Samsung Resuscita Bixby con Perplexity AI: Un Affare per la Privacy?

Samsung Resuscita Bixby con Perplexity AI: Un Affare per la Privacy?

Dalla dipendenza da Google all’abbraccio di Perplexity AI: Samsung riscrive le regole del gioco, ma a quale prezzo per la nostra privacy?

Se c’è una cosa che la storia della tecnologia recente ci ha insegnato, è che i morti non muoiono mai davvero, specialmente se hanno un logo aziendale stampato sopra.

Bixby, l’assistente vocale di Samsung che per anni è stato il parente imbarazzante di Siri e Google Assistant – quello che si attivava per sbaglio quando cercavate di abbassare il volume – sta per tornare in vita.

Ma non è una resurrezione miracolosa: è un trapianto di cervello.

L’azienda sudcoreana, stanca di dipendere dall’onnipresente ecosistema di Google, ha deciso di giocare la carta della diversificazione strategica, integrando il motore di ricerca conversazionale Perplexity AI direttamente nel cuore dei suoi futuri dispositivi Galaxy S26.

A prima vista, sembra la classica mossa per rendere i nostri telefoni “più intelligenti”.

Ma se grattiamo via la patina del marketing luccicante e delle promesse di efficienza, quello che emerge è il solito, vecchio schema di scambio dati, con qualche nuova, inquietante clausola scritta in piccolo.

Questa mossa non è solo un tentativo di recuperare terreno tecnologico; è una dichiarazione di guerra fredda contro Google e un esperimento sociale sulla nostra disponibilità a cedere frammenti di intimità in cambio di risposte citate con note a piè di pagina.

Il grande ballo dei dati (e chi guida le danze)

Per capire perché Samsung stia facendo questo passo proprio ora, bisogna guardare ai soldi e al potere, non alla tecnologia.

Fino a ieri, la suite “Galaxy AI” era di fatto una vetrina di lusso per Google Gemini. Ogni volta che un utente Samsung usava le funzioni avanzate di intelligenza artificiale, Google ringraziava e incassava dati preziosi per addestrare i propri modelli.

Samsung, ridotta a semplice intermediario hardware, ha capito che regalare il controllo dell’interfaccia utente al suo principale concorrente (nel software) era un suicidio strategico a lungo termine.

L’accordo con Perplexity cambia le carte in tavola.

Samsung ha confermato i piani per integrare Perplexity nei dispositivi futuri, segnalando una volontà chiara di spezzare il duopolio Google-OpenAI.

Bixby continuerà a fare il maggiordomo locale (accendere il Wi-Fi, impostare la sveglia), mentre le domande complesse – quelle che rivelano cosa pensiamo, cosa compriamo e di cosa abbiamo paura – verranno instradate verso i server di Perplexity.

Sembra una divisione dei compiti razionale, ma crea una zona grigia normativa spaventosa.

Quando un utente chiede “Che tempo fa?” risponde il telefono. Quando chiede “Quali sono i sintomi di questa malattia?”, risponde il cloud di Perplexity.

In questo passaggio di consegne, chi è il titolare del trattamento dei dati secondo il GDPR? C’è un consenso esplicito ogni volta che la richiesta “esce” dal dispositivo?

La frammentazione della responsabilità è il sogno di ogni avvocato aziendale e l’incubo di ogni garante della privacy.

L’incubo della privacy ibrida

L’aspetto più insidioso di questa integrazione è la sua invisibilità.

Alcuni utenti hanno già individuato l’integrazione nella versione beta di One UI 8.5, notando come il sistema passi da un modello all’altro.

Questa fluidità, venduta come “esperienza utente senza interruzioni”, è in realtà un meccanismo di offuscamento.

L’utente medio non saprà mai quando sta parlando con il chip del suo telefono e quando sta inviando la sua voce a un server in California.

Perplexity si vende come un “motore di risposta” che cita le fonti. È un approccio nobile rispetto alle allucinazioni di ChatGPT, ma non esenta l’azienda dalla fame di dati.

Per funzionare bene, questi modelli devono profilare l’utente. Devono sapere se chi chiede “migliori ristoranti” è un vegano di Milano o un carnivoro di Dallas.

Integrandosi in Bixby, Perplexity ottiene l’accesso a un contesto che prima non aveva: la posizione precisa, la cronologia delle app, forse persino il contenuto dello schermo.

Siamo di fronte all’ennesimo caso in cui la comodità viene usata come cavallo di Troia per una sorveglianza commerciale più profonda.

E mentre l’Europa si affanna a scrivere regolamenti come l’AI Act, le big tech spostano l’architettura tecnica per rendere quei regolamenti difficili da applicare.

Se il trattamento avviene “in parte” sul dispositivo e “in parte” altrove, dove finisce la giurisdizione?

Gratis oggi, costoso domani: la trappola del “pro”

Non c’è nulla di più sospetto di un’azienda tecnologica che regala il suo prodotto di punta.

Il modello di business dietro questa operazione segue il classico schema dello spacciatore: la prima dose è gratis.

Samsung sa che l’hardware non basta più a giustificare prezzi da capogiro; serve vendere servizi.

Secondo le indiscrezioni più accreditate, l’accesso esclusivo ai servizi di Perplexity durerà 12 mesi per gli utenti Galaxy.

Un anno intero per abituarsi ad avere risposte complesse, riassunti di pagine web e analisi di mercato direttamente nella barra di ricerca.

E al tredicesimo mese?

È qui che scatta la trappola.

Dopo aver addestrato l’utente (e aver usato i suoi dati per affinare l’algoritmo), il servizio diventerà verosimilmente a pagamento. Abbiamo già visto questo film con le funzioni di editing fotografico e lo vedremo ancora.

L’obiettivo non è migliorare la vostra vita, ma creare una dipendenza da abbonamento (Subscription Fatigue be damned).

Inoltre, questo periodo di “prova” serve a Perplexity per scalare la sua base utenti a spese di Google, utilizzando i proprietari di Galaxy S26 come beta tester non pagati per la propria infrastruttura.

La domanda che dovremmo porci non è se Bixby sarà finalmente intelligente, ma a quale prezzo stiamo appaltando la nostra curiosità a un consorzio di aziende che vedono nelle nostre domande solo nuovi modi per targettizzarci.

In un mondo dove la risposta arriva prima ancora di aver finito la domanda, siamo sicuri di voler sapere chi sta davvero ascoltando?

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