustafa Suleyman, a capo della divisione AI di Microsoft, ha dichiarato che la società sta perseguendo lo sviluppo di propri modelli di frontiera.
In altre parole, Microsoft usa la partnership con OpenAI come una passerella per apprendere e costruire un’alternativa interna. È una strategia di hedging perfetta: se OpenAI vince la corsa all’AGI, Microsoft ne detiene i diritti fino al 2032.
Se invece OpenAI dovesse vacillare o essere superata, Microsoft avrà nel frattempo costruito la propria competenza e infrastruttura.
Per OpenAI, questo significa che il suo principale partner, cliente e finanziatore è anche, potenzialmente, il suo più pericoloso concorrente futuro.
In questo contesto, la clausola sull’AGI nell’accordo è una bomba ad orologeria. L’AGI – un’intelligenza in grado di svolgere qualsiasi compito cognitivo umano – è il Sacro Graal che OpenAI si è prefissata di costruire sin dalla sua fondazione come non-profit.
Eppure, la definizione operativa di AGI è nebulosa e controversa. L’accordo stabilisce che qualsiasi dichiarazione di AGI da parte di OpenAI dovrà essere verificata da un panel indipendente di esperti.
Solo a quel punto cesserebbe l’obbligo di revenue share del 20 per cento (anche se i pagamenti si estenderebbero comunque nel tempo).
Ma chi sceglie questi esperti? Quali sono i criteri? La vaghezza lascia spazio a infinite dispute.
Nel frattempo, Microsoft mantiene i diritti IP anche sui modelli «post-AGI». In pratica, anche se OpenAI raggiungesse la sua missione primaria, il frutto di quella vittoria rimarrebbe in gran parte nelle mani di Microsoft per anni.
Questa dipendenza spiega la frenetica corsa di OpenAI a diversificare le fonti di capitale. L’azienda sta cercando di raccogliere fino a 100 miliardi di dollari, parlando con Nvidia, Amazon, SoftBank e investitori mediorientali.
Ha bisogno di soldi non solo per finanziare le perdite, ma per onorare i suoi impegni infrastrutturali, valutati in circa 1.400 miliardi di dollari in contratti per data center.
L’obiettivo dichiarato della CFO Sarah Friar per il 2026 è l’«adozione pratica» dell’AI, per generare più cassa da reinvestire in calcolo e ricerca.
Ma è una corsa contro il tempo. Bruciare miliardi in un anno richiede una fiducia quasi illimitata da parte degli investitori, fiducia che potrebbe incrinarsi al primo segnale di rallentamento della crescita o al primo annuncio di un modello rivoluzionario da parte di un concorrente.
Chi paga veramente il conto dell’intelligenza artificiale?
Alla fine, la domanda più scomoda riguarda il modello stesso. OpenAI è nata come organizzazione non-profit con l’obiettivo di sviluppare l’AGI in modo sicuro e a beneficio di tutta l’umanità. La sua struttura attuale, con una PBC (Public Benefit Corporation) controllata dal non-profit, è un ibrido complesso pensato per conciliare capitalismo e bene comune.
Ma i numeri raccontano una storia di capitalismo estremo, dove i costi sono socializzati (in termini di consumo energetico, impatto ambientale e concentrazione di potere) e i profitti, se mai arriveranno, saranno privatizzati e in gran parte dirottati verso un singolo azionista di riferimento.
Il pagamento del 20 per cento a Microsoft non è un dettaglio contabile. È il sintomo di una asimmetria di potere fondamentale.
OpenAI ha bisogno di Microsoft per sopravvivere nel presente; Microsoft ha bisogno di OpenAI per vincere la guerra del cloud e dell’AI nel medio termine, ma sta già preparando un piano B.
L’accordo fino al 2032 assicura a Redmond un flusso di conoscenza e denaro, mentre espone OpenAI a rischi finanziari enormi. Se la crescita dei ricavi dovesse rallentare, quel 20 per cento diventerebbe un macigno ancora più pesante.
C’è poi un altro attore spesso dimenticato in queste analisi: l’utente. Ogni azienda, ogni sviluppatore, ogni utente che paga per l’API di OpenAI sta, inconsapevolmente, finanziando anche Microsoft.
E mentre paga, genera dati che addestrano modelli i cui diritti di proprietà intellettuale sono in mano a Microsoft fino al 2032.
Dove finisce, in questo intrico, la promessa iniziale di un’intelligenza artificiale aperta e a beneficio di tutti?
La struttura di governance, con il non-profit che dovrebbe avere l’ultima parola, reggerà alla pressione di dover ripagare centinaia di miliardi di dollari in impegni e investimenti?
La storia di OpenAI e Microsoft è un caso di studio perfetto sulle contraddizioni dell’AI contemporanea.
Dimostra che la ricerca di frontiera è ormai un gioco da capitali, dove solo i più ricchi e integrati verticalmente possono permettersi di giocare.
Solleva interrogativi inquietanti sulla concentrazione del potere tecnologico e su chi, in definitiva, controllerà ciò che viene presentato come la tecnologia più trasformativa della nostra era.
Mentre Altman parla di futuri luminosi e Nadella di partnership di successo, i documenti finanziari sussurrano una verità più terrena: l’intelligenza artificiale generale, per ora, ha un padrone molto concreto, e il suo nome è scritto su un assegno da 20 centesimi per ogni dollaro.