Esperti SEO: Siri AI in ritardo, problemi di query e risposte per Apple Intelligence
I test interni hanno rivelato problemi nell’elaborazione delle richieste e nei tempi di risposta, spingendo l’azienda a rimandare funzionalità chiave da marzo a maggio o settembre, un segnale delle difficoltà nell’integrare modelli linguistici complessi.
Il rilancio di Siri, annunciato con grande clamore nel giugno 2024 sotto il cappello di Apple Intelligence, è di nuovo in stallo. Secondo un rapporto di Bloomberg, i test interni dell’aggiornamento basato su intelligenza artificiale hanno rivelato problemi significativi nell’elaborazione delle richieste e nei tempi di risposta, spingendo Apple a rimandare il lancio di funzionalità chiave.
Alcune di queste, inizialmente previste per l’aggiornamento iOS 26.4 di marzo, potrebbero slittare a maggio con la versione 26.5 o addirittura a settembre con iOS 27.
È la conferma di una difficoltà tecnica che va ben oltre un semplice ritocco estetico: si tratta di integrare modelli linguistici complessi in un’architettura ibrida che Apple ha promesso essere al tempo stesso potente e rispettosa della privacy.
La posta in gioco è altissima, perché il successo o il fallimento di questa operazione definirà la credibilità di Apple nell’era dell’IA generativa.
I problemi emersi nei laboratori di Cupertino sono concreti e frustranti per gli utenti tester. Siri a volte non elabora correttamente le query degli utenti, impiega troppo tempo a rispondere o, in alcuni casi, rinuncia del tutto al nuovo motore e ricade sull’integrazione con ChatGPT anche quando dovrebbe essere in grado di gestire la richiesta autonomamente.
È stato identificato anche un bug fastidioso per cui l’assistente interrompe l’utente se parla troppo velocemente.
Queste criticità, specialmente evidenti con query complesse che richiedono tempi di elaborazione più lunghi, minano l’esperienza fluida e contestuale che Apple aveva promesso.
Il cuore della promessa di Apple Intelligence, presentato il 10 giugno 2024, era proprio quello di un’assistente profondamente integrata nel sistema, in grado di comprendere il linguaggio naturale in modo ricco e di agire tra le app.
Ora, quella visione è nuovamente in attesa.
La complessità dietro la semplicità
Il ritardo non è una sorpresa per chi osserva la complessità tecnica dell’operazione. Apple non sta semplicemente aggiornando un algoritmo, ma sta tentando di orchestrare un ecosistema ibrido di intelligenza artificiale. Da un lato ci sono i modelli on-device, come il modello foundation da 3 miliardi di parametri ottimizzato per i chip Apple Silicon, che gestiscono le richieste in tempo reale e in modo privato direttamente sul telefono.
Dall’altro, per i compiti più pesanti, entra in gioco il Private Cloud Compute (PCC), l’infrastruttura server di Apple basata su suoi chip dedicati e progettata per non conservare i dati dell’utente.
In questo contesto, Siri deve fare da intelligente direttore d’orchestra, decidendo in millisecondi dove indirizzare ogni singola richiesta per bilanciare velocità, complessità e privacy.
La vera novità, e forse la principale fonte di complicazione, è l’ingresso di un terzo attore esterno in questa architettura già delicata: Google.
Le due aziende hanno stretto una partnership pluriennale in base alla quale Apple collabora con Google per utilizzare i modelli Gemini e la tecnologia cloud per la prossima generazione dei propri modelli foundation. Questi modelli, a loro volta, dovrebbero alimentare le future funzionalità di Apple Intelligence, inclusa una Siri più personalizzata prevista per quest’anno.
In pratica, per le richieste più avanzate che neanche il PCC gestisce, Siri dovrebbe appoggiarsi alla potenza di calcolo e di ragionamento di Gemini.
Tuttavia, integrare un modello esterno così massiccio, mantenendo al contempo il controllo sull’esperienza utente e rispettando i severi standard di privacy di Apple (Google è definito, non a caso, un fornitore cloud “preferito” ma non esclusivo), è un’operazione di ingegneria software e sistemistica di prim’ordine.
I ritardi suggeriscono che il “ponte” tra il frontend Siri e il backend Gemini non è ancora stabile e performante come dovrebbe.
Un cambio di guardia e una strategia in divenire
I problemi tecnici coincidono con un significativo riassetto interno ai vertici dell’AI in Apple. John Giannandrea, il vicepresidente senior per il machine learning e la strategia AI, è in uscita e passerà a un ruolo consultivo prima del pensionamento nella primavera 2026. A guidare la divisione AI è stato chiamato Amar Subramanya, proveniente da Microsoft e Google, che risponde a Craig Federighi.
Ma forse il cambiamento più significativo, e sintomatico delle difficoltà incontrate, riguarda la guida di Siri stessa.
Dopo i ritardi nell’overhaul dell’assistente, la responsabilità di Siri è stata affidata a Mike Rockwell, precedentemente a capo del gruppo Vision Products che ha sviluppato il Vision Pro.
È un passaggio di consegne che segnala l’urgenza di portare a termine il progetto e l’attribuzione di una figura con esperienza nel lancio di prodotti hardware e software profondamente innovativi (e complessi).
Apple ha una storia di lanci ritardati o, in casi estremi, cancellati, come il tappetino di ricarica AirPower.
Ma l’esempio più calzante per il caso Siri potrebbe essere un altro: il disastroso lancio di Apple Maps nel 2012. Allora, Apple Maps fu lanciato il 19 settembre 2012 sostituendo Google Maps come servizio predefinito, ma fu stroncato per informazioni inaccuratissime, direzioni sbagliate e bug ovunque.
La reazione fu immediata e umiliante: l’allora CEO Tim Cook si dovette scusare pubblicamente e suggerire agli utenti di usare alternative.
Quel fiasco danneggiò l’immagine di Apple come azienda che rilascia solo prodotti perfetti.
Oggi, la lezione sembra essere stata appresa: meglio ritardare che rilasciare un prodotto acerbo, specialmente quando si tratta di un componente software centrale come l’assistente vocale, utilizzato da centinaia di milioni di persone.
Tuttavia, il mercato dell’IA generativa corre a una velocità senza precedenti, e la pazienza degli investitori e degli utenti non è infinita.
Stiamo collaborando con Google per utilizzare i loro modelli Gemini e la tecnologia cloud per la prossima generazione di Apple Foundation Models. Questi modelli aiuteranno a potenziare le future funzionalità di Apple Intelligence, inclusa una Siri più personalizzata in arrivo quest’anno.
— Dichiarazione congiunta Apple-Google
La domanda che si pongono ora osservatori e utenti è se questa cautela sia un segno di saggezza o di impreparazione.
Da un lato, Apple sta evitando di lanciare un prodotto buggato, proteggendo la fidianza dell’utente e il valore del suo ecosistema. Sta anche cercando di costruire un’architettura tecnica unica, che dà priorità all’elaborazione on-device per la privacy, invece di rincorrere le mode con un chatbot generico.
Dall’altro, i continui rinvii rischiano di far percepire Apple come un attore in ritardo cronico nella corsa all’IA, dipendente dalle tecnologie di partner (prima OpenAI, ora Google) e incapace di tradurre la sua eccellenza hardware in un’intelligenza software altrettanto convincente.
Il prossimo autunno, con l’atteso lancio di iOS 27 e dei nuovi iPhone, potrebbe essere l’ultima chiamata per Siri.
Se l’assistente rinviata non riuscirà finalmente a dimostrare di essere all’altezza delle promesse, il rischio per Apple non sarà solo un altro prodotto ritardato, ma l’erosione di un pilastro fondamentale della sua proposta di valore: l’integrazione perfetta e intuitiva tra utente e dispositivo.