Google ha dimezzato l’abbonamento AI del Pixel 11 Pro
Google presenta Pixel 11 Pro con Tensor G6 e fotocamera avanzata, ma riduce RAM a 12GB e abbonamento AI a 6 mesi, suscitando critiche.
I modelli base perdono memoria e servizi, le versioni con più storage restano complete.
Quindici ore di autonomia con soli quindici minuti di ricarica. Un sensore principale con il 56% di luce in più rispetto alla generazione precedente. Una barra fotocamera assottigliata del 40%. Sulla carta, il Pixel 11 Pro annunciato da Google nella giornata di ieri sembra il salto tecnico che i fan aspettavano da anni. Eppure, scavando nell’annuncio ufficiale e in quello che i giornalisti specializzati hanno scoperto leggendo le specifiche tra le righe, emerge un dettaglio che stona: nel modello base del Pixel 11 Pro, Google ha tolto 4 GB di RAM rispetto alla generazione Pixel 10 Pro, e ha dimezzato la durata dell’abbonamento AI incluso nella confezione. Com’è possibile che il telefono presentato come il più avanzato della storia del marchio sia anche, in alcuni aspetti fondamentali, il più avaro?
Il paradosso del Pixel 11 Pro
Partiamo dai numeri che Google ha scelto di mettere in vetrina. Il nuovo Tensor G6, descritto come il chip “più veloce e potente” mai realizzato dall’azienda, alimenta tutta la gamma Pixel 11, Pixel 11 Pro e Pixel 11 Pro XL, ed esegue l’ultima versione del modello Gemini Nano direttamente sul dispositivo. Sul fronte fotografico, il nuovo sensore principale da 48 megapixel introdotto a partire dal Pixel 11 promette scatti notturni sensibilmente migliori grazie a quel 56% di sensibilità luminosa in più, mentre il design si assottiglia con una barra della fotocamera più sottile del 40%. E poi c’è la batteria: il Pixel 11 Pro XL può arrivare a 15 ore di autonomia con appena 15 minuti sotto carica, una cifra che — se confermata nell’uso reale — cambierebbe davvero l’esperienza quotidiana di chi vive col telefono sempre acceso.
Tutto questo, però, convive con una scelta che sembra andare nella direzione opposta rispetto alla narrazione del progresso continuo. Il modello Pro base, quello che la maggior parte dei clienti finirà per comprare, ha 12 GB di RAM: quattro in meno rispetto al Pixel 10 Pro della generazione precedente. Per tornare a 16 GB — la soglia che oggi si considera standard per un flagship pensato per l’intelligenza artificiale on-device — bisogna salire ai modelli con 512 GB o 1 TB di storage, pagando quindi un sovrapprezzo per una configurazione che prima era garantita di default. La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché Google sceglie di sacrificare proprio la RAM, cioè la risorsa che più di ogni altra determina la fluidità con cui un modello come Gemini Nano gira in locale, mentre pubblicizza il chip più potente di sempre?
Il prezzo del silicio: la segmentazione che non ti aspetti
Per capire cosa sta succedendo bisogna guardare indietro di un anno, quando Google presentò il Tensor G5 come il più grande aggiornamento del proprio silicio personalizzato, lanciato insieme al Pixel 10. Quella era la generazione in cui l’azienda puntava tutto sull’hardware come garanzia di prestazioni AI uniformi su tutta la gamma. Un anno dopo, con il Tensor G6, la storia si complica: il chip è più potente, sì, ma i benefici che ne derivano — memoria disponibile, tempo di accesso all’assistente AI premium — non sono più distribuiti allo stesso modo su tutti i modelli.
Il taglio più evidente, secondo quanto riportato da 9to5Google, riguarda l’abbonamento AI Pro incluso nella confezione: da 12 mesi gratuiti sui modelli Pro della generazione precedente, si passa a 6 mesi sui nuovi Pixel 11 Pro. Metà del beneficio, a parità di prezzo del telefono (o comunque senza sconti compensativi annunciati). Chi comprava un Pixel Pro sapeva di ottenere un anno di servizi AI premium come parte dell’affare; ora quell’anno si è dimezzato. È una mossa che parla il linguaggio della segmentazione commerciale più che quello dell’innovazione tecnica: RAM ridotta sul modello entry-level della gamma Pro, RAM piena solo su chi paga di più per lo storage, abbonamento AI tagliato a metà su tutti i Pro. Chi vuole l’esperienza AI “completa” — quella che il marketing di Google associa al Tensor G6 — deve pagare un gradino in più. La domanda che resta aperta è chi stia davvero spingendo l’innovazione AI su questi dispositivi: gli utenti che sperimentano Gemini Nano nella loro tasca, o gli analisti finanziari che guardano ai margini per dispositivo e all’attaccamento (lock-in) di abbonamento come nuova fonte di ricavo ricorrente?
Siri AI e la domanda che resta aperta
Mentre Google ridisegna i confini tra hardware e servizi in abbonamento, Apple si muove su un terreno diverso. La nuova generazione di Siri AI, presentata la scorsa estate al WWDC26, può rispondere a domande sui contenuti visualizzati sullo schermo dell’utente, sfruttare la comprensione del contesto personale per cercare tra le app installate e accedere al web per recuperare informazioni aggiornate, generando risposte basate su una conoscenza ampia del mondo. Non risulta, da quanto comunicato da Apple, che questo livello di assistente richieda un abbonamento ridotto o una configurazione di memoria a pagamento superiore per funzionare a pieno regime.
Se Siri AI riesce a fare tutto questo senza legare le proprie funzioni più avanzate a soglie di RAM comprate a parte o a mesi di abbonamento tagliati, il Pixel 11 Pro può ancora vantarsi di essere il campione dell’intelligenza artificiale su smartphone? È una domanda che Google, per ora, lascia senza risposta esplicita — e che pesa più di ogni scheda tecnica.
Il Pixel 11 Pro è un capolavoro di ingegneria o una macchina pensata per spremere valore dal cliente più fedele? Probabilmente entrambe le cose insieme. Google ha costruito un telefono che, sulla carta, batte se stesso su batteria, fotocamera e potenza di calcolo. Ma ha anche costruito, nello stesso gesto, un sistema di segmentazione che chiede di pagare di più per ottenere ciò che un anno fa era incluso di default. La vera domanda, quella che deciderà il successo commerciale di questa generazione, è se i clienti accetteranno di pagare di più per ricevere, in certi aspetti, di meno.