Il ritorno di Bixby: Samsung e Perplexity alla conquista dei nostri dati

Il ritorno di Bixby: Samsung e Perplexity alla conquista dei nostri dati

Samsung rianima Bixby trasformandolo in un “agente” onnisciente grazie a Perplexity AI, ma la privacy degli utenti è a rischio

C’è qualcosa di quasi commovente, se non fosse terribilmente inquietante, nella tenacia con cui le grandi aziende tecnologiche cercano di rianimare progetti che gli utenti hanno già bocciato anni fa. Chiunque abbia posseduto un Samsung Galaxy dal 2017 in poi ricorda con un misto di frustrazione e fastidio quel tasto fisico laterale dedicato a Bixby: l’assistente vocale che nessuno aveva chiesto, che capiva poco e che la maggior parte di noi cercava disperatamente di disattivare o rimappare.

Sembrava una storia chiusa, un esperimento fallito di “vendor lock-in” andato male.

E invece, nel gennaio 2026, lo zombie è tornato.

Ma questa volta non barcolla: corre. E ha subito un trapianto di cervello che dovrebbe preoccuparci molto più della sua goffa incarnazione precedente.

La notizia, emersa in modo decisamente maldestro nelle ultime 48 ore, è che Samsung ha deciso di non arrendersi al dominio di Google e della sua Gemini, optando per una partnership strategica con Perplexity AI. L’obiettivo? Trasformare il vecchio, inutile Bixby in un “agente” onnisciente capace di controllare il telefono e cercare risposte sul web in tempo reale.

Se pensate che questa sia solo una questione di comodità o di “progresso”, vi state perdendo la parte più interessante — e pericolosa — della storia: quella che riguarda i vostri dati.

Il fantasma nella macchina (e nel comunicato stampa)

Tutto è iniziato con un pasticcio comunicativo che la dice lunga sulla frenesia che regna nei corridoi di Seul. Il 20 gennaio, Samsung ha pubblicato e poi misteriosamente rimosso l’annuncio del riavvio di Bixby dalla sua newsroom ufficiale. Un classico “errore di pubblicazione” che nel giornalismo tech equivale a una conferma scritta col sangue.

Perché tanta fretta e poi tanta segretezza?

Perché la posta in gioco non è un assistente vocale migliore, ma il controllo dell’interfaccia utente. Con l’aggiornamento One UI 8.5, Bixby non si limita a rispondere a domande stupide sul meteo. Grazie al motore di ricerca conversazionale di Perplexity, diventa un intermediario tra voi e il web, bypassando di fatto Google.

Won-Joon Choi, COO del business Mobile di Samsung, nel comunicato “fantasma” ha cercato di vendercela con la solita retorica della fluidità:

Da quando abbiamo introdotto il nostro primo telefono AI nel 2024, ci siamo impegnati a renderli più facili da usare affinché più persone possano beneficiare dell’AI — ecco perché abbiamo deciso di integrare un agente del dispositivo direttamente nell’esperienza. Per supportare questo, abbiamo ridisegnato Bixby per consentire interazioni più naturali e un controllo intuitivo del dispositivo, riducendo l’attrito nelle attività quotidiane.

— Won-Joon Choi, Chief Operating Officer, Mobile eXperience (MX) Business presso Samsung Electronics

“Ridurre l’attrito”. È una delle espressioni preferite della Silicon Valley.

Tradotto dal marketingse: vogliamo eliminare ogni barriera consapevole tra il vostro desiderio e la nostra raccolta dati. Meno attrito significa meno tempo per pensare a chi state regalando le vostre informazioni.

La mossa di integrare Perplexity è chiaramente un tentativo di smarcarsi dall’abbraccio soffocante di Google. Fino a ieri, Samsung dipendeva pesantemente dall’ecosistema Android e, di conseguenza, dai servizi di Big G. Ma con Google che spinge aggressivamente il suo assistente Gemini sui dispositivi Pixel e non solo, Samsung rischiava di diventare un semplice assemblatore di hardware per il software di Mountain View.

Alleandosi con Perplexity — una startup “unicorno” che sta sfidando Google proprio sulla ricerca — Samsung cerca di riprendersi le chiavi di casa. Ma per l’utente, cambia solo il nome del padrone dei dati.

Un “agente” che sa troppo

Il vero salto di qualità, e il vero incubo per la privacy, risiede nella definizione di “Device Agent” (Agente del Dispositivo). A differenza di un chatbot con cui si chiacchiera, un agente è progettato per agire. Bixby ora può “vedere” cosa c’è sul vostro schermo e manipolare le impostazioni del telefono in base al contesto.

Le schermate trapelate della beta mostrano funzioni come “Circle to Ask” (Cerchia per Chiedere), che permette di inviare parti dello schermo a Perplexity per l’analisi.

Qui il confine tra utilità e sorveglianza diventa sottilissimo.

Affinché Bixby possa capire che “non voglio che lo schermo si spenga ora” e agire di conseguenza, deve avere un monitoraggio costante e pervasivo dello stato del sistema e delle attività dell’utente.

Sotto il profilo del GDPR, siamo in una zona grigia che tende al nero. Se Bixby invia query a Perplexity (che ha sede negli Stati Uniti) per analizzare il contenuto del mio schermo, chi è il titolare del trattamento? Samsung? Perplexity? E come viene gestito il consenso?

L’idea che un’intelligenza artificiale esterna abbia accesso in lettura context-aware (consapevole del contesto) a tutto ciò che faccio sul mio smartphone — dalle chat private alle app bancarie — dovrebbe far scattare campanelli d’allarme in ogni autorità garante della protezione dei dati d’Europa.

Eppure, la narrazione è sempre quella dell’efficienza. Ci dicono che l’elaborazione avverrà in parte sul dispositivo (on-device), ma la natura stessa di Perplexity richiede una connessione al web per fornire risposte aggiornate. Questo significa che i dati, inevitabilmente, viaggiano.

E quando i dati viaggiano, lasciano tracce.

La monetizzazione dell’attenzione

Bisogna sempre chiedersi: chi paga per tutto questo?

Perplexity non è una onlus. L’utilizzo delle loro API ha un costo elevato. Se Samsung lo offre “gratuitamente” o incluso nel prezzo del telefono, dove sta il guadagno?

La risposta potrebbe trovarsi nei numeri. Samsung non sta giocando al ribasso: l’obiettivo dichiarato è raddoppiare i dispositivi AI mobili entro il 2026, portandoli da 400 a 800 milioni. Questa è una base installata mostruosa. Per Perplexity, è l’occasione della vita per acquisire milioni di utenti senza dover spendere un centesimo in acquisizione clienti diretta. Per Samsung, è un modo per differenziarsi in un mercato saturo.

Ma il modello di business di queste “partnership AI” si basa spesso sulla profilazione avanzata.

Un assistente che sa non solo cosa cerchi (come Google), ma anche come usi il tuo telefono, quali app apri, a che ora cambi le impostazioni e cosa stai guardando in quel momento, è il sogno bagnato di qualsiasi inserzionista. Non è un caso che l’integrazione di un agente AI direttamente nell’esperienza utente sia stata presentata come la chiave di volta della nuova One UI 8.5.

Siamo di fronte all’ennesimo baratto ineguale. Ci viene offerta la “magia” di un telefono che capisce il linguaggio naturale — non dovremo più scavare nei menu per trovare l’impostazione della luminosità — e in cambio cediamo una radiografia costante delle nostre abitudini digitali a due aziende diverse contemporaneamente.

La tecnologia non è mai neutrale.

Il ritorno di Bixby non è una resurrezione miracolosa, ma una mossa calcolata in una scacchiera dove noi siamo le pedine. Mentre ci entusiasmiamo per la possibilità di prenotare un ristorante semplicemente parlando al telefono, stiamo silenziosamente accettando che un algoritmo sieda costantemente alla nostra tavola, prendendo appunti su ogni nostra parola. Resta da vedere se gli utenti, scottati dal primo Bixby, accetteranno di buon grado questo nuovo, sofisticatissimo intruso, o se il tasto laterale continuerà ad essere, anche nel 2026, il pulsante più odiato della storia della telefonia.

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