Oro supera i 5.000 dollari: banche centrali e geopolitica spingono il record

Oro supera i 5.000 dollari: banche centrali e geopolitica spingono il record

Non è un semplice record ma un punto di svolta simbolico che chiude un anno di guadagni straordinari e apre una fase nuova per i mercati, spinto da un calcolo strutturale delle banche centrali e dalla sfiducia nel sistema finanziario tradizionale.

Il prezzo dell’oro ha superato per la prima volta la soglia dei 5.000 dollari l’oncia il 25 gennaio 2026, toccando un massimo intragiornaliero di 5.031,07 dollari.

Non si tratta di un semplice record, ma di un punto di svolta simbolico che chiude un anno di guadagni straordinari – il 64 per cento nel 2025, il miglior risultato dal 1979 – e apre una fase nuova per i mercati.

Dietro il numero tondo, però, non c’è solo la paura.

C’è un calcolo freddo e strutturale, guidato dalle banche centrali e da una sfiducia crescente verso il sistema finanziario tradizionale.

La corsa è proseguita nelle settimane successive, con una volatilità da brividi: dopo aver toccato un picco di 5.608 dollari il 28 gennaio, il metallo è crollato a 4.400 dollari in pochi giorni, per poi risalire oltre i 5.000.

Questo “giro” di 1.200 dollari in meno di una settimana racconta di un mercato in fibrillazione, dove la domanda di protezione si scontra con la presa di profitti e la speculazione.

Ci aspettiamo ulteriori rialzi. La nostra previsione attuale suggerisce che i prezzi raggiungeranno un picco di circa 5.500 dollari più avanti nell’anno… Probabili correzioni periodiche mentre gli investitori realizzano i profitti, ma ci aspettiamo che ogni ritracciamento sia di breve durata e incontri un forte interesse d’acquisto.

Philip Newman, Direttore di Metals Focus

La nuova geografia della domanda: le banche centrali cambiano strategia

Il motore principale di questa corsa non è il tradizionale investitore retail spaventato, ma un acquirente istituzionale e metodico: le banche centrali.

Soprattutto quelle dei mercati emergenti.

I dati sono chiari: gli acquisti netti sono passati da una media di 17 tonnellate al mese prima del 2022 a circa 60 tonnellate al mese oggi, più che triplicati.

La Banca Popolare Cinese, per esempio, ha acquistato oro per il quattordicesimo mese consecutivo a dicembre 2025.

Questo non è un accumulo tattico, ma una ristrutturazione strategica delle riserve.

L’obiettivo è ridurre l’esposizione al dollaro statunitense e agli asset denominati in valute considerate vulnerabili a tensioni geopolitiche e a politiche monetarie espansive.

In altre parole, l’oro non è più visto solo come un “rifugio” in tempi di crisi, ma come una componente fondamentale e permanente di un portafoglio di riserve che deve resistere a un mondo in de-dollarizzazione.

Questo crea un piano d’acquisto costante che fornisce un supporto strutturale al prezzo, alzando il “pavimento” ben al di sopra dei livelli storici.

Il cocktail geopolitico e il dollaro in discesa

Se le banche centrali forniscono il supporto di fondo, la benzina sul fuoco arriva da un mix esplosivo di tensioni internazionali e da un cambio di rotta della politica monetaria statunitense.

Le dispute tra Stati Uniti e NATO sulla Groenlandia, le frizioni permanenti tra Washington e Pechino, i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, le minacce di intervento sullo yen e il rischio di shutdown del governo americano: ogni fattore spinge gli investitori verso asset percepiti come sicuri.

A questo si aggiunge un elemento finanziario cruciale: l’indebolimento del dollaro.

La Federal Reserve, dopo anni di restrizioni, ha avviato un ciclo di tagli dei tassi d’interesse.

Tassi più bassi negli USA riducono il “costo opportunità” di detenere oro, che non paga interessi, rendendolo più attraente rispetto ai titoli di stato in dollari.

La combinazione di un dollaro in calo e di rischi geopolitici in aumento crea la tempesta perfetta per una rally del metallo prezioso.

Anche l’argento, spesso “trascinato” dall’oro, ha toccato livelli record, superando i 106 dollari l’oncia.

Il rally dell’oro è legato a questioni di fiducia nel sistema finanziario globale. La fiducia è stata scossa ma non infranta… se dovesse infrangersi, lo slancio al rialzo potrebbe persistere molto più a lungo.

— Daniel Ghali, Strategist di TD Securities

Le previsioni e il rischio di una bolla

Davanti a questi numeri, le grandi banche d’investimento corrono ad aggiornare le proprie previsioni.

Goldman Sachs ha alzato il suo target per fine 2026 a 5.400 dollari, sostenendo che le coperture contro i rischi macro sono diventate “sticky”, cioè persistenti, e hanno alzato stabilmente il livello minimo dei prezzi.

Altri, come JP Morgan e Deutsche Bank, parlano addirittura di 6.300 dollari per il quarto trimestre del 2026.

Sul fronte opposto, però, iniziano a levarsi voci di cautela.

Alcuni analisti osservano che il posizionamento speculativo sui futures è estremo e che la domanda di gioielleria – un pilastro fondamentale della domanda fisica – è crollata a questi livelli di prezzo.

C’è il rischio concreto che i piccoli investitori, attratti dai titoli sui record, entrino nel mercato proprio vicino al top, rimanendo intrappolati in correzioni violente come quella vista a fine gennaio.

La reazione delle società minerarie è invece pragmatica: sfruttano i margini operativi record per aumentare i buyback azionari e consolidare le proprie finanze, come nel caso della società che ha riattivato un programma da 500 milioni di dollari.

La domanda che resta sospesa, mentre l’oro oscilla attorno alla soglia psicologica dei 5.000 dollari, è se stiamo assistendo a una riscrittura permanente del suo ruolo nel sistema finanziario o a una gigantesca bolla speculativa alimentata dalla paura.

La risposta probabilmente sta nel mezzo.

L’accumulo strategico delle banche centrali è un fatto reale e di lungo periodo, ma la velocità e l’ampiezza dell’impennata portano inevitabilmente con sé instabilità.

Il vero test arriverà quando alcune delle tensioni geopolitiche si allenteranno o quando i dati economici costringeranno la Fed a riconsiderare i suoi tagli.

Fino ad allora, il mercato dell’oro rimane un termometro perfetto – e spietato – della fiducia che il mondo ripone nelle sue stesse fondamenta economiche e politiche.

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