L'avvento dell'Agentic AI: Rischi e Opportunità nel 2025

L’avvento dell’Agentic AI: Rischi e Opportunità nel 2025

Dagli assistenti virtuali onniscienti ai pericoli della collusione algoritmica: l’Australia lancia l’allarme sull’IA predatoria e la necessità di regole più stringenti

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questo 2025 ormai agli sgoccioli, è che la tecnologia non aspetta nessuno.

Mentre noi eravamo impegnati a capire come scrivere il prompt perfetto per generare un’immagine, i giganti della Silicon Valley stavano già costruendo il passo successivo: l’IA che non si limita a “creare”, ma “agisce”.

Siamo passati dai chatbot chiacchieroni agli “agenti autonomi” nel giro di un battito di ciglia.

E se per l’utente medio questo significa avere un assistente virtuale che prenota il ristorante e fa la spesa da solo, per i regolatori globali è scattato l’allarme rosso.

L’epicentro di questa nuova scossa tellurica normativa arriva dall’Australia, dove l’Australian Competition and Consumer Commission (ACCC) ha appena pubblicato un report che definirei “esplosivo” per chiunque lavori nel tech o nel marketing.

Non si tratta del solito documento burocratico polveroso.

È la prima volta che un’autorità di vigilanza esamina in modo indipendente questa tecnologia al di fuori di un’inchiesta formale, e il messaggio è chiaro: il vecchio approccio “osserviamo e vediamo” è morto.

Con investimenti infrastrutturali che fanno girare la testa e una capacità di calcolo che supera ogni benchmark precedente, l’IA è entrata in una fase predatoria.

E i consumatori, spesso ignari, sono al centro del mirino.

L’era degli agenti autonomi (e i suoi pericoli)

Fino a pochi mesi fa, l’IA era uno strumento passivo: tu chiedevi, lei rispondeva.

La fine del 2025 ha cambiato le carte in tavola con l’arrivo della “Agentic AI” da parte di Google, Microsoft, OpenAI e Amazon. Questi non sono semplici software; sono agenti capaci di ragionare, pianificare ed eseguire flussi di lavoro complessi senza il nostro intervento costante.

Immaginate un maggiordomo digitale che non solo vi consiglia le scarpe, ma le compra, usando la vostra carta di credito, scegliendo il negozio e la spedizione.

Comodo? Assolutamente.

Pericoloso? L’ACCC pensa di sì.

Il rischio non è solo che l’agente sbagli taglia, ma che esista un conflitto di interessi strutturale.

Se il vostro agente AI è proprietà di una grande piattaforma di e-commerce, sceglierà il prodotto migliore per voi o quello che massimizza il profitto della casa madre? Questo scenario apre le porte a nuove forme di “collusione algoritmica” e manipolazione del mercato che le leggi attuali faticano persino a definire.

L’altro lato della medaglia riguarda la barriera all’ingresso. Non stiamo parlando di garage startup.

L’autorità australiana ha evidenziato come le big tech abbiano investito collettivamente 627 miliardi di dollari australiani in infrastrutture AI, una cifra che di fatto taglia fuori qualsiasi concorrenza che non abbia le spalle coperte da capitali statali o multinazionali.

Questo livello di spesa (CapEx) non è sostenibile senza un ritorno economico aggressivo, il che ci porta inevitabilmente alla monetizzazione dei nostri dati in modi che non avevamo previsto.

La preoccupazione non è solo teorica. Quando un sistema diventa così integrato nella nostra vita quotidiana – gestendo agenda, acquisti e comunicazioni – il costo per cambiare fornitore (switching cost) diventa insostenibile.

Rischiamo di trovarci bloccati in ecosistemi chiusi, dove l’IA sa di noi più di quanto noi sappiamo di noi stessi, e usa quella conoscenza per tenerci legati a doppio filo.

Il dilemma delle regole: troppo poco, troppo tardi?

L’Australia sta cercando di correre ai ripari, ma la sensazione è quella di voler arginare un fiume in piena con dei sacchi di sabbia.

Sebbene organismi come l’AANA abbiano creato consigli per l’IA nella pubblicità già a maggio e il National AI Centre abbia rilasciato linee guida a ottobre, la realtà sul campo è molto più complessa. Le linee guida volontarie funzionano finché tutti giocano pulito, ma quando ci sono in ballo il dominio del mercato e miliardi di dollari, la “buona volontà” tende a evaporare.

Il problema fondamentale è la specificità delle norme.

Le leggi attuali sulla protezione dei consumatori sono state scritte in un’epoca in cui “inganno” significava un cartellone pubblicitario falso, non un algoritmo che manipola impercettibilmente le tue opzioni di scelta in tempo reale.

Ecco perché il tono degli esperti si sta facendo sempre più critico verso l’approccio generico adottato finora.

Le attuali normative australiane che non affrontano direttamente l’IA sono “inefficaci” per contrastare i rischi unici che queste tecnologie pongono.

— Kate Healy, Fondatrice di Empowered Cyber

Questa inefficacia crea un vuoto pericoloso.

Da un lato abbiamo le aziende che spingono sull’acceleratore dell’innovazione, rilasciando modelli multimodali capaci di “vedere” e “sentire” oltre che leggere; dall’altro abbiamo un sistema legale che cerca ancora di capire di chi sia la responsabilità se un’IA commette un illecito.

Rosie Evans dell’ACCC avverte che senza un regime applicabile specificamente all’IA, l’Australia potrebbe faticare a raggiungere la coesione normativa necessaria.

Non è solo una questione di multe o divieti. È una questione di fiducia democratica.

Se non possiamo fidarci del fatto che l’agente che opera per noi stia effettivamente facendo i nostri interessi, l’intero castello di carte dell’economia digitale rischia di crollare sotto il peso del sospetto.

E in un mondo dove i deepfake e le truffe automatizzate sono all’ordine del giorno, la fiducia è la valuta più preziosa che abbiamo.

Tuttavia, c’è un settore che si trova tra l’incudine e il martello più di ogni altro, costretto a navigare in queste acque turbolente senza una bussola precisa.

La fine della pubblicità come la conosciamo?

Per chi lavora nel marketing, il report dell’ACCC è una doccia fredda. Per anni, il mantra è stato “i dati sono il nuovo petrolio”.

Oggi, quel petrolio rischia di prendere fuoco.

L’industria pubblicitaria si trova in una posizione paradossale: ha disperatamente bisogno di dati per alimentare le strategie di personalizzazione guidate dall’IA, ma l’accesso a questi dati è sempre più rischioso e regolamentato.

Non è un’esagerazione dire che il modello di business è a rischio.

Se gli “agenti AI” iniziano a fare acquisti per noi, chi guarderà le pubblicità?

Il vostro assistente digitale non si farà influenzare da un banner colorato o da un jingle orecchiabile. Questo sposta la competizione dalla “persuasione umana” all’ottimizzazione algoritmica pura, un terreno dove solo i giganti con i dataset più vasti possono vincere.

Eppure, l’industria non sta ferma a guardare. C’è una consapevolezza diffusa che le vecchie tattiche di raccolta dati indiscriminata sono finite.

Il report IAB Australia rileva che il 92% dei decisori del settore considera l’utilizzo dei dati critico per il successo commerciale, ma allo stesso tempo c’è una forte richiesta di standardizzazione per evitare il far west.

Siamo di fronte a un bivio storico.

L’IA agentica promette di liberarci dalle incombenze noiose, regalandoci tempo prezioso. Ma il prezzo di questo biglietto è la cessione di un’autonomia decisionale che, una volta persa, sarà difficile recuperare.

La domanda che dobbiamo porci, mentre chiudiamo questo 2025 frenetico, non è tanto se l’IA sia pronta per noi, ma se noi siamo pronti a vivere in un mondo dove le nostre scelte sono, in ultima analisi, il risultato di un calcolo probabilistico effettuato in un server farm dall’altra parte del mondo.

Siamo davvero i clienti di questa rivoluzione, o stiamo diventando semplicemente l’input passivo di un sistema che si autoalimenta?

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