Funerale SEO 2020: Ahrefs e Patrick Stox annunciano il Grande Disaccoppiamento
L’avvento delle risposte generative dei motori di ricerca sta infatti rendendo obsoleti i dogmi che hanno governato il settore per anni, portando a un “Grande Disaccoppiamento” in cui i click crollano mentre le menzioni diventano il nuovo obiettivo.
Patrick Stox, advisor di Ahrefs, ha un messaggio chiaro per chi si occupa di ottimizzazione sui motori di ricerca: preparatevi al funerale delle strategie SEO del 2020.
Secondo la sua analisi, presentata alla conferenza Ahrefs Evolve 2025, l’avvento delle risposte generative dei motori di ricerca sta rendendo obsoleti i dogmi che hanno governato il settore per anni.
Il mantra non è più “posizionati per le parole chiave”, ma “guadagnati la menzione”.
Perché?
Perché gli assistenti AI stanno fornendo risposte sintetizzate direttamente nella pagina dei risultati, eliminando la necessità per gli utenti di cliccare sui siti sorgente.
Un fenomeno che Stox definisce, con un certo fatalismo, “Il Grande Disaccoppiamento”: le impressioni (le visualizzazioni dei risultati) aumentano, ma i click crollano.
I suoi dati mostrano che il tasso di click per la prima posizione è calato del 34.5% a marzo 2025, in correlazione diretta con l’espansione degli AI Overviews di Google, che ormai compaiono in circa il 19% delle ricerche.
La domanda che sorge spontanea è: se nessuno clicca più, chi ci guadagna da questa rivoluzione?
E, soprattutto, chi vende le pale per scavare le tombe delle vecchie strategie?
La nuova cassetta degli attrezzi (a pagamento)
La risposta di Ahrefs, azienda di cui Stox è ambasciatore del brand, non si fa attendere ed è un portafoglio di strumenti AI pensati per navigare questo nuovo deserto dei click.
Si passa dall’AI Content Helper, che analizza e “punteggia” i contenuti rispetto ai competitor, al Brand Radar, uno strumento che monitora oltre 240 milioni di prompt attraverso le piattaforme AI per tracciare le menzioni del brand.
Poi ci sono i “Patches”, per riscrivere gli elementi delle pagine in massa, e tutta una serie di automazioni per redirect e audit tecnici.
In sostanza, Ahrefs sta costruendo un intero ecosistema per gestire una visibilità che non si misura più in traffico diretto, ma in citazioni all’interno di black box algoritmiche.
È un cambio di paradigma profondo: prima vendevi strumenti per attirare visitatori, ora vendi strumenti per essere “visto” da un’intelligenza artificiale che trattiene il visitatore per sé.
Le strategie SEO del 2020 non saranno efficaci nel 2026
— Patrick Stox, Product Advisor e Technical SEO di Ahrefs
Il quadro dipinto è quello di un’industria in fibrillazione, dove l’87% delle aziende usa già l’AI per creare contenuti SEO e il traffico da fonti AI è cresciuto di 9,7 volte in un anno.
Ma questa corsa all’oro ha un lato oscuro e profondamente conflittuale.
Da un lato, i creatori di contenuti e i publisher vedono erodersi il loro modello di business basato sul traffico.
Dall’altro, le aziende come Ahrefs, Semrush e Moz – che dominano un mercato degli strumenti SEO AI destinato a quintuplicare entro il 2035 – offrono soluzioni per sopravvivere in un mondo che loro stessi descrivono come sempre più inospitale.
È un classico caso di “vendere fucili nella guerra dei contenuti”: il conflitto di interesse è palpabile.
Più l’AI di Google prosciuga il traffico organico, più diventa indispensabile acquistare strumenti sofisticati (e costosi) per scampare alla carestia.
La domanda è: queste aziende stanno semplicemente aiutando i marketer ad adattarsi, o stanno alimentando attivamente una crisi di cui sono le principali beneficiarie?
Tra ottimizzazione e sorveglianza algoritmica
La posta in gioco va oltre il marketing.
La nuova frontiera della “visibilità AI” solleva questioni spinose su trasparenza e controllo.
Per “guadagnarsi la menzione”, le aziende devono essere costantemente monitorate negli output degli assistenti virtuali.
Strumenti come il Brand Radar di Ahrefs promettono proprio questo: una sorveglianza capillare su come ChatGPT, Gemini o Perplexity parlano di un brand.
Ma su quali dati si basa questa sorveglianza?
Quali prompt vengono analizzati e con quale copertura?
E, soprattutto, che garanzie ci sono che questa massa di dati sui comportamenti di ricerca e sulle menzioni delle aziende venga gestita in modo sicuro e conforme a regolamenti come il GDPR, che vieta esplicitamente di condividere informazioni sanitarie senza consenso esplicito?
La linea tra ottimizzazione del brand e sorveglianza algoritmica commerciale diventa sempre più sottile.
Il rischio è di creare un circolo vizioso.
Per apparire autorevoli agli occhi dell’AI, le aziende devono produrre contenuti che l’AI stessa giudica autorevoli, basandosi su parametri opachi.
Si finisce per ottimizzare non per il lettore umano, ma per il modello di linguaggio, in una corsa al ribasso qualitativa.
Lo stesso Stox mette in guardia contro la creazione smodata di FAQ, pratica che i sistemi AI potrebbero penalizzare.
Ma come fa un editore a sapere cosa verrà penalizzato?
Deve affidarsi agli strumenti di analisi che, guarda caso, glielo indicano.
Il potere si sposta ulteriormente verso le piattaforme che controllano sia gli algoritmi di ricerca (Google) sia gli strumenti per decifrarli (Ahrefs & co.).
In questo contesto, concetti come E-E-A-T (Esperienza, Competenza, Autorevolezza, Affidabilità) rischiano di diventare semplicemente una nuova serie di metriche da gamificare con l’aiuto dell’AI, svuotandoli del loro significato originale legato alla qualità umana.
La transizione epocale descritta da Stox ha precisi precedenti storici, dagli aggiornamenti Panda e Penguin di Google all’indicizzazione mobile-first.
Ogni volta, chi non si è adattato è stato spazzato via.
La differenza oggi è la velocità e l’opacità del cambiamento.
L’AI non è un semplice aggiornamento dell’algoritmo; è un nuovo intermediario onnipresente e insondabile tra l’utente e l’informazione.
Le aziende SEO, ponendosi come guide indispensabili in questa terra incognita, stanno facendo più che vendere software.
Stanno vendendo una mappa per un territorio che loro stessi contribuiscono a ridisegnare, mentre i vecchi punti di riferimento – il traffico, il click, la pagina vista – svaniscono nell’orizzonte.
Alla fine, la domanda più urgente forse non è come sopravvivere al “Grande Disaccoppiamento”, ma chi deciderà le regole del nuovo gioco, e se per giocare saremo costretti a comprare sempre e solo il loro mazzo di carte.