Intelligenza artificiale: boom degli Etf nel 2025, ma è bolla?

Intelligenza artificiale: boom degli Etf nel 2025, ma è bolla?

L’intelligenza artificiale continua a crescere nel 2026, ma dietro i guadagni record degli ETF si nasconde una trasformazione strutturale del mercato da analizzare attentamente

Se qualcuno pensava che la febbre dell’intelligenza artificiale si sarebbe raffreddata con la fine del 2025, i numeri di questo inizio gennaio 2026 raccontano una storia molto diversa.

Non stiamo parlando di vaghe promesse futuristiche, ma di rendimenti nudi e crudi che hanno lasciato l’S&P 500 a guardare dal retrochietto.

Fondi come il Global X Artificial Intelligence & Technology ETF (AIQ) e il Wedbush AI Revolution ETF (IVES) non si sono limitati a seguire l’onda: l’hanno cavalcata con una precisione chirurgica, chiudendo l’anno passato con guadagni ben superiori ai benchmark tradizionali.

Per l’investitore comune, abituato a vedere l’IA come quel chatbot che ogni tanto allucina le risposte, questo scenario finanziario richiede una lettura più profonda. Non è più solo questione di chi ha l’algoritmo più intelligente, ma di chi controlla l’infrastruttura fisica che lo fa girare.

È come se, durante la corsa all’oro, avessimo smesso di guardare i cercatori per puntare tutto su chi vende le pale, i picconi e, soprattutto, l’acqua per dissetarli.

Ma dietro questi grafici in salita si nasconde una trasformazione strutturale del mercato che merita di essere dissezionata pezzo per pezzo, perché il confine tra una rivoluzione industriale e una bolla speculativa è spesso visibile solo nello specchietto retrovisore.

Il motore nascosto sotto il cofano

La vera spinta che ha permesso a questi ETF di sovraperformare nel 2025 non è arrivata solo dalle solite “Magnifiche Sette” americane.

C’è stato un cambio di passo fondamentale: il cosiddetto superciclo della memoria. L’intelligenza artificiale generativa è incredibilmente affamata di risorse; non basta un processore veloce, serve una quantità di memoria e larghezza di banda che fino a due anni fa sembrava fantascienza.

Questo ha spostato i capitali verso giganti hardware spesso trascurati dai media generalisti, come Samsung e SK Hynix, che sono diventati i polmoni d’acciaio dei data center globali.

L’approccio “senza vincoli” di fondi come l’AIQ ha permesso di catturare valore proprio lì dove la catena di approvvigionamento era sotto massimo sforzo, uscendo dai confini della Silicon Valley per abbracciare i produttori asiatici. È una strategia che riflette una visione quasi industriale dell’investimento tecnologico, dove il software è il re, ma l’hardware è il regno su cui siede.

Come ha sottolineato chiaramente il numero uno di NVIDIA, siamo di fronte a qualcosa che va oltre il semplice aggiornamento tecnologico.

Vediamo l’IA come la prossima rivoluzione industriale, e la nostra convinzione è che ogni impresa diventerà un’impresa di IA col tempo.

— Jensen Huang, Fondatore, Presidente e CEO di NVIDIA Corporation

Questa visione totalizzante spiega perché Jensen Huang ha descritto l’IA come la prossima rivoluzione industriale, suggerendo che l’infrastruttura attuale è solo la punta dell’iceberg di una spesa in conto capitale che potrebbe durare un decennio.

Tuttavia, scommettere su una rivoluzione richiede nervi d’acciaio, perché quando l’entusiasmo corre più veloce della realtà, il rischio di sbandare in curva aumenta vertiginosamente.

Scommesse concentrate e nervi saldi

Analizzando la composizione di questi ETF vincenti, emerge un dettaglio che non può essere ignorato: la concentrazione.

Prendiamo l’IVES o anche l’Invesco AI and Next Gen Software ETF (IGPT); non stiamo parlando di fondi bilanciati che proteggono il capitale in caso di pioggia. L’IGPT, ad esempio, ha circa il 72% dei suoi asset concentrati nel settore informatico e dei servizi di comunicazione.

È una scommessa direzionale fortissima.

Se il settore tech starnutisce, questi portafogli rischiano la polmonite.

C’è poi il fattore della gestione attiva e del turnover frenetico. Alcuni di questi strumenti cambiano pelle con una rapidità impressionante per inseguire i nuovi vincitori. Il fondo ARTY ha superato l’S&P 500 con un rendimento del 28,6% nel 2025, ma lo ha fatto con un tasso di turnover del 119%.

Significa che il portafoglio viene praticamente ricostruito da zero ogni anno. Per l’utente finale, questo si traduce in costi potenzialmente più alti e in una volatilità che poco si adatta a chi cerca un “porto sicuro”.

L’altra faccia della medaglia di questa performance stellare è la dipendenza critica dalle revisioni degli utili. Finché le aziende continuano a battere le stime, il gioco regge.

Ma cosa succede quando le valutazioni diventano così alte da non poter più essere giustificate nemmeno dalla crescita più ottimistica?

È qui che le opinioni degli esperti iniziano a divergere, creando una tensione palpabile tra chi vede ancora praterie di crescita e chi inizia a notare le prime crepe nella diga.

Tra bolla e produttività reale

Nonostante l’ottimismo che permea i report trimestrali, le voci istituzionali iniziano a suggerire cautela. Non si tratta di negare l’impatto trasformativo dell’IA — che è reale e tangibile nel modo in cui lavoriamo ogni giorno — ma di separare il valore tecnologico dal prezzo delle azioni.

C’è il rischio concreto che i prezzi abbiano già scontato non solo il successo di oggi, ma anche quello dei prossimi cinque anni.

È probabile che l’IA stimoli la crescita della produttività e la redditività aziendale, ma pone anche rischi che il sistema finanziario e le autorità di regolamentazione dovranno monitorare attentamente.

— Lael Brainard, Direttrice del National Economic Council

La preoccupazione non è infondata. Quando un intero segmento di mercato si muove all’unisono verso l’alto, la storia insegna che il “ritorno alla media” può essere brutale.

Recentemente, Morgan Stanley avverte che le valutazioni in alcuni segmenti dell’IA sembrano ora tirate rispetto alla storia, un segnale che i multipli di prezzo potrebbero subire una compressione anche se le aziende continuano a performare bene a livello operativo.

In questo scenario, gli ETF tematici sull’IA si comportano come amplificatori: quando il segnale è buono, la musica è fortissima e cristallina; quando c’è un’interferenza, il rumore diventa assordante.

La vera domanda che dobbiamo porci in questo inizio 2026 non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo, ma se i prezzi attuali di borsa lasciano ancora spazio per guadagnare da questo cambiamento.

O se stiamo comprando un biglietto per la lotteria quando l’estrazione è già avvenuta.

Facebook X Network Pinterest Instagram
🍪 Impostazioni Cookie