Openai sweetpea: l'auricolare ai che punta a sostituire gli smartphone e le airpods

Openai sweetpea: l’auricolare ai che punta a sostituire gli smartphone e le airpods

“Sweetpea”: l’auricolare di OpenAI che punta a sostituire lo smartphone leggendo i nostri pensieri, una sfida diretta ad Apple e un nuovo dilemma sulla privacy

Siamo forse arrivati al momento in cui l’era dello smartphone, inteso come quel rettangolo di vetro che ci impone di abbassare lo sguardo centinaia di volte al giorno, inizia a mostrare le sue prime vere crepe strutturali.

Per anni ci siamo chiesti cosa avrebbe sostituito il telefono nelle nostre tasche: occhiali, spille, ologrammi?

La risposta di OpenAI, l’azienda che ha acceso la miccia dell’intelligenza artificiale generativa, sembra essere molto più discreta e, paradossalmente, molto più invasiva.

Non stiamo parlando di un altro assistente vocale che non capisce i nostri accenti o di cuffie che suonano semplicemente meglio.

Il progetto “Sweetpea”, emerso prepotentemente dalle indiscrezioni delle ultime settimane, rappresenta il primo vero tentativo di Sam Altman di dare un “corpo” fisico a ChatGPT.

E non lo sta facendo da solo.

L’ombra di Jony Ive, il designer che ha disegnato le curve dell’iPod e dell’iPhone, è ovunque in questo progetto.

L’obiettivo non è aggiungere un accessorio alla nostra collezione, ma cambiare radicalmente il modo in cui interagiamo con la rete: togliere lo schermo per rimettere al centro la voce.

O meglio, il pensiero.

Ma per capire perché questo non è il solito gadget destinato a finire in un cassetto dopo due mesi, bisogna guardare a cosa succede dietro le quinte, dove i contratti miliardari e le tecnologie da fantascienza si stanno incontrando.

Oltre l’audio: parlare senza aprire bocca

L’idea di base potrebbe sembrare banale: un auricolare con intelligenza artificiale. Apple lo fa già, Google anche.

Ma “Sweetpea” sembra voler risolvere il problema sociale numero uno degli assistenti vocali: l’imbarazzo.

Nessuno vuole urlare “Ehi ChatGPT, scrivimi una mail al capo” mentre è stipato sulla metro o in fila alla cassa.

Qui entra in gioco una tecnologia che fino a ieri sembrava relegata ai laboratori di ricerca medica: l’elettromiografia (EMG).

Il dispositivo non si limita ad ascoltare i suoni, ma legge i segnali elettrici dei muscoli facciali e della mandibola. È il concetto di “silent speech”, o subvocalizzazione.

In pratica, basta accennare le parole, muovendo impercettibilmente la bocca senza emettere suoni, e l’IA capisce.

È un cambio di paradigma totale: la conversazione con la macchina diventa privata, invisibile, quasi telepatica.

A supportare questa visione c’è un hardware estremamente sofisticato. La tecnologia xMEMS permette di separare l’audio vocale dalle parti meccaniche tradizionali, utilizzando chip a stato solido che eliminano le vibrazioni e riducono la latenza a zero.

Questo significa poter indossare il dispositivo tutto il giorno senza quella sensazione di “orecchio tappato” o affaticamento fisico tipica delle cuffie attuali.

Se l’obiettivo è creare un computer che scompare, l’hardware deve essere il primo a farsi dimenticare.

Eppure, la tecnologia da sola non basta se non c’è una visione industriale capace di portarla nelle mani, o nelle orecchie, di tutti.

Un cavallo di Troia per l’ecosistema Apple?

OpenAI non sta giocando al piccolo inventore. Le dimensioni della scommessa sono diventate chiare quando sono emersi i dettagli sulla produzione.

Non si tratta di un esperimento di nicchia per pochi appassionati della Silicon Valley.

Foxconn è stata incaricata di preparare la produzione di cinque nuovi dispositivi entro il 2028, con volumi che parlano di 40-50 milioni di unità solo per il primo anno.

Numeri da capogiro che posizionano immediatamente OpenAI come un concorrente diretto dei giganti dell’elettronica di consumo.

La strategia appare subdola e geniale.

Invece di lanciare subito uno smartphone che nessuno comprerebbe (perché abbandonare l’iPhone è difficile), OpenAI punta a colonizzare l’orecchio, l’ultimo spazio libero rimasto.

Le indiscrezioni suggeriscono che “Sweetpea” avrà un chip custom capace di interfacciarsi con l’ecosistema Apple, agendo quasi come un livello superiore di controllo.

Immaginate di chiedere a ChatGPT di prenotare un ristorante, e lui esegue l’azione sul vostro iPhone usando Siri come semplice “braccio operativo”.

Questo posizionamento aggressivo è confermato anche dai leaker più affidabili del settore, che vedono in questo dispositivo una minaccia diretta al dominio di Cupertino sugli indossabili.

Ho ricevuto nuovi dettagli sul progetto hardware “To-go” di OpenAI. Ora è confermato che si tratta di un prodotto audio speciale per sostituire gli AirPods, il nome in codice interno è “Sweetpea”… Ora è in cima alla lista delle priorità grazie al team di Jony Ive.

— Pikachu, Noto leaker tecnologico

È una mossa che Apple non può ignorare.

Se l’interfaccia principale diventa la voce gestita da OpenAI, l’iPhone rischia di essere degradato a semplice processore di calcolo, un “motore” nascosto in tasca mentre l’intelligenza vera risiede nell’orecchio e nel cloud.

Il prezzo della nostra voce interiore

Tutto questo entusiasmo tecnologico si scontra però con un muro che diventa ogni giorno più alto: quello della privacy.

Se le preoccupazioni attuali riguardano i dati che digitiamo, cosa succede quando un’azienda privata inizia a leggere i segnali elettrici dei nostri muscoli?

L’EMG è una tecnologia biometrica intima.

Rilevare la subvocalizzazione significa potenzialmente avere accesso a frammenti di pensiero che decidiamo di non verbalizzare, o captare stati di tensione e stress direttamente dalla nostra fisiologia.

Sam Altman e Jony Ive sembrano consapevoli della delicatezza del tema, puntando tutto sull’idea di uno strumento che “libera” la creatività umana piuttosto che ingabbiarla.

Una famiglia di dispositivi che permetterebbe alle persone di usare l’IA per creare ogni sorta di cose meravigliose.

— Sam Altman e Jony Ive, Estratto dalla lettera post-acquisizione

Tuttavia, la promessa di “creare cose meravigliose” è stata spesso il cavallo di Troia per farci accettare una sorveglianza sempre più pervasiva.

Un dispositivo “always-on”, sempre acceso e sempre in ascolto (anche se dei muscoli e non solo dei suoni), richiede un livello di fiducia in OpenAI che va ben oltre quello concesso a un semplice chatbot su un browser.

Con i chip a 2nm (probabilmente Samsung Exynos) integrati per processare i dati localmente, c’è il tentativo di mantenere la privacy sul dispositivo, ma la natura stessa di questi modelli AI richiede una connessione costante con il “cervellone” centrale.

Non stiamo solo parlando di un paio di cuffie intelligenti.

Sam Altman e Jony Ive hanno delineato una visione per una famiglia di dispositivi hardware che va ben oltre l’audio, suggerendo che “Sweetpea” sia solo il primo passo verso un futuro in cui l’informatica diventa ambientale, invisibile e onnipresente.

La vera domanda non è se la tecnologia funzionerà — con quei capitali e quelle menti, probabilmente lo farà — ma se siamo pronti a cedere l’ultimo spazio privato che ci è rimasto: il silenzio nella nostra testa.

Se il prezzo per non dover più guardare uno schermo è permettere a un algoritmo di leggerci quasi nel pensiero, quanti di noi saranno disposti a pagare il biglietto?

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