Samsung e Perplexity AI: Bixby rinasce, ma a quale costo per la privacy?

Samsung e Perplexity AI: Bixby rinasce, ma a quale costo per la privacy?

Mentre Google punta su Gemini, Samsung cerca alternative in Perplexity AI per non diventare un vassallo di Mountain View

Ricordate Bixby?

Sì, quel tasto laterale sul vostro smartphone Samsung che avete disattivato il giorno stesso dell’acquisto, o quell’assistente vocale che partiva per sbaglio durante le riunioni e che, nel migliore dei casi, sapeva impostare un timer per la pasta. Per anni è stato lo zimbello del settore, l’eterno secondo schiacciato dall’onnipresenza di Google Assistant e dalla popolarità di Siri.

Eppure, proprio mentre l’attenzione del mondo tecnologico è ipnotizzata dalla guerra tra i grandi modelli linguistici (LLM), a Seoul qualcuno ha deciso che Bixby non doveva morire, ma mutare.

Siamo al 2 gennaio 2026 e, se avete seguito le briciole digitali lasciate negli ultimi giorni del 2025, avrete notato qualcosa di strano nella versione beta della One UI 8.5. Samsung sta tentando un trapianto di cervello sul suo assistente, collegandolo direttamente a Perplexity AI. Non si tratta di una semplice feature aggiuntiva, ma di una mossa strategica che puzza di disperazione e calcolo politico in egual misura.

Mentre Google spinge Gemini in ogni pixel di Android, Samsung sta cercando una via di fuga per non diventare un semplice vassallo di Mountain View. Ma come sempre, quando due giganti giocano a scacchi con le intelligenze artificiali, le pedine sacrificate siamo noi e i nostri dati personali.

La narrazione ufficiale è quella dell’innovazione e della “migliore esperienza utente”, la solita glassa zuccherata da comunicato stampa. Ma se grattiamo via la superficie, emerge un quadro ben più complesso fatto di dipendenze tecnologiche, conflitti di interesse e una gestione della privacy che solleva più di un sopracciglio.

Un trapianto di cervello per l’assistente dimenticato

Tutto è iniziato in sordina, tra Natale e Capodanno, quando alcuni utenti della beta hanno notato che Bixby aveva smesso di dare risposte pre confezionate e iniziava a citare le fonti. Non era la solita ricerca Google camuffata.

L’analisi del codice ha rivelato che Samsung sta testando risposte alimentate da Perplexity direttamente nell’app Bixby, segnando un distacco netto dal passato.

Il funzionamento tecnico, osservato nella versione 4.0.50.4 dell’app, svela un approccio ibrido che dovrebbe far scattare un campanello d’allarme per chiunque si occupi di sovranità dei dati. Bixby continua a gestire i compiti da “maggiordomo stupido” (accendere il Wi-Fi, aprire la galleria), ma appena la richiesta richiede un minimo di ragionamento o l’accesso a informazioni in tempo reale, il pacchetto viene girato a Perplexity.

Immaginate di chiedere “Che tempo farà domani?”: Bixby vi risponde. Ma se chiedete “Dovrei portare una giacca a vento per un trekking sulle Dolomiti domani mattina?”, entra in gioco l’AI esterna, fornendo contesto e citazioni.

Sulla carta sembra fantastico.

Finalmente un assistente che capisce il contesto. Ma tecnicamente, questo significa che il vostro telefono sta diventando un semplice terminale di smistamento. La vostra voce viene convertita in testo, analizzata per l’intento e poi spedita verso server che non sono di Samsung, per essere processata da algoritmi di cui non conosciamo i pesi né i bias.

E qui sorge la prima domanda scomoda: se Bixby è solo un intermediario, perché dovremmo fidarci della catena di custodia dei nostri dati?

Ma c’è un motivo preciso per cui Samsung sta facendo entrare un terzo incomodo nel vostro telefono, e non ha nulla a che fare con la vostra comodità nel cercare le previsioni meteo.

Il triangolo amoroso tra Samsung, Google e Perplexity

Per capire questa mossa bisogna guardare ai soldi e al potere contrattuale. Samsung e Google sono legati da un matrimonio di convenienza che sta iniziando a stare stretto ai coreani. I dispositivi Galaxy sono il veicolo principale di Android nel mondo, ma Google sta diventando sempre più aggressiva nell’imporre la sua suite AI, Gemini, come standard de facto.

Accettare Gemini come unico cervello dei Galaxy S26 significherebbe per Samsung ammettere la sconfitta: diventare un semplice assemblatore di hardware per il software di Google.

L’integrazione di Perplexity serve a diversificare il rischio. Non è un caso che i primi segnali concreti siano apparsi sull’interfaccia One UI dei dispositivi Galaxy proprio a ridosso del lancio della nuova serie S26. Samsung sta dicendo a Google: “Non abbiamo bisogno solo di te”. Utilizzando Perplexity per le query complesse, Samsung cerca di mantenere il controllo sull’interfaccia utente (Bixby) delegando l’intelligenza a un partner che, al momento, è meno minaccioso di Big G.

È una strategia di sopravvivenza aziendale.

Perplexity, dal canto suo, ottiene l’accesso a milioni di dispositivi senza dover costruire un proprio hardware, un sogno per qualsiasi startup AI che deve giustificare valutazioni miliardarie agli investitori. Ma in questo gioco di potere, l’utente è trattato come merce.

Ci viene venduta l’illusione della scelta (“Guarda come è intelligente il nuovo Bixby!”), mentre in realtà stiamo solo alimentando due motori di profilazione invece di uno.

E non dimentichiamo che Perplexity non è una onlus. Il loro modello di business si basa sull’essere un “motore di risposta”, e per rispondere bene devono ingurgitare quantità massicce di dati comportamentali. Quando Samsung integra queste API nel cuore del sistema operativo, sta aprendo una porta di servizio a un’entità esterna. Resta da vedere quanto questa porta sia sorvegliata.

I dati, la merce di scambio invisibile

Arriviamo al punto dolente, quello che i comunicati stampa evitano accuratamente o seppelliscono sotto termini vaghi come “privacy-centric”. Quando un utente attiva Bixby sulla One UI 8.5, cosa succede esattamente ai suoi dati biometrici (la voce) e alle sue intenzioni (la query)?

In un sistema chiuso, i dati rimangono sul dispositivo o vanno sui server del produttore, coperti da una singola policy sulla privacy. In questo sistema ibrido, Bixby gestisce i comandi base localmente ma invia le query complesse alle API esterne, creando una frammentazione della responsabilità.

Chi è il titolare del trattamento ai sensi del GDPR? Samsung? Perplexity? O entrambi?

E se Perplexity subisse un data breach, Samsung se ne laverebbe le mani dicendo “noi abbiamo solo fornito l’interfaccia”?

Inoltre, il GDPR impone la minimizzazione dei dati. Ma un sistema che deve decidere costantemente chi deve rispondere a una domanda (se il processore locale o l’AI nel cloud) deve analizzare tutto ciò che viene detto per fare lo smistamento. Questo significa che potenzialmente ogni interazione vocale viene vagliata per capire se contiene query complesse degne di Perplexity.

È il paradosso degli assistenti intelligenti: per essere utili, devono essere invasivi.

C’è poi la questione delle allucinazioni e della responsabilità editoriale. Perplexity si vanta di citare le fonti, ma chi controlla l’accuratezza in tempo reale? Se Bixby, tramite Perplexity, mi dà un consiglio medico sbagliato o una notizia finanziaria falsa, chi ne risponde? Samsung dirà che è colpa dell’AI esterna, l’AI esterna dirà che è un motore di ricerca e non un editore.

E l’utente rimane col cerino in mano.

L’entusiasmo per queste nuove funzionalità maschera spesso una realtà molto più prosaica: le aziende tecnologiche stanno usando i nostri dispositivi come laboratori di test per modelli di business ancora instabili. Samsung non sta “salvando” Bixby perché ci tiene alla nostra produttività; lo sta facendo per mantenere una parvenza di sovranità sul proprio ecosistema, usando i dati degli utenti come valuta per pagare il pedaggio a Perplexity e tenere Google a distanza di sicurezza.

Siamo di fronte all’ennesima iterazione del capitalismo di sorveglianza, ora con una voce più naturale e citazioni a piè di pagina.

La comodità di non dover aprire il browser vale davvero la dispersione dei nostri dati su molteplici server gestiti da aziende con agende diverse? Probabilmente la maggior parte degli utenti cliccherà “Accetta” senza leggere, felice che il telefono sappia finalmente rispondere a domande difficili, ignorando che la risposta più costosa è quella che stiamo dando noi a loro, ogni giorno, gratuitamente.

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