La guerra dell’ai: Perplexity contro le Big Tech e il futuro del browser
Perplexity contro i giganti della tecnologia: una corsa all’innovazione nel mondo dei browser AI e delle strategie monopolistiche
Se c’è una lezione che l’inverno del 2025 ci sta lasciando, è che nel mondo dell’intelligenza artificiale non esistono fossati difensivi, ma solo vantaggi temporali che si misurano in settimane.
Chi scrive codice lo sa: una feature rivoluzionaria oggi è una dipendenza standard domani.
Ma quello che sta accadendo tra le startup agili come Perplexity e i colossi consolidati (“Model Companies”) non è semplice concorrenza; è una questione di fisica economica applicata al software.
Aravind Srinivas, CEO di Perplexity, ha trascorso l’ultima parte dell’anno a spiegare questa dinamica con una lucidità quasi brutale. Non si tratta di cattiveria, ma di necessità strutturale.
Quando un’azienda investe 50 miliardi di dollari in infrastrutture di calcolo (CapEx), non può permettersi di lasciare sul tavolo nemmeno le briciole di un mercato adiacente.
L’algoritmo del plagio necessario
Per capire cosa sta succedendo, dobbiamo guardare sotto il cofano di come è cambiato il concetto di “ricerca”.

Fino al 2022, i Large Language Models (LLM) erano essenzialmente database statici compressi in reti neurali: sapevano tutto fino a una certa data, e nulla dopo. Perplexity ha cambiato l’architettura del sistema introducendo il concetto di answer engine in tempo reale: non chiedi al modello cosa sa, chiedi al modello di usare un browser headless, leggere il web attuale, e sintetizzare una risposta (tecnica nota come RAG, o Retrieval-Augmented Generation, su scala web).
Era una soluzione elegante, tecnicamente superiore alla semplice lista di link blu di Google.
Ma l’eleganza tecnica, purtroppo, è facile da replicare se hai ingegneri infiniti. Aravind Srinivas ha avvertito i giovani imprenditori che i giganti tecnologici copieranno qualsiasi innovazione di successo non appena questa dimostrerà di poter generare ricavi significativi.
La cronologia è impietosa e conferma la tesi: Perplexity lancia la ricerca in tempo reale a fine 2022. Google risponde con Bard (ora Gemini) tre mesi dopo. OpenAI abilita il browsing su ChatGPT a maggio 2023. Anthropic chiude il cerchio con Claude nel marzo 2025.
Non è un complotto, è convergenza funzionale.
Srinivas lo spiega con una freddezza contabile che smonta ogni romanticismo sulla Silicon Valley:
Raccolgono decine di miliardi, o quasi 50 miliardi, e devono giustificare tutta quella spesa in conto capitale (CapEx); hanno bisogno di continuare a cercare nuovi modi per fare soldi.
— Aravind Srinivas, CEO di Perplexity
Dal punto di vista dello sviluppatore, questo è frustrante ma logico. Se costruisci una funzione che diventa un’aspettativa dell’utente (come il “copia-incolla” o il “drag-and-drop” negli anni ’80), il sistema operativo (o in questo caso, il fornitore del modello fondativo) la ingloberà.
La feature diventa infrastruttura.
La terza guerra dei browser: rendering contro ragionamento
Tuttavia, lo scontro si è spostato quest’anno su un terreno molto più pericoloso: il browser stesso. Il browser non è più solo un motore di rendering che traduce HTML e CSS in pixel; sta diventando un agente attivo.
Il 9 luglio 2025 è una data che segneremo nei log della storia informatica. Quel giorno Perplexity ha lanciato “Comet”, un browser costruito attorno all’AI, e contemporaneamente sono trapelate notizie di un browser proprietario in sviluppo da parte di OpenAI.
Questa dinamica è diventata evidente quando Perplexity ha lanciato il browser Comet e lo stesso giorno sono emersi report su un progetto analogo di OpenAI, suggerendo che il controllo dell’interfaccia utente finale è il vero premio.
Perché il browser?
Perché controllare il browser significa controllare il contesto.
In un’architettura web classica, il browser è passivo. In un browser “AI-native”, il modello legge la pagina con voi, può compilare form, riassumere contenuti e saltare la pubblicità.
E qui scatta l’allarme rosso per i monopoli esistenti. Se l’AI riduce il traffico diretto ai siti web o elimina la necessità di scorrere i risultati di ricerca (e quindi gli annunci), il modello di business di aziende come Google trema.
La reazione delle Big Tech non è solo copiare la tecnologia, ma usare la loro posizione dominante nella distribuzione (i default su Android, iOS, Chrome) per soffocare l’alternativa prima che prenda piede. Jesse Dwyer, responsabile delle comunicazioni di Perplexity, ha utilizzato un termine che noi tecnici ricordiamo con un brivido: “Guerra dei Browser”.
Le guerre dei browser dovrebbero essere vinte dagli utenti, e se gli utenti perderanno la Terza Guerra dei Browser, sarà a causa di un copione familiare: comportamento monopolistico da parte di una ‘everything company’ che forza il proprio prodotto sul mercato.
— Jesse Dwyer, Head of Communications presso Perplexity
Tecnicamente, stiamo assistendo a un tentativo di vendor lock-in a livello di application layer.
Se il tuo browser (Chrome o il nuovo browser di OpenAI) integra nativamente l’AI nel kernel del rendering, qualsiasi soluzione esterna (come un’estensione o un sito web come Perplexity) sarà sempre più lenta, meno integrata e meno sicura.
È la stessa strategia che Microsoft usò con Internet Explorer negli anni ’90, aggiornata all’era dei Transformer.
La fine del vantaggio tecnologico puro
Cosa rimane quindi alle startup e agli sviluppatori indipendenti?
La triste verità è che l’innovazione algoritmica pura ha una vita media brevissima. Il codice è trasparente, i paper vengono pubblicati, le API vengono decostruite.
Il vero differenziale non è più nel “cosa” fa il software, ma nel “come” lo fa percepire all’utente e nella velocità di esecuzione. Perplexity non ha inventato il web crawling, né i LLM, ma ha creato un’esperienza utente (UX) che ha reso l’interazione con queste tecnologie fluida e focalizzata, eliminando il rumore.
Tuttavia, la minaccia è esistenziale. Se la tua startup ha successo, diventi un bersaglio.
La raccomandazione finale agli startupper è di persistere nonostante l’inevitabilità dell’imitazione da parte delle grandi aziende, vivendo con la costante paura che un colosso decida di integrare il tuo intero business model come una sottomenu nelle loro impostazioni.
Siamo di fronte a un paradosso: l’open source e la condivisione della conoscenza hanno accelerato lo sviluppo tecnologico come mai prima d’ora, ma la concentrazione di capitali necessari per addestrare ed eseguire i modelli di frontiera sta creando un oligopolio che può permettersi di duplicare qualsiasi interfaccia innovativa in un trimestre.
La domanda che dobbiamo porci, guardando al 2026, non è se le Big Tech copieranno ancora, ma se agli utenti importerà abbastanza della qualità e dell’indipendenza tecnica da scegliere attivamente strumenti alternativi, o se la pigrizia del “default” vincerà ancora una volta.
Nel codice, come nella vita, la soluzione più comoda è raramente la migliore, ma è quasi sempre quella che vince.