Samsung Bixby: l’integrazione con Perplexity AI e la sfida a Google Gemini
Samsung integra Perplexity AI in Bixby per competere con Google e offre un’esperienza utente più pulita, ma introduce una dipendenza da servizi esterni
Per anni, nel mondo dello sviluppo e dell’entusiasmo tecnologico, Bixby è stato l’equivalente software di un parente imbarazzante: presente alle cene di famiglia, ma ignorato da tutti non appena possibile in favore di cugini più brillanti come Google Assistant.
Samsung ha speso risorse immense per mantenere in vita un assistente vocale che, tecnicamente parlando, era rimasto ancorato a un paradigma pre-LLM, basato su script rigidi e comandi locali.
Tuttavia, con il rilascio di One UI 8.5, stiamo assistendo a quella che nel gergo tecnico definiremmo un’operazione di “refactoring” strategico piuttosto brutale, ma indubbiamente elegante.
Samsung non ha riscritto Bixby da zero, né ha tentato l’impresa titanica di addestrare un modello fondativo proprietario per competere con GPT-4 o Claude.
Ha fatto ciò che ogni buon senior developer farebbe di fronte a una scadenza impossibile e risorse limitate: ha integrato un’API esterna.
La “nuova” intelligenza di Bixby non è farina del sacco di Seul, ma è alimentata da Perplexity AI. Questa mossa, apparentemente semplice, nasconde una complessità architetturale e implicazioni per l’ecosistema Android che meritano di essere disassemblate pezzo per pezzo, perché cambia radicalmente il modo in cui il dispositivo “pensa” e risponde.
L’architettura ibrida: orchestrazione locale e query remote
Sotto il cofano di One UI 8.5, non c’è un singolo cervello, ma un sistema di instradamento intelligente.

Fino a ieri, gli assistenti vocali erano monoliti. Oggi, Samsung ha trasformato Bixby in un dispatcher.
Quando l’utente formula una richiesta, il sistema esegue una classificazione dell’intento locale. Se la richiesta riguarda l’hardware, come “alza la luminosità” o “attiva il risparmio energetico”, Bixby gestisce l’operazione direttamente sul dispositivo. Questo garantisce bassa latenza e privacy per le operazioni di sistema.
Se però la richiesta richiede ragionamento, sintesi di informazioni o accesso al web in tempo reale, la palla passa a Perplexity.
Non stiamo parlando di una semplice ricerca su Google camuffata.
Bixby sta già utilizzando i servizi di Perplexity nel back-end per fornire risposte che non sono liste di link blu, ma sintesi argomentate con citazioni delle fonti. Dal punto di vista ingegneristico, è una soluzione pulita: Samsung mantiene il controllo sull’hardware, mentre appalta la “conoscenza” a chi lo fa di mestiere, evitando il lock-in totale con Google.
Questa divisione dei compiti risolve uno dei problemi storici degli LLM sui dispositivi mobili: il consumo energetico e la latenza.
Eseguire un modello da 7 o 13 miliardi di parametri in locale per sapere “chi ha vinto la partita ieri” è uno spreco di cicli di CPU e batteria. Delegare al cloud di Perplexity solo quando serve è un’ottimizzazione delle risorse che, da tecnico, non posso che apprezzare.
Tuttavia, questo approccio introduce un nuovo punto di fallimento: la dipendenza da un servizio terzo per l’intelligenza “superiore” del telefono.
La mossa difensiva contro l’egemonia di Google
Non si può analizzare questa integrazione senza guardare al contesto competitivo.
Google sta spingendo Gemini profondamente dentro Android, cercando di sostituire il vecchio Assistant con un’IA multimodale che, di fatto, scavalca l’interfaccia utente del produttore hardware. Per Samsung, lasciare che Gemini diventi l’unico interlocutore intelligente sui Galaxy S25 o S26 significherebbe ridursi a mero assemblatore di schermi e processori, perdendo ogni contatto con l’utente finale a livello software.
Justin Meyers, Editor-in-Chief di Gadget Hacks, ha inquadrato perfettamente la situazione, sottolineando come questa partnership potrebbe essere l’ultima spiaggia per l’assistente coreano:
Siamo onesti: Bixby non è esattamente diventato un nome familiare nel mondo degli assistenti vocali, ma One UI 8.5 potrebbe cambiare completamente questa traiettoria. L’aggiornamento più significativo finora trasforma potenzialmente l’assistente di Samsung attraverso partnership strategiche, con un Bixby più intelligente che si ritiene sia alimentato da Perplexity.
— Justin Meyers, Editor-in-Chief presso Gadget Hacks
Scegliendo Perplexity, Samsung adotta un motore di risposta “neutrale”. Perplexity non ha un ecosistema pubblicitario da proteggere e il suo modello di business si basa sulla precisione della risposta piuttosto che sul click-through rate.
Questo permette a Samsung di offrire un’esperienza utente più pulita, posizionandosi come l’alternativa “premium” e focalizzata sulla produttività rispetto al caos commerciale di Google.
È interessante notare come la nuova integrazione posizioni Samsung in diretta competizione con Gemini proprio nel momento in cui Google cerca di consolidare il suo monopolio sull’IA mobile.
È una guerra per procura: Samsung usa la tecnologia di una startup per tenere a bada il gigante di Mountain View sul suo stesso sistema operativo.
L’esperienza utente e il rischio della “black Box”
Ma come si traduce tutto questo per l’utente che impugna lo smartphone?
L’integrazione promette di superare i limiti delle vecchie interazioni “botta e risposta”. Perplexity abilita ricerche sensibili al contesto e risposte sintetizzate da fonti web, permettendo conversazioni multi-turn dove il sistema ricorda le domande precedenti.
Questo è il salto quantico che mancava: passare da un esecutore di comandi a un agente conversazionale.
C’è però un aspetto critico che spesso sfugge nelle recensioni entusiaste: la trasparenza dei dati.
Inserendo un intermediario come Perplexity, i dati delle query complesse lasciano l’ecosistema Samsung. Sebbene entrambe le aziende assicurino privacy e sicurezza, a livello di implementazione stiamo aggiungendo un nodo alla catena di fiducia. Inoltre, c’è la questione della coerenza: se l’API di Perplexity cambia, o se il servizio ha un disservizio, Bixby torna a essere “stupido” in tempo reale.
La dipendenza da API esterne per funzionalità core del sistema operativo è un rischio calcolato.
Se da un lato permette a Samsung di aggiornare l’intelligenza del dispositivo senza dover inviare un aggiornamento firmware OTA, dall’altro rende l’esperienza utente vulnerabile a decisioni aziendali altrui. Se domani Perplexity venisse acquisita o cambiasse policy, Samsung si troverebbe con un assistente zoppo.
Siamo di fronte a un bivio nell’evoluzione degli smartphone. Fino a ieri, il valore aggiunto era nel silicio e nel codice proprietario. Oggi, con One UI 8.5, Samsung ci dice che il futuro è l’integrazione modulare: il telefono diventa un’interfaccia fisica per servizi cognitivi distribuiti.
Resta da chiedersi se, in questa corsa all’appalto dell’intelligenza, i produttori non stiano in realtà svuotando di significato il concetto stesso di “dispositivo personale”, trasformandolo in un semplice terminale di accesso per cervelli in affitto.