Al Congresso non interessa cosa pensano gli americani
Nonostante il 94% degli americani sostenga gli strumenti digitali per le piccole imprese, il Congresso discute il SECURE Data Act.
Il Secure Data Act promette un’unica norma federale sulla privacy, ma rischia di ridurre le tutele attuali
I numeri sono chiari, quasi fastidiosamente chiari. Secondo il sondaggio di Internet for Growth, il 94% degli elettori americani ritiene che gli strumenti digitali siano vitali per la sopravvivenza delle piccole imprese. Il 78% si oppone a nuove tasse e regolamentazioni sulla pubblicità digitale. Eppure, a pochi giorni dal fly-in che porterà centinaia di imprenditori a Washington, il Congresso discute un disegno di legge che potrebbe riscrivere le regole di tutto il settore. Il paradosso è evidente. La domanda che rimane aperta è un’altra: questi numeri, così netti, a chi conviene citarli — e a chi conviene ignorarli?
Il paradosso dei numeri
Il 12 e 13 maggio 2026 si terrà al Campidoglio di Washington il fly-in annuale di Internet for Growth, stando a quanto riportato dagli avvertimenti delle piccole imprese al Congresso. Non è un evento improvvisato: già nel 2025 si era tenuta la terza edizione, confermando un ciclo ormai consolidato di lobbying diretto da parte dei piccoli imprenditori sul tema della pubblicità digitale. Il messaggio che portano a Capitol Hill è sempre lo stesso, sostenuto da dati che dovrebbero parlare da soli.
Eppure qualcosa non torna. Se il 57% degli elettori preferisce un unico quadro normativo federale rispetto alla frammentazione stato per stato, e se quasi quattro americani su cinque si oppongono a nuove tasse sul digitale, ci si aspetterebbe un Congresso cauto, prudente, almeno disposto ad aspettare. Invece no. E allora viene da chiedersi: chi spinge davvero per questa legge, e in nome di chi?
La macchina del consenso
Il 22 aprile 2026, John Joyce, vicepresidente della commissione per l’energia e il commercio della Camera e repubblicano della Pennsylvania, ha presentato il disegno di legge HR 8413, noto come SECURE Data Act. Secondo l’analisi del SECURE Data Act pubblicata dall’IAPP, si tratta di una proposta di legge organica sulla privacy dei consumatori, costruita per sostituire tutte le normative statali esistenti con un unico framework federale. Un’operazione di centralizzazione normativa di proporzioni considerevoli.
Qui sta l’ironia. Internet for Growth mobilita le piccole imprese per difendere la semplicità normativa e per opporsi a tasse sul digitale. Il 57% degli stessi elettori che sostiene questa battaglia chiede regole federali uniformi. E Joyce risponde con una proposta federale unificante. Sulla carta, tutto sembra coerente. Ma il diavolo, come sempre, è nei dettagli: sostituire le leggi statali con una legge federale non significa necessariamente alleggerire i vincoli. Significa spostarli. Centralizzarli. Cambiargli forma — non peso.
Il contesto in cui arriva questa proposta non è neutro. Nell’agosto 2025, una corte d’appello federale aveva dichiarato incostituzionale la disposizione pass-through della tassa sulla pubblicità digitale del Maryland, come documentato dalla ricerca della Tax Foundation. Una sentenza che sembrava dare ragione agli oppositori delle tasse digitali, e che avrebbe potuto chiudere il dibattito. Invece lo ha riaperto. Perché quella sentenza ha dimostrato che le leggi statali sono vulnerabili, attaccabili, riformabili — e ha lasciato un vuoto normativo che qualcuno, inevitabilmente, avrebbe cercato di riempire. Il SECURE Data Act arriva esattamente in quel vuoto, a poche settimane di distanza dall’anniversario della sentenza e a pochi giorni dal fly-in. Perché proprio ora? È una domanda che vale la pena fare.
La legge che non convince
Il SECURE Data Act (H.R. 8413) è stato introdotto alla Camera il 21 aprile 2026 con l’obiettivo dichiarato di creare un quadro federale unico sulla privacy dei dati, capace di soppiantare il patchwork di normative statali che oggi complica la vita a chiunque operi su scala nazionale. Per le piccole imprese che faticano a tenere il passo con le leggi di California, Virginia, Texas e altri stati, l’idea di una sola norma federale suona — almeno in astratto — come un sollievo.
Ma “un’unica legge” non è sinonimo di “una legge migliore”. Le normative statali, per quanto frammentate, spesso offrono protezioni più stringenti ai consumatori e margini di manovra più ampi alle imprese locali. Una preemption federale — cioè la sostituzione delle leggi statali con quella federale — può uniformare verso il basso, non verso l’alto. E in materia di privacy dei dati, questo non è un dettaglio tecnico: è la sostanza politica della proposta. Chi ha interesse a un quadro normativo meno stringente a livello federale? Non certamente le piccole imprese di Main Street, che dalla raccolta dei dati traggono benefici marginali rispetto ai grandi operatori digitali.
Allora la domanda finale rimane sospesa, inevitabile: se il 94% degli americani vuole proteggere le piccole imprese con gli strumenti digitali, e il 78% non vuole nuove tasse o regolamentazioni soffocanti, il SECURE Data Act è davvero la risposta che cercavano? O è, invece, una risposta costruita per altri — e presentata, con abile tempismo, nel momento in cui il consenso popolare sembrava più facile da invocare? Le piccole imprese che arriveranno a Washington il 12 maggio porteranno la loro voce. Resta da vedere se qualcuno, al Congresso, starà davvero ad ascoltarle.