Perplexity ha iniziato a vendere i prodotti che ti consiglia
Perplexity ha annunciato quattro funzioni di shopping alimentate da AI, tra cui Buy with Pro e Snap to Shop, per diventare piattaforma di acquisto completa e sfidare Google.
La startup punta a diventare un hub commerciale, integrando ricerca e checkout in un unico ecosistema.
Il paradosso del negozio IA
Cosa ha annunciato esattamente Perplexity nel novembre 2024? Quattro cose, tutte insieme, tutte orientate a fare di sé il luogo dove il ciclo di un acquisto inizia e finisce. Primo: un assistente per lo shopping alimentato dall’IA, integrato nella piattaforma. Secondo: una funzione chiamata “Buy with Pro”, riservata agli abbonati Pro negli Stati Uniti, che consente di completare un acquisto direttamente sul sito o sull’app di Perplexity, senza passare dal negozio del venditore. Terzo: “Snap to Shop”, uno strumento di ricerca visiva che mostra prodotti rilevanti quando si fotografa un oggetto qualsiasi. Quarto: il programma “Perplexity Merchant”, pensato per i grandi rivenditori che vogliono condividere le specifiche dei propri prodotti con la piattaforma — garantendosi, in cambio, visibilità privilegiata.
A questo si aggiunge l’integrazione con Shopify, che dà a Perplexity accesso in tempo reale alle informazioni sui prodotti venduti e spediti negli Stati Uniti da tutti i negozi che usano quella piattaforma. In altre parole: Perplexity non cerca più solo informazioni per te. Conosce i prezzi, le disponibilità, le specifiche tecniche. Sa cosa vuoi comprare. E ora vuole anche incassare, o almeno stare in mezzo alla transazione. La domanda scomoda è quella che nessun comunicato stampa si pone mai: perché proprio allora? Perché novembre 2024, con il Black Friday alle porte e una stagione di acquisti festivi da miliardi di dollari davanti?
La sfida a Google: un gioco pericoloso
Diciamolo chiaramente: Perplexity non stava inventando qualcosa di nuovo. Stava entrando in un territorio già segnato, e lo sapeva benissimo. Google controlla da decenni il punto di partenza di qualsiasi ricerca commerciale online. La maggior parte degli acquisti su internet inizia con una query su Google, e Google lo sa — e ci costruisce sopra un’industria pubblicitaria da centinaia di miliardi. Perplexity, con la sua interfaccia conversazionale, stava erodendo quella posizione di partenza. Ma trasformarsi in una piattaforma di checkout è un salto di qualità diverso: non si tratta più di rubare traffico a Google, si tratta di sottrarre l’intera catena del valore.
Google, nel frattempo, non è rimasta ferma. L’azienda di Mountain View sta sviluppando la propria infrastruttura di shopping basata sull’intelligenza artificiale attraverso il progetto Universal Commerce Protocol, un sistema pensato per standardizzare e controllare il modo in cui le transazioni commerciali avvengono nell’era dell’IA. L’ironia è sottile ma pungente: due aziende che si presentano come alternative l’una all’altra stanno costruendo, con strumenti diversi, la stessa cosa — un punto di controllo unico sul commercio digitale. Chi vince questa corsa non ottiene solo quote di mercato: ottiene i dati di milioni di consumatori, i loro comportamenti d’acquisto, le loro preferenze, i loro momenti di debolezza.
Ed è qui che il discorso si fa più spinoso. Un sistema come “Buy with Pro” — dove il checkout avviene direttamente su Perplexity, non sul sito del venditore — implica che Perplexity gestisca dati di pagamento, indirizzi di spedizione, cronologie di acquisto. Dati sensibili, nel senso più ampio del termine. In Europa, questo tipo di raccolta rientra pienamente nel perimetro del GDPR, e i regolatori antitrust hanno già dimostrato di saper mordere quando un’azienda accumula potere di intermediazione su più livelli della stessa filiera. Negli Stati Uniti il quadro normativo è più incerto, ma la direzione della politica tech — almeno a parole — è verso una maggiore attenzione alla concentrazione del mercato. Perplexity, con il suo programma Merchant e la sua integrazione con Shopify, sta costruendo esattamente quel tipo di posizione che i regolatori temono: non un monopolio della ricerca, non un monopolio del commercio, ma qualcosa di più subdolo — un monopolio dell’intenzione d’acquisto.
Chi ci guadagna, davvero?
Rimane aperta la domanda più importante, quella che nessuna delle due aziende ha interesse a rispondere. L’IA applicata allo shopping viene presentata come un servizio per il consumatore: meno fatica, meno confronti, meno tempo sprecato. Ma semplificare una scelta significa anche ridurla. Se è un algoritmo a selezionare quali prodotti mostrarti — sulla base di integrazioni con rivenditori paganti, di partnership con piattaforme come Shopify, di criteri opachi — la tua libertà di scelta non viene ampliata. Viene incanalata. Il personal shopper che lavora per te è lo stesso che lavora per chi lo paga.
Perplexity ha lanciato un sasso in uno stagno già agitato. Le onde che ne derivano — la risposta di Google, la questione dei dati, il ruolo dei regolatori — sono ancora in movimento. La tensione tra comodità e controllo non si risolve con un pulsante “Buy with Pro”. Si acuisce, silenziosa, ogni volta che lasciamo che qualcun altro decida cosa vale la pena vedere.