ChatGPT diventa un canale pubblicitario: gli utenti AI comprano di più

ChatGPT diventa un canale pubblicitario: gli utenti AI comprano di più

Criteo aderisce al pilota pubblicitario di OpenAI in ChatGPT. Gli utenti che usano l'AI hanno tassi di conversione 1,5 volte superiori. L'advertising conversazionale diventa una leva competitiva reale.

I dati mostrano che chi usa ChatGPT per informarsi ha un’intenzione d’acquisto più forte della media.

Immaginate di chiedere a ChatGPT consigli per un weekend romantico a Venezia. Mentre leggete la risposta, tra un suggerimento su un ristorante e l’altro, compare un annuncio perfettamente in tema per una boutique di gioielli o un volo last minute. Non è fantascienza, è il presente. E i grandi player del marketing digitale si stanno accorgendo che quegli utenti, quelli che conversano con l’intelligenza artificiale, non solo cercano informazioni, ma hanno una voglia matta di spendere. La conferma arriva dall’annuncio di Criteo, colosso della pubblicità digitale, che nei giorni scorsi ha ufficializzato la sua adesione al pilota pubblicitario di OpenAI in ChatGPT. Un ingresso di peso, che porta con sé dati sorprendenti e segna un punto di svolta concreto per il mercato degli annunci alimentati dall’AI.

Il pilota che attira i big player

L’annuncio di Criteo, avvenuto il 2 marzo, non è una semplice adesione formale. La compagnia, che attiva più di 4 miliardi di dollari di spesa mediatica annuale e lavora con 17.000 inserzionisti in tutto il mondo, inizierà a integrare la sua tecnologia nelle prossime settimane. Ma il vero motivo per cui questo ingresso fa rumore è nascosto nei dati. Un’analisi condotta da Criteo sui dati degli inserzionisti statunitensi ha infatti rivelato che gli utenti che arrivano attraverso piattaforme di grandi modelli linguistici, come ChatGPT, hanno tassi di conversione all’acquisto circa 1,5 volte superiori rispetto ad altri canali. In parole semplici: chi usa l’AI per informarsi non sta solo curiosando, ma esplora con un’intenzione d’acquisto più forte e decisa.

Questo rende il pilota di OpenAI un terreno di prova sempre più affollato e competitivo. Già nel febbraio 2024, OpenAI aveva ufficialmente lanciato gli annunci in ChatGPT, un test inizialmente rivolto agli utenti adulti registrati ai piani gratuiti negli Stati Uniti. Da allora, il programma pilota ha già attirato investimenti dai giganti della comunicazione Omnicom Media, WPP e Dentsu. L’arrivo di Criteo, però, non è solo un altro nome sulla lista. È la prova che l’advertising conversazionale sta uscendo dalla fase sperimentale per diventare una leva con numeri tangibili, dove l’attenzione dell’utente si traduce in azione con un’efficienza superiore alla media.

La corsa all’AI advertising

Mentre Criteo si unisce al pilota di OpenAI, però, gli altri grandi nomi del retail e della tecnologia non stanno certo a guardare. Lo scorso febbraio, ad esempio, Target ha annunciato di essere tra le prime aziende a testare la pubblicità contestuale in ChatGPT, sfruttando la sua divisione di retail media, Roundel. Ma la sfida più interessante si gioca forse altrove. Google, il cui business è storicamente legato alla pubblicità nella ricerca, sta vivendo una trasformazione parallela. Secondo quanto dichiarato dalla stessa azienda, nel 2026 la Ricerca si sta trasformando in uno strumento più potente per la scoperta, dove gli annunci possono ispirare e rispondere contemporaneamente. Il colosso di Mountain View non si limita a portare annunci nelle esperienze di intelligenza artificiale, ma promette di “reinventare cosa sia un annuncio”.

È un’ironia del destino: proprio mentre OpenAI testa e affina il suo approccio in ChatGPT, i competitor più consolidati stanno già ridefinendo le regole del gioco. La posta in palio è enorme: intercettare un utente che, invece di digitare una stringa di parole chiave, formula una domanda complessa e si aspetta una risposta utile, pertinente e, perché no, anche commercialmente rilevante.

Implicazioni per il mercato pubblicitario

Con tutti questi player in campo, la domanda sorge spontanea: da dove verranno i soldi per finanziare questa nuova frontiera pubblicitaria? La risposta, almeno all’inizio, è meno romantica di quanto si possa pensare. Secondo alcune analisi di settore, i primi investimenti proverranno da budget esistenti – sottratti a canali come la ricerca tradizionale, i social media, il retail media o la connected TV – e non da fondi nuovi. È un paradosso solo apparente: per costruire il futuro, le aziende dovranno spostare risorse dal presente. Ma l’impatto, se gli annunci in ChatGPT e simili prenderanno piede, non rimarrà confinato a una sola piattaforma. Trasformerà l’intero ecosistema, spingendo tutti a ripensare il modo in cui si connettono con un pubblico che ora “dialoga” con la tecnologia.

Il 2026 si sta confermando così come l’anno in cui la pubblicità nell’intelligenza artificiale smette di essere uno specchietto per le allodole per tecnologi e addetti ai lavori. Diventa una leva competitiva reale, misurabile e, stando ai primi dati, sorprendentemente efficace. Gli utenti conversano, esplorano e, soprattutto, comprano. Le aziende, dai colossi della tech ai retailer, scommettono su un nuovo modo di essere presenti. La partita è appena iniziata, e promette di ridisegnare non solo dove vedremo gli annunci, ma cosa significherà davvero “vedere” un annuncio.

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