YouTube ha superato Disney per tempo di visione TV.
YouTube ha superato Disney per tempo di visione televisiva negli Stati Uniti, raggiungendo il 13,4% del totale secondo i dati Nielsen del luglio 2025.
La piattaforma ha superato Disney di 4 punti percentuali, diventando il primo distributore di contenuti negli Stati Uniti.
Il 13 maggio, YouTube Brandcast 2026 al Lincoln Center aprirà i battenti alle 17:30 ET con Chappell Roan sul palco — vincitrice di un Grammy Award, una delle artiste più discusse degli ultimi anni. È un colpo scenografico, pensato per impressionare gli inserzionisti che quella sera decideranno dove allocare miliardi di dollari pubblicitari. Ma il vero argomento che YouTube porterà in sala non è musicale: è un numero. Secondo Nielsen, YouTube ha raggiunto oltre 238 milioni di persone dai 18 anni in su negli Stati Uniti. E non basta. Già nel luglio 2025, la piattaforma aveva catturato il 13,4% dell’intero tempo di visione televisiva americana, distanziando Disney di 4,0 punti percentuali — il vantaggio più ampio mai registrato da una singola società di media da quando Nielsen ha avviato le rilevazioni, nel novembre 2023. Parliamo di una piattaforma nata per i video di gatti e tutorial di cucina che oggi surclassa uno dei più antichi e potenti conglomerati mediatici del pianeta. Vale la pena fermarsi su questo paradosso.
Il dominio inaspettato
YouTube è primo nel ranking dello streaming americano da più di due anni consecutivi, stando sempre ai dati Nielsen. E la televisione — quella tradizionale, quella con lo schermo grande in salotto — è diventata il dispositivo principale per guardare YouTube negli Stati Uniti, superando persino il mobile per tempo di visione complessivo. Questo dato ribalta una narrativa consolidata: per anni si è detto che YouTube era la piattaforma degli smartphone, dei teenager in metropolitana, dei video brevi consumati in mobilità. Non è più così, o almeno non è solo così. YouTube è entrato nei salotti americani e non sembra avere intenzione di uscirne.
Il punto che non viene detto abbastanza è questo: YouTube non produce quasi nulla di quello che trasmette. Disney ha Pixar, Marvel, Star Wars, ESPN. Amazon ha Prime Video con produzioni originali da centinaia di milioni di dollari. Netflix ha investito miliardi in contenuti propri per arrivare dove è arrivata. YouTube ha i creatori — milioni di persone che caricano contenuti gratuitamente, o quasi. Eppure batte tutti. Come si spiega? In parte con la quantità infinita di contenuti disponibili, in parte con l’algoritmo, in parte con il fatto che il confine tra “guardare YouTube” e “guardare la televisione” è ormai quasi impercettibile per molti utenti. E questa ambiguità è esattamente il terreno su cui YouTube vuole giocare la partita degli upfront.
La corsa agli upfront
Gli upfront sono la stagione in cui le piattaforme e le reti televisive presentano il proprio palinsesto agli inserzionisti, cercando di strappare impegni pubblicitari anticipati. Tradizionalmente era un rito delle grandi network americane. Oggi è diventato un campo di battaglia affollato. Amazon ha fissato il suo appuntamento all’11 maggio al Beacon Theatre di New York, alle 18:30 ET. Disney ha scelto il 12 maggio al North Javits Center, alle 16:00 ET. YouTube chiude il trittico il 13 maggio al Lincoln Center. Tre giorni consecutivi, tre giganti, tre promesse agli stessi inserzionisti. Chi va da chi — e in quale ordine — non è un dettaglio neutro.
Netflix, nel frattempo, gioca una partita diversa. Già nel maggio 2024 aveva annunciato di aver più che raddoppiato i propri impegni complessivi negli upfront statunitensi, finalizzando accordi con tutte le principali holding company pubblicitarie e agenzie indipendenti. Un risultato notevole per una piattaforma che fino a pochi anni fa non aveva nemmeno un’offerta pubblicitaria strutturata. Disney, dal canto suo, non si limita alla presentazione di maggio: già il 7 gennaio scorso aveva organizzato una vetrina dedicata alla sua piattaforma adtech globale, cercando di anticipare la concorrenza sul terreno tecnologico. Sono mosse che raccontano quanto sia cambiato il mercato: non si vince più solo con i contenuti, ma con i dati, con la capacità di targettizzare, con l’integrazione tra piattaforma e strumenti pubblicitari. Ed è proprio qui che la posizione di YouTube — dentro Google, dentro Alphabet — diventa un vantaggio strutturale difficile da replicare. E anche, potenzialmente, un problema.
Il prezzo della vittoria
Chi ci guadagna quando YouTube domina il tempo di visione televisivo? Gli inserzionisti, in apparenza, dovrebbero beneficiare di una reach enorme — 238 milioni di adulti americani — e di strumenti di targeting sofisticati. Ma c’è una domanda che vale la pena porre: quando un’unica piattaforma controlla il 13,4% del tempo di visione TV di una nazione intera, e quella piattaforma appartiene a un’azienda già sotto indagine per pratiche anticoncorrenziali in diversi mercati, quanto spazio rimane davvero alla negoziazione? Gli inserzionisti che vogliono raggiungere quel pubblico devono passare da YouTube. Non è una scelta, è quasi una necessità. E le necessità, sui mercati pubblicitari, tendono a trasformarsi in leva di prezzo.
Il dato di luglio 2025 — il sesto mese consecutivo in cui YouTube guidava la classifica Nielsen Media Distributor Gauge — non è solo un record. È un segnale di consolidamento. Disney era seconda con il 9,4%, un divario di quattro punti che, nel linguaggio dei market share, è un abisso. Per recuperarlo, Disney dovrebbe o crescere in modo straordinario o sperare che YouTube rallenti. Nessuna delle due opzioni appare semplice nel breve periodo. E nel frattempo, ogni mese che passa rafforza la posizione negoziale di YouTube nelle trattative con le agenzie.
C’è poi una tensione che l’industria preferisce non nominare troppo ad alta voce: il modello di YouTube è costruito su contenuti prodotti da terzi, spesso con compensi minimi per i creatori più piccoli, e monetizzati attraverso una macchina pubblicitaria che opera a scala industriale. Quando questa macchina supera Disney per tempo di visione, la domanda che dovrebbero porsi i regolatori — europei e americani — è semplice: stiamo assistendo a una competizione di mercato o a una concentrazione di potere? Le autorità antitrust che già scrutinano Google per le sue pratiche nel mercato della pubblicità digitale hanno ora un dato nuovo e molto concreto a cui guardare. YouTube ha vinto la battaglia dello streaming. Ma la guerra per gli investimenti pubblicitari — e forse anche quella regolatoria — è appena cominciata. Chi scriverà il prossimo capitolo: i numeri di Nielsen o le decisioni di qualche corte federale?