The American Prospect ha tolto tutta la pubblicità dal suo sito.
The American Prospect ha rimosso completamente la pubblicità programmatica dal suo sito. La rivista no-profit denuncia il monopolio di Google e la distorsione del giornalismo causata da questo modello.
La decisione arriva dopo una sentenza antitrust contro Google e punta a liberare il giornalismo dalla logica dei click.
Un’organizzazione no-profit rinuncia ai ricavi pubblicitari digitali. In un’epoca in cui ogni testata giornalistica cerca disperatamente di monetizzare ogni pixel della propria homepage, la mossa sembra quasi autolesionista. Eppure è esattamente quello che ha fatto The American Prospect: ieri, 6 aprile 2026, stando a l’annuncio ufficiale della rivista, la testata ha rimosso tutta la pubblicità programmatica dal proprio sito web. Non una riduzione, non una sperimentazione. Una rimozione completa. La domanda ovvia è: perché? E la risposta, a ben vedere, è molto meno sorprendente di quanto sembri.
Il mostro legale ed editoriale
Per capire la decisione bisogna partire da una premessa che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico italiano: la pubblicità programmatica non è solo fastidiosa. È un sistema che un tribunale federale americano ha già etichettato ufficialmente come monopolio. Già nell’aprile 2025, secondo la sentenza antitrust contro Google emessa dalla giudice distrettuale Leonie Brinkema, Google ha agito illegalmente per mantenere il proprio monopolio sui sistemi automatizzati che posizionano annunci su internet. Un monopolio legalmente riconosciuto come dannoso per gli editori. Non è un’opinione, è una sentenza.
E i dati pratici confermano la diagnosi. Facebook e Google — in particolare quest’ultimo, che controlla le aste per la pubblicità programmatica — trattengono una parte enorme dei ricavi pubblicitari per sé, lasciando agli editori una frazione minima di quanto generano. In altre parole: un editore installa sul proprio sito un apparato tecnologico complesso, invasivo, che raccoglie dati degli utenti (con tutto ciò che questo comporta in termini di compliance GDPR), e alla fine del mese si ritrova con le briciole. Chi prende la fetta grande? Google.
Ma il problema non è solo economico, ed è qui che la critica di The American Prospect si fa più tagliente. Il modello basato sulla pubblicità programmatica ha distorto il giornalismo dall’interno. La logica del sistema — più click, più pagine viste, più tempo trascorso sul sito a qualunque costo — ha creato una struttura di incentivi che, come scrive la rivista stessa, “fa violenza al giornalismo di servizio pubblico”. Il risultato? Titoli sensazionalistici, aggregazione spazzatura, social media trasformati in macchine del traffico ottimizzate per la manipolazione emotiva piuttosto che per il discorso informato. E nel frattempo, la pubblicità rallenta i siti, crea vulnerabilità di sicurezza per i lettori e interrompe continuamente il processo di lettura. Un sistema che danneggia il lettore, impoverisce l’editore e arricchisce chi controlla le aste. Qualcuno dovrebbe spiegare in cosa consisterebbe esattamente il vantaggio per chi produce informazione.
Contesto e conseguenze
Chi è The American Prospect e perché la sua scelta conta? Fondata nel 1990 da tre uomini con una visione precisa del giornalismo progressista americano, la rivista opera oggi come organizzazione no-profit 501(c)(3) con sede a Washington D.C. — una forma giuridica che, negli Stati Uniti, implica una missione pubblica esplicita e vincoli precisi sulla distribuzione degli utili. Non è una startup che cerca un modello di business alternativo per attrarre investitori. È una testata che esiste per fare giornalismo, punto. E forse è proprio questa struttura a renderle possibile una scelta che una testata commerciale quotata in borsa non potrebbe nemmeno considerare. Secondo l’analisi del modello editoriale della rivista pubblicata dal Columbia Journalism Review, la storia della testata è intrecciata fin dall’inizio con un’idea specifica di cosa debba fare il giornalismo d’inchiesta progressista.
Resta però la domanda che questa storia lascia inevitabilmente aperta: è una soluzione sostenibile o un segnale isolato? Una no-profit con una base di lettori fedeli e una storia trentennale può permettersi di dire no a Google. Ma cosa succede agli editori locali, alle testate regionali, ai giornali indipendenti che dipendono ancora — interamente, disperatamente — da quel flusso di ricavi programmatici? Con il monopolio di Google stabilito in tribunale ma ancora ben saldo nella pratica, chi tutela chi non può permettersi di rinunciare alle briciole?
La scelta di The American Prospect è un presagio o un’eccezione di lusso riservata a chi ha già una rete di sicurezza? La risposta dirà molto su dove sta andando il giornalismo digitale — e su chi, alla fine, deciderà le regole del gioco.