Clarity Global lancia Surfacd: colma il gap di visibilità AI per i brand B2B
Il nuovo strumento Surfacd di Clarity Global si propone di colmare il divario di visibilità nell’IA, analizzando come i brand appaiono nelle risposte dei chatbot, sempre più usati dagli acquirenti B2B.
La prossima volta che chiederai a ChatGPT di consigliarti un fornitore di software per la gestione delle relazioni con i clienti, o a Perplexity di elencare i principali produttori di macchinari industriali in Europa, qualcuno potrebbe star prendendo nota.
Non l’assistente virtuale, ma un’azienda che osserva come le aziende stesse appaiono in quelle risposte generate dall’intelligenza artificiale.
Il 12 febbraio 2026, Clarity Global, società di consulenza per il marketing B2B, ha lanciato Surfacd, uno strumento che promette di «scoperchiare la scatola nera della ricerca AI» per i brand.
L’obiettivo dichiarato è colmare il cosiddetto «divario di visibilità nell’IA»: mentre sempre più decisori aziendali si affidano a chatbot e motori di ricerca conversazionali per le loro ricerche, le aziende faticano a capire se, come e quando vengono menzionate.
Surfacd si propone come un layer di misurazione, una sorta di Google Analytics per l’era delle risposte generative, che traccia la presenza del brand, ne analizza le performance rispetto ai concorrenti e mappa le fonti che influenzano i risultati.
Un’offerta che suona come una risposta inevitabile a un cambiamento epocale nei comportamenti d’acquisto, ma che solleva domande intricate su come si misura l’influenza in un ecosistema opaco, in continua evoluzione e fondamentalmente diverso dal web tradizionale.
Secondo Rachel Gilley, amministratrice delegata di Clarity, il 2026 rappresenta un punto di svolta.
«L’IA è ora pienamente integrata nel modo in cui gli acquirenti B2B ricercano e selezionano i fornitori», ha affermato, «e i team dirigenziali stanno cercando sempre più di capire come i loro brand appaiono effettivamente sulle varie piattaforme».
La società stima che il 65% degli acquirenti B2B si affidi alle risposte dell’IA quando crea una shortlist di fornitori, e che l’80% spenda almeno un’ora a settimana usando l’IA per supportare le decisioni.
In questo contesto, non sapere cosa un modello linguistico dica di te diventa un rischio competitivo tangibile.
Surfacd nasce per portare «la ricerca AI nello stesso framework di misurazione che applichiamo già a SEO, PR e analisi digitali», spiega Gilley.
In pratica, il sistema utilizza prompt specifici per categoria per interrogare piattaforme come ChatGPT, Gemini, Copilot e Perplexity, analizzando le risposte generate per valutare visibilità, consistenza del messaggio e posizionamento rispetto a concorrenti prestabiliti.
Surfacd sblocca la scatola nera della ricerca AI, fornendo visibilità su tutto ciò che i nostri clienti fanno già nelle attività digitali e di comunicazione
— Will Julian-Vicary, Chief Technology Officer di Clarity Global
La sfida tecnica dietro uno strumento come Surfacd è considerevole e va ben oltre il semplice «scraping» di una pagina di risultati.
I modelli linguistici sono notoriamente non deterministici; le loro risposte possono variare in base a fattori come la formulazione del prompt, il contesto della sessione e aggiornamenti continui del modello.
Per offrire dati affidabili, Clarity afferma di basarsi su un framework di otto dimensioni per garantire la massima qualità dei dati, che include copertura, freschezza, accuratezza e spiegabilità.
Questo approccio metodologico cerca di affrontare il problema fondamentale della misurabilità in un ambiente fluido.
Inoltre, Surfacd si presenta come uno strumento per la Generative Engine Optimisation (GEO), una nascente disciplina che mira a ottimizzare contenuti e segnali digitali per essere meglio compresi e citati dai sistemi di IA generativa.
Mappando le fonti (siti web, report, articoli) che più spesso vengono citate o sembrano influenzare le risposte dell’IA su un certo argomento, il tool indica ai brand su quali leve agire: se sia più efficace pubblicare white paper tecnici, incrementare la presenza su determinate piattaforme di notizie o lavorare su specifici messaggi.
Tuttavia, l’ascesa di strumenti di monitoraggio come Surfacd non avviene nel vuoto.
È l’ultimo capitolo di una storia ricorrente nell’adattamento del marketing ai nuovi canali digitali.
Negli anni ’90, con l’ascesa di Google, nacquero tool come WebPosition Gold per tracciare le posizioni nei motori di ricerca.
Negli anni 2000, con l’esplosione dei social media, si affermarono le piattaforme di «social listening» per monitorare menzioni e sentiment.
Ogni volta che un nuovo canale di scoperta diventa mainstream, segue un’industria che offre di misurare e ottimizzare la presenza al suo interno.
La differenza, questa volta, è che il canale non è un indice pubblico e interrogabile come il web, ma una serie di modelli proprietari il cui funzionamento interno è segreto e i cui output sono per definizione generativi e non semplicemente recuperati.
Questo crea un paradosso di fondo: si cerca di applicare logiche di misurazione simili al SEO a un ambiente che è strutturalmente diverso e molto meno trasparente.
Dal punto di vista del mercato, Clarity Global punta a due tipologie di clienti B2B: i grandi brand consolidati che vogliono proteggere la propria posizione ed essere certi di essere inclusi quando l’IA parla della loro categoria, e le aziende in crescita che vedono nell’IA un’opportunità per competere su un piano più paritario.
L’approccio di Clarity Global con Surfacd prevede diverse modalità di tariffazione, tra cui fee fissi per attività concordate e tararie orarie basate sulla complessità dell’incarico, sebbene i dettagli specifici per Surfacd non siano pubblici.
La società offre anche il prodotto in white-label, permettendo ad altre agenzie di integrarlo nella loro offerta.
Nel panorama competitivo, Surfacd non è solo.
Emergono già altri player, come Bear AI, che promettono di aiutare le aziende a migliorare la visibilità su sistemi come ChatGPT e Claude.
La differenziazione sembra risiedere nella specializzazione B2B di Clarity e nel suo approccio che lega la visibilità nell’IA alle tradizionali attività di comunicazione e digitali dei clienti.
Le implicazioni di questo nuovo strato di analisi vanno oltre il marketing.
Sollevano questioni etiche e regolatorie ancora aperte.
Fino a che punto è lecito «ottimizzare» per influenzare le risposte di un’IA?
Si rischia di innescare una corsa agli armamenti dove i brand cercano di «addestrare» indirettamente i modelli a proprio favore, magari saturando il web con contenuti costruiti ad hoc?
I rischi di manipolazione e di creazione di «filter bubble» B2B sono concreti.
Inoltre, la pratica stessa del monitoraggio solleva interrogativi sulla privacy e sul rispetto dei termini di servizio delle piattaforme di IA.
Se da un lato strumenti come Surfacd rispondono a un’esigenza reale di trasparenza per le aziende, dall’altro potrebbero contribuire a commercializzare ulteriormente uno spazio – quello delle risposte generative – che gli utenti percepiscono ancora come neutrale e oggettivo.
La domanda finale, allora, non è solo tecnica: riusciremo a sviluppare metriche significative per qualcosa di intrinsecamente fluido e soggettivo come l’output di un’IA generativa, o stiamo semplicemente applicando vecchi paradigmi a una nuova e più potente forma di opacità?
La risposta definirà non solo il successo di strumenti come Surfacd, ma anche il modo in cui l’intelligenza artificiale plasmerà la percezione del mercato nei prossimi anni.