Gemini ha superato Perplexity nei referral da chatbot

Gemini ha superato Perplexity nei referral da chatbot

Gemini ha superato Perplexity diventando la seconda fonte di referral da chatbot AI con l'8,65% di quota a marzo 2026, mentre ChatGPT scende sotto l'80%.

La crescita è stata guidata dall’integrazione nei prodotti Google, mentre il traffico da AI resta una piccola parte del web.

I dati di marzo 2026 pubblicati da Statcounter sul traffico referral dei chatbot AI contengono un numero che vale la pena fermarsi a leggere con attenzione: Gemini ha raggiunto l’8,65% della quota di referral da chatbot verso siti web, superando Perplexity e diventando la seconda fonte più grande a livello mondiale. Non è un aggiornamento di routine. È il segnale che la corsa ai modelli linguistici si sta trasformando in qualcosa di diverso — una competizione su chi controlla i punti di accesso all’informazione digitale.

Il sorpasso nei numeri: Gemini batte Perplexity

Per apprezzare la portata del cambiamento, conviene partire dall’aprile 2025: Gemini valeva il 2,31% dei referral da AI chatbot. In meno di dodici mesi quella quota è quasi quadruplicata. La crescita non è stata lineare: già a dicembre 2025 si è registrato un salto significativo, con la quota che è passata dal 4,74% al 7,20% in gennaio 2026, per poi consolidarsi all’8,65% a marzo. Non un’accelerazione graduale, ma una serie di scatti — il tipo di dinamica che si vede quando un prodotto raggiunge una soglia critica di distribuzione e poi si propaga a cascata.

Perplexity, nel frattempo, ha subìto la traiettoria opposta: la sua quota è scesa al 7,07% a marzo 2026, un calo di oltre il 40% rispetto al picco. Il sorpasso è avvenuto in modo abbastanza netto. Più sfumato, invece, il quadro degli altri attori. ChatGPT rimane dominante ma ha perso terreno: la sua quota è scesa sotto l’80% per la prima volta, passando dall’84,21% dell’aprile 2025 al 78,16% di marzo 2026. Un calo di sei punti percentuali che, in termini assoluti, resta gestibile — ma la direzione del trend è inequivocabile. A febbraio 2026, secondo quanto riportato da TechCrunch sull’andamento del traffico di Claude, il chatbot di Anthropic ha registrato un +43% mese su mese e un +297,7% su base annua — numeri da startup in esplosione, anche se il punto di partenza era basso. E infatti a marzo 2026 Claude ha più che raddoppiato la sua quota di referral in un solo mese, passando dall’1,37% al 2,91%. Dall’altra parte, nello stesso periodo di febbraio, il traffico web di ChatGPT è calato del 6,5% mese su mese. Microsoft Copilot racconta invece una storia di stagnazione: dal picco del 5,18% a maggio 2025 è sceso al 3,19% a marzo 2026, un calo di quasi il 40%. Già a gennaio 2026, secondo i dati di Windows Latest, il chatbot di Microsoft aveva perso quota di mercato nello spazio AI, scendendo dall’1,5% del gennaio 2025 a poco più dell’1,1%, con una sostanziale piattezza negli ultimi sei mesi dell’anno.

Sotto il cofano: distribuzione come infrastruttura

Per capire come Gemini abbia potuto quadruplicare la sua quota in meno di un anno, bisogna smettere di pensare a questi prodotti come chatbot isolati e iniziare a ragionarli come layer sovrapposti a infrastrutture già esistenti. Google ha integrato Gemini in Search, Android, Workspace e Chrome — quattro superfici con miliardi di sessioni attive quotidiane. Non si tratta di marketing: è una scelta architetturale precisa. Ogni volta che un utente apre Chrome su Android, o usa la barra di ricerca di Google, o apre un documento su Workspace, Gemini è già lì, a zero attrito. Non richiede di cambiare abitudine, non richiede di navigare verso un’URL diversa, non richiede di imparare un nuovo prodotto. È embedded nel flusso esistente.

Perplexity, per quanto tecnicamente valida — con la sua architettura basata su Retrieval-Augmented Generation e una UI pensata per chi vuole fonti citabili — parte da zero ogni volta. L’utente deve aprire l’app o il sito intenzionalmente. Questo è il delta fondamentale: la distribuzione profonda di Google fornisce una scala che i chatbot autonomi semplicemente non possono eguagliare, indipendentemente dalla qualità del modello sottostante. Copilot, in teoria, avrebbe potuto sfruttare la stessa logica tramite Windows e Edge — ma i dati suggeriscono che l’integrazione non è stata abbastanza pervasiva, o abbastanza fluida, da produrre lo stesso effetto moltiplicatore.

Implicazioni per chi costruisce: il web mediato dall’AI

C’è un dato che rimette tutto in prospettiva: secondo una ricerca di SE Ranking sulle fonti del traffico internet globale, le piattaforme AI generano complessivamente lo 0,15% del traffico internet mondiale. La ricerca organica, per confronto, ne produce il 48,50%. I chatbot, quindi, non hanno ancora sostituito i motori di ricerca come canale primario — e probabilmente non lo faranno nel breve termine. Ma il punto non è il volume assoluto: è la direzione e la velocità del cambiamento nelle abitudini di accesso all’informazione.

Quello che sta cambiando, strutturalmente, è il percorso tra la domanda dell’utente e il clic sul contenuto. I chatbot AI hanno iniziato a mediare questo percorso: riassumono risultati, evidenziano fonti selezionate e, in certi casi, tengono l’utente all’interno dell’interfaccia senza generare nessun referral esterno. Per i publisher e i developer che costruiscono su traffico organico, questo significa che il funnel tradizionale — query su Google → SERP → clic → sito — non è più l’unico modello. Sta emergendo un secondo funnel, mediato dall’AI, in cui la visibilità dipende da quante volte il modello cita o linka la tua fonte. Un problema di ottimizzazione nuovo, non ancora risolto, con metriche ancora instabili.

La lezione che emerge dai dati di marzo è scomoda ma precisa: in questo nuovo ambiente, ottimizzare per l’AI in senso stretto — costruire contenuti pensati per essere citati dai modelli, strutturare i dati in modo machine-readable — non è sufficiente se si ignora chi controlla i punti di accesso. Gemini non ha vinto perché è il modello migliore. Ha vinto perché è il modello più vicino all’utente, per via della superficie su cui è installato. Per chi costruisce prodotti digitali o distribuisce contenuti, la domanda da porsi non è solo “come mi comporto con l’AI?”, ma “in quale infrastruttura di distribuzione voglio che il mio contenuto sia visibile?” — sapendo che quell’infrastruttura è sempre più concentrata nelle mani di chi controlla browser, sistemi operativi e piattaforme di ricerca. Nuove architetture decentralizzate potrebbero in futuro rimescolare le carte, ma per ora il traffico si gioca su scala e integrazione, non su chi ha il modello più brillante.

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