L’India digitale: da Incredible India a Intelligenza Aumentata, il ruolo di Amitabh Kant tra dati e sorveglianza
L’architetto di questa trasformazione, Amitabh Kant, sposta l’attenzione dalla promozione di paesaggi esotici alla valorizzazione dei dati di 1,4 miliardi di cittadini, ora visti come risorsa per l’addestramento di algoritmi.
C’è un filo sottile, quasi invisibile, che lega le brochure patinate delle spiagge del Kerala ai server farm che macinano terabyte di dati personali a Bangalore. A reggere le estremità di questo filo c’è spesso la stessa mano, quella di burocrati visionari che hanno capito una verità fondamentale del nostro tempo: le nazioni non sono più luoghi geografici, sono brand. E i cittadini non sono più elettori, sono dataset.
Amitabh Kant, l’uomo che ha convinto il mondo che l’India fosse “Incredible” all’inizio del millennio, non sta più vendendo tramonti sul Taj Mahal. Oggi, nel 2026, la merce di scambio è l’Intelligenza Artificiale, o meglio, quella che lui definisce con un eufemismo rassicurante: “Intelligenza Aumentata”.
Se vent’anni fa la missione era portare i turisti stranieri a spendere rupie a Jaipur, oggi l’obiettivo è portare le Big Tech a “estrarre” valore dai comportamenti di 1,4 miliardi di persone.
Ma mentre applaudiamo alla crescita vertiginosa delle startup indiane, dovremmo chiederci.
In questa nuova “Incredible India” digitale, chi è il turista e chi è il prodotto?
La narrazione è, come sempre, impeccabile. Kant, ex CEO di NITI Aayog (il think tank governativo indiano), ha trascorso gli ultimi anni a costruire l’immagine dell’India come il laboratorio perfetto per il “Sud Globale”. La promessa è quella di una tecnologia inclusiva, democratica, che solleva le masse dalla povertà. Eppure, grattando via la vernice dorata del marketing istituzionale, emergono le solite, inquietanti dinamiche di sorveglianza e sfruttamento dei dati che ben conosciamo in Europa, ma elevate all’ennesima potenza.
Dalla cartolina al codice a barre
Per capire dove stiamo andando, bisogna guardare da dove veniamo. Negli anni ’90, Kant ha lanciato “God’s Own Country” per il Kerala, trasformando una regione sonnolenta in una miniera d’oro turistica. Poi è arrivata “Incredible India” nel 2002, una campagna che ha riscritto la percezione globale del subcontinente proprio mentre il mondo era paralizzato dalla paura post-11 settembre.
Kant è un maestro nel creare desiderio dove c’è diffidenza.
Oggi, la stessa logica viene applicata all’IA. Non si tratta più di vendere un’esperienza, ma di vendere efficienza. L’India si propone come la fabbrica del mondo per l’addestramento degli algoritmi, forte di una popolazione giovane e iper-connessa. Il governo indiano ha delineato un interesse significativo nella rivoluzione dell’IA attraverso i suoi documenti di strategia nazionale, posizionandosi non come un semplice utilizzatore, ma come un hub globale per le soluzioni data-driven.
Il problema, come sempre, è nei dettagli che i comunicati stampa dimenticano di menzionare. L’approccio indiano, spesso citato come modello di “Digital Public Infrastructure” (DPI), si basa su un’identità digitale centralizzata e pervasiva.
Per un critico della privacy, questo è l’equivalente digitale di costruire una casa di vetro in una piazza affollata e chiamarla “trasparenza”.
Se l’Europa con il GDPR (e ora con l’AI Act) cerca goffamente di mettere dei freni, l’approccio promosso da figure come Kant sembra premere sull’acceleratore, vendendo la deregolamentazione o la “regolamentazione agile” come un vantaggio competitivo. Ma competitivo per chi?
Per le aziende che addestrano i modelli o per i cittadini i cui volti e voci diventano proprietà intellettuale altrui?
La retorica dell’inclusione serve spesso a mascherare l’espansione del controllo. Quando si parla di “IA per tutti” (#AIforAll), si omette di dire che per “servire” tutti, l’algoritmo deve “conoscere” tutti. E in un contesto dove le tutele per la privacy sono storicamente più fluide rispetto agli standard occidentali, il rischio è che l’inclusione digitale diventi un sinonimo di sorveglianza inevitabile.
L’illusione dell’intelligenza aumentata
È qui che entra in gioco il concetto di “Intelligenza Aumentata”. Kant insiste molto su questo termine, forse per allontanare lo spettro della sostituzione lavorativa che terrorizza la classe media globale. L’idea è che l’IA non sostituirà l’uomo, ma ne amplificherà la creatività.
Una visione rassicurante, quasi romantica, del rapporto uomo-macchina.
L’IA può amplificare la creatività, ma non può sostituire un Chief Marketing Officer (CMO).
— Amitabh Kant, G20 Sherpa ed ex CEO di NITI Aayog
Questa affermazione è perfetta per le conferenze aziendali, dove i dirigenti hanno bisogno di sentirsi ancora rilevanti. E i numeri sembrano dargli ragione, almeno superficialmente: è stato riportato che il 93% dei direttori marketing vede ritorni misurabili dall’intelligenza artificiale generativa.
Ma cosa significa davvero “misurabile”?
Spesso significa riduzione dei costi, automazione dei processi creativi e iper-personalizzazione degli annunci. L’ironia è palpabile: usiamo l’IA per “aumentare” la creatività umana nel vendere prodotti a consumatori che sono stati profilati dalla stessa IA.
È un cane che si morde la coda digitale.
L’intelligenza aumentata, in questo contesto, rischia di diventare un eufemismo per la riduzione dell’agire umano a mera supervisione di processi automatizzati. Il “tocco umano” rimane solo come clausola di responsabilità legale nel caso in cui l’algoritmo impazzisca e inizi a discriminare intere fasce di popolazione per l’erogazione di un prestito o un’assicurazione sanitaria.
Inoltre, questa “creatività aumentata” si nutre di dati. Per personalizzare l’esperienza turistica o commerciale, il sistema deve sapere non solo dove vuoi andare, ma chi sei, cosa temi e cosa desideri. L’Incredible India 2.0 non ti invita semplicemente a visitare il Rajasthan; vuole prevedere quando sarai abbastanza stressato da comprare il biglietto, e mostrarti l’immagine esatta che farà scattare il bonifico.
Un decollo verticale o una gabbia digitale?
Non si può negare la scala della trasformazione. L’ecosistema delle startup indiane è esploso, passando da poche centinaia a oltre 160.000 entità. È una crescita che farebbe impallidire qualsiasi economia occidentale, stagnante e burocratizzata. Ma la crescita infrastrutturale fisica e digitale viaggia su binari paralleli che talvolta collidono.
Prendiamo l’aviazione civile, un settore che Kant conosce bene dai tempi del turismo. L’India sta comprando aerei come se fossero caramelle. Tuttavia, c’è un avvertimento ironico che lo stesso Kant ha lanciato: Kant ha esplicitamente avvertito che senza la promozione del turismo, la nuova flotta indiana di 1.800 aerei servirà solo a portare gli indiani all’estero.
Questa frase rivela una verità scomoda sull’economia digitale globale. Costruiamo infrastrutture mastodontiche (aerei, data center, modelli linguistici), ma rischiamo di diventare semplici esportatori di valore.
L’India sta cercando di rompere questo ciclo creando i propri modelli e le proprie piattaforme. Ma il modello di business rimane lo stesso: l’estrazione di dati comportamentali. Che il “signore dei dati” sia a Mountain View o a Mumbai, per la privacy del cittadino cambia poco. Anzi, un attore statale o para-statale con accesso illimitato ai dati biometrici e finanziari (tramite UPI e Aadhaar) potrebbe essere persino più invasivo di un’azienda pubblicitaria.
#AIforAll – il marchio proposto per l’India implica una leadership tecnologica inclusiva, dove il pieno potenziale dell’IA viene realizzato nel perseguimento dei bisogni e delle aspirazioni uniche del paese.
— Amitabh Kant, Strategia Nazionale per l’IA
Bisogni e aspirazioni uniche.
Una frase che suona nobile, ma che nel linguaggio della profilazione algoritmica significa “targetizzazione granulare”. La visione di Kant è seducente perché promette sviluppo e modernità. Ma come abbiamo imparato con i social media nel decennio scorso, quando il servizio è “per tutti” e “gratis”, il prezzo è la nostra autonomia cognitiva.
Siamo di fronte a un paradosso affascinante e terrificante.
L’India, con la sua abilità unica di narrare se stessa, sta vendendo al mondo l’idea che l’IA possa essere uno strumento di liberazione sociale. E forse, in parte, lo sarà. Ma resta il sospetto che questa “Intelligenza Aumentata” serva soprattutto ad aumentare i margini di profitto di chi controlla l’infrastruttura, lasciando ai cittadini l’illusione di essere protagonisti di un viaggio incredibile, mentre sono solo passeggeri su un aereo pilotato da un algoritmo di cui nessuno possiede il codice sorgente.