Perplexity AI vince una battaglia legale, ma la guerra per i dati è appena iniziata
Una vittoria legale per Perplexity AI ottenuta non con l’IA, ma grazie a tecnicismi burocratici, sollevando interrogativi sulla privacy e la proprietà intellettuale
C’è una certa ironia, quasi poetica se non fosse tragicamente aziendale, nel vedere un colosso dell’intelligenza artificiale vincere una battaglia legale non grazie alla superiorità della sua tecnologia, ma grazie alla burocrazia.
Perplexity AI, l’azienda che promette di sostituire Google rispondendo alle nostre domande con la sicurezza di un oracolo digitale, ha appena segnato un punto a suo favore in tribunale.
Ma prima di stappare lo champagne nella Silicon Valley, bisognerebbe chiedersi: è una vittoria reale o solo un rinvio dell’inevitabile resa dei conti sulla privacy e sulla proprietà intellettuale?
La notizia, passata quasi in sordina tra i tecnocrati che venerano l’efficienza algoritmica, riguarda la disputa sul marchio “Perplexity”. Da una parte c’era la “nostra” Perplexity AI, il gigante della ricerca generativa; dall’altra una piccola società di software, la Perplexity Solved Solutions (PSSI), che aveva avuto l’ardire di chiamarsi in modo simile e operare nello stesso macro-universo dei dati.
Sembrava la classica storia di Davide contro Golia, se non fosse che questa volta Golia non solo ha vinto, ma lo ha fatto sbadigliando.
Il giudice federale della California ha chiuso la questione, ma non perché l’IA abbia dimostrato di avere più “diritto” al nome. La vittoria è arrivata per un tecnicismo procedurale disarmante: un contenzioso chiuso perché la controparte non ha più nominato un avvocato.
In pratica, la piccola azienda non ha sostenuto le spese o la complessità di mantenere una difesa legale, lasciando campo libero al gigante dell’IA per ottenere la cancellazione del marchio avversario e l’archiviazione delle accuse.
È il capitalismo di sorveglianza che vince per sfinimento, non per merito.
Ma se pensate che sbarazzarsi di un omonimo fastidioso sia il problema principale di Perplexity, vi state concentrando sul dito mentre la luna sta per crollare.
Quando il nome diventa un’arma
Questa vittoria facile nasconde una realtà ben più turbolenta. Mentre i legali di Perplexity festeggiano la capitolazione di PSSI per “mancanza di difesa”, all’orizzonte si addensano nubi ben più scure, cariche di miliardi di dollari di potenziali risarcimenti.
La disputa sul marchio con una piccola azienda di software era, a ben guardare, solo un riscaldamento per la guerra nucleare che si sta combattendo contro i veri detentori del potere informativo: gli editori.
Non è un mistero che il modello di business di queste “answer engine” si regga su un paradosso: promettono di fornirti informazioni verificate, ma per farlo devono scansionare, digerire e rigurgitare contenuti prodotti da altri, spesso senza chiedere permesso e, soprattutto, senza pagare.
È qui che il gioco si fa duro.
La New York Times Company non è una piccola società di software che dimentica di assumere un avvocato.
L’approccio aggressivo di Perplexity è stato evidente fin dall’inizio. Non si sono limitati a difendersi, ma hanno attaccato, cercando di invalidare le pretese altrui con una ferocia legale che rispecchia la loro voracità sui dati.
Perplexity AI ha lanciato la sua controffensiva contro una causa federale in California che la accusava di violazione del marchio.
— Autore Sconosciuto, Reporter presso Law360
Questa strategia del “colpire per primi” o “colpire più forte” funziona con i pesci piccoli. Ma cosa succede quando dall’altra parte del tavolo c’è chi ha inventato il giornalismo moderno?
La recente causa intentata dal New York Times non riguarda solo un nome, ma l’essenza stessa di ciò che è vero e di chi possiede la verità. Il giornale ha avviato una causa legale per violazione del copyright e dei marchi registrati, sostenendo che i bot di Perplexity hanno tentato di accedere ai loro server oltre 175.000 volte in un solo mese (agosto 2025).
Cifre da capogiro che svelano l’ipocrisia di fondo: si parla di “intelligenza”, ma la tecnica è quella della forza bruta.
L’illusione della conoscenza (e del profitto)
Qui entriamo nel territorio scivoloso delle “allucinazioni”. Il termine, che l’industria tech usa con una disinvoltura irritante per descrivere errori madornali, nasconde un rischio enorme per la privacy e la reputazione.
Quando Perplexity “ragiona”, utilizza un sistema chiamato RAG (Retrieval-Augmented Generation). Sulla carta, dovrebbe recuperare dati reali e sintetizzarli. Nella pratica, spesso inventa di sana pianta, attribuendo frasi mai dette a fonti autorevoli.
Immaginate il danno: un utente chiede cosa ne pensa il New York Times di un certo argomento, e l’IA genera una risposta plausibile ma falsa, attribuendola alla testata con tanto di link (magari non funzionante).
Non è solo una violazione del diritto d’autore; è diffamazione automatizzata su scala industriale.
E qui il GDPR, che impone l’accuratezza dei dati personali, dovrebbe far tremare i polsi ai CEO della Silicon Valley, se solo le autorità di regolamentazione avessero i denti affilati quanto gli algoritmi di scraping.
La difesa di News Corp (editore del Wall Street Journal e del New York Post) si è inserita proprio in questo solco, con un ampliamento delle accuse che include la diluizione del marchio. L’accusa è gravissima: Perplexity non sta solo rubando contenuti, sta inquinando il mercato dell’informazione vendendo falsi d’autore.
Stanno usando il prestigio di marchi centenari per dare credibilità a un chatbot che, ogni tanto, vaneggia.
Chi paga il conto dei dati?
La vittoria tecnica contro la Perplexity Solved Solutions serve a Perplexity AI per ripulire il proprio brand in vista di future quotazioni o round di investimento, ma non risolve il nodo gordiano al centro del suo modello economico.
Se l’azienda fosse costretta a pagare per ogni singolo articolo scansionato, o se fosse ritenuta responsabile per ogni “allucinazione” diffamatoria prodotta, il suo margine di profitto evaporerebbe in un istante.
Queste tecnologie vengono vendute come il futuro inevitabile, come l’elettricità o internet. Ma dietro la facciata lucente dell’innovazione c’è un’economia estrattiva vecchio stile: prendi risorse (i dati, le notizie, la creatività umana) a costo zero, processale in una scatola nera e vendi il risultato a peso d’oro.
La privacy degli utenti, in questo schema, è solo un danno collaterale; le normative europee, un ostacolo da aggirare con termini di servizio illeggibili.
Il fatto che PSSI abbia perso per non aver pagato un avvocato è un monito per tutti noi. In un ecosistema digitale dove la giustizia è accessibile solo a chi ha i fondi illimitati del venture capital, chi proteggerà i nostri dati quando l’IA deciderà che sono “di pubblico dominio”?
La vera domanda non è se Perplexity vincerà le sue cause, ma quanto siamo disposti a svendere la nostra realtà per la comodità di una risposta automatica.