Google AI Overviews: il costo nascosto della ricerca AI per il web aperto

Google AI Overviews: il costo nascosto della ricerca AI per il web aperto

Questa innovazione, inizialmente presentata come un modo per semplificare la vita degli utenti, sta invece riducendo drasticamente il traffico organico verso i siti web e sollevando interrogativi sul futuro dell’ecosistema digitale aperto.

Quando Google annunciò le AI Overviews, i riassunti generati dall’intelligenza artificiale in cima ai risultati di ricerca, la promessa era di semplificare la vita degli utenti.

Oggi, a quasi due anni dal lancio, un numero crescente di studi indipendenti dipinge un quadro diverso e preoccupante: quella scatola magica che fornisce risposte immediate sta progressivamente divorando lo spazio e, soprattutto, l’attenzione degli utenti, riducendo a brandelli il traffico organico verso i siti web.

La domanda che si pongono editori, marketer e osservatori è se questo sia un effetto collaterale inevitabile del progresso o l’ultimo atto di una strategia che sposta il valore della ricerca dall’apertura del web al giardino recintato di Google.

La società tedesca Sistrix, specializzata in analisi SEO, ha documentato come le AI Overviews occupino una porzione significativa dello spazio visibile nel browser, relegando i link organici tradizionali sempre più in basso nella pagina.

Ma l’impatto reale non si misura in pixel, bensì in click.

Una ricerca di Ahrefs, aggiornata a dicembre 2025, ha rivelato che la presenza di una AI Overview è correlata a un calo medio del 58% nel tasso di clic per la pagina in prima posizione.

Un dato che è quasi raddoppiato rispetto al -34,5% registrato solo pochi mesi prima, a dimostrazione di una tendenza in rapida accelerazione.

Altri studi, come quello di Seer Interactive, parlano di cali del CTR organico fino al 61% per le query dove compaiono i riassunti AI.

Google, dal canto suo, continua a sostenere che l’esperienza sia positiva.

Liz Reid, a capo di Google Search, ha affermato che il feedback degli utenti indica una maggiore soddisfazione e che le persone fanno ricerche più lunghe e complesse.

In un post sul blog ufficiale, l’azienda sostiene che gli utenti cliccano sui contenuti web dalle AI Overviews e vi rimangono più a lungo, suggerendo una migliore qualità del traffico.

Ma come si conciliano queste affermazioni con i dati che mostrano un crollo verticale dei clic?

La risposta di Google sembra ruotare attorno al concetto di “qualità”: l’AI selezionerebbe solo le fonti migliori, indirizzando pochi ma buoni visitatori.

Un argomento che suona come un déja-vu per chi ricorda le promesse delle featured snippets, che pure avevano l’obiettivo di evidenziare le pagine che i sistemi ritenevano più utili per gli utenti.

Il paradosso delle citazioni: visibilità senza traffico

Il meccanismo apparentemente virtuoso delle AI Overviews si basa sulle citazioni: l’AI estrae informazioni da fonti web selezionate e le menziona in fondo al riassunto.

Per un editore, essere citato potrebbe sembrare un traguardo.

La realtà, però, è più cinica.

La stessa analisi di Sistrix nota che, nonostante le citazioni, gli utenti cliccano sui link all’interno del riassunto AI solo nell’1% dei casi.

In altre parole, si ottiene un riconoscimento di autorevolezza che non si traduce in visite.

Anzi, la presenza stessa del riassunto dissuade l’utente dall’approfondire.

Le persone che hanno utilizzato le AI Overviews nell’esperimento Search Labs hanno utilizzato di più la Ricerca e sono state più soddisfatte dei risultati.

— Elizabeth Reid, Responsabile di Google Search

Questa dichiarazione, spesso ripresa da Google, ignora volutamente l’altra faccia della medaglia: cosa succede all’ecosistema web da cui quelle informazioni vengono attinte?

Se l’utente trova la risposta sintetizzata direttamente nella SERP (la pagina dei risultati), il suo viaggio finisce lì.

È il trionfo della “ricerca zero-click”, un modello di business perfetto per Google, che trattiene l’utente sulla sua piattaforma, ma potenzialmente letale per tutti coloro che investono nella creazione di contenuti.

Google ammette indirettamente la portata del cambiamento quando consiglia di fornire informazioni su come i contenuti sono stati creati, specialmente se generati automaticamente, una mossa che sembra più dettata dalla necessità di gestire la sfiducia del pubblico che da genuina trasparenza.

Una strategia a due velocità: espansione globale e ritiri tattici

Mentre gli studi ne misuravano l’impatto distruttivo, Google ha proseguito a ritmo serrato l’espansione globale della feature.

Dopo il lancio negli Stati Uniti nel maggio 2024, le AI Overviews sono state implementate in oltre 200 paesi e territori in più di 40 lingue.

Contemporaneamente, però, l’azienda ha iniziato a fare marcia indietro su alcuni fronti, in un balletto che rivela le tensioni interne e la pressione esterna.

All’inizio del 2026, sono emerse segnalazioni di un ridimensionamento nelle attribuzioni delle fonti, con i link che scomparivano o venivano reindirizzati a ricerche interne Google.

Questa mossa, se confermata, sarebbe rivelatrice.

Spostare l’utente verso un percorso di ricerca interno, piuttosto che verso il sito sorgente, significa trattenere ancora di più il valore all’interno del proprio ecosistema.

È l’evoluzione logica di una strategia che, con il lancio della modalità AI, offre un’esperienza di ricerca a pagina intera guidata dall’intelligenza artificiale, sostituendo del tutto la lista tradizionale di link blu.

In questo contesto, la recente esplorazione da parte di Google di un meccanismo per permettere ai produttori di contenuti di rinunciare all’uso dei loro lavori in prodotti come le AI Overviews suona più come una concessione dettata dalle indagini antitrust, come quelle dell’Authority della Concorrenza britannica, che come un cambiamento di filosofia.

Chi ci guadagna davvero nella nuova ricerca AI?

Allora, a chi giova questa trasformazione epocale?

I dati suggeriscono che i principali beneficiari, oltre a Google stesso, potrebbero essere le grandi marche che possono permettersi di dominare le query a scopo commerciale (meno colpite dalle AI Overviews) o di investire in una strategia di “citazione” attraverso contenuti iper-autorevoli.

Per la stragrande maggioranza dei siti informativi, blog, forum e piccoli editori, il futuro appare invece nebuloso.

L’attenzione si sposta dall’ottimizzazione per i ranking tradizionali all’ossessione per diventare una fonte citata nelle AI Overviews, un gioco con regole opache dettate da un algoritmo proprietario.

Il rischio finale è la creazione di un circolo vizioso: meno traffico verso i siti web significa meno entrate pubblicitarie e meno investimenti in giornalismo e contenuti di qualità.

Ma meno contenuti di qualità significa, a lungo andare, un pool informativo più povero e meno affidabile da cui l’AI stessa può attingere.

Google si trova nella posizione paradossale di dovere nutrire la gallina che sta, giorno dopo giorno, spennando.

La sua scommessa è che l’efficienza e la velocità delle risposte AI siano così apprezzate dall’utente medio da rendere irrilevante l’impoverimento del web aperto.

I dati sui clic dicono che sta vincendo, almeno nel breve termine.

Ma cosa rimarrà da “sintetizzare” quando il motore stesso della creazione di contenuti si sarà spento per mancanza di ossigeno economico?

La domanda non è più se le AI Overviews stiano cambiando il web, ma se lo stiano involontariamente svuotando.

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