Samsung e perplexity ai: un patto per il futuro dell’intelligenza artificiale o una minaccia alla privacy?
La partnership tra Samsung e Perplexity AI per il rilancio di Bixby solleva interrogativi sulla privacy e segna una potenziale rottura con Google
C’è qualcosa di quasi tenero nel modo in cui le grandi aziende tecnologiche tentano di far passare errori di comunicazione strategici per semplici incidenti di percorso. Lo scorso 20 gennaio, Samsung ha pubblicato – e prontamente rimosso – un annuncio che confermava ciò che molti addetti ai lavori sospettavano da settimane: Bixby, l’assistente vocale che la maggior parte degli utenti Galaxy ha passato l’ultimo decennio a cercare di disattivare, sta per subire un trapianto di cervello.
Il donatore? Perplexity AI.
Se pensate che questa sia solo l’ennesima notizia su un aggiornamento software, vi sbagliate.
È la mossa di apertura di una partita a scacchi molto più complessa, dove la posta in gioco non è quanto velocemente potete impostare un timer per la pasta, ma chi detiene le chiavi della vostra identità digitale. L’arrivo della One UI 8.5 e la rinascita di Bixby segnano un punto di rottura nell’alleanza apparentemente inscalfibile tra Samsung e Google, e sollevano interrogativi sulla privacy che farebbero impallidire un ispettore del Garante.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire cosa si nasconde dietro questo valzer di comunicati stampa fantasma e partnership strategiche.
Il risveglio della “morte cerebrale” digitale
Per anni, Bixby è stato l’equivalente digitale di un maggiordomo zelante ma un po’ sordo. Poteva accendere la torcia o aprire un’app, ma chiedergli qualcosa di più complesso significava condannarsi alla frustrazione. La narrazione ufficiale è cambiata radicalmente.
Molte testate hanno preservato e analizzato l’annuncio cancellato, confermando che la nuova versione di Bixby non si limiterà a eseguire comandi, ma diventerà un “agente conversazionale” ibrido.
Da un lato, avremo il controllo locale del dispositivo: chiedere al telefono di “ridurre la luminosità perché ho gli occhi stanchi” non richiederà più una laurea in ingegneria dei prompt. Dall’altro, per tutto ciò che riguarda la conoscenza del mondo, interverrà Perplexity AI.
E qui la faccenda si fa scivolosa.
Perplexity non è un semplice motore di ricerca; è un “motore di risposte”. Non vi dà una lista di link, vi dà una sintesi.
Suona comodo, vero?
Ma la comodità è da sempre il cavallo di Troia preferito dalla sorveglianza capitalista. Won-Joon Choi, Chief Operating Officer di Samsung Mobile, ha dipinto questa evoluzione con le solite tinte pastello del marketing corporate:
Da quando abbiamo introdotto il nostro primo telefono AI nel 2024, ci siamo impegnati a renderli più facili da usare in modo che più persone possano beneficiare dell’IA — ecco perché abbiamo deciso di integrare un agente del dispositivo direttamente nell’esperienza.
— Won-Joon Choi, Chief Operating Officer, Mobile eXperience (MX) Business presso Samsung Electronics
Won-Joon Choi ha spiegato la motivazione dietro l’aggiornamento sottolineando la necessità di interazioni più naturali. Ma c’è una frase che dovrebbe far scattare un campanello d’allarme: “ridurre l’attrito”. Nel linguaggio della Silicon Valley, ridurre l’attrito significa eliminare i momenti in cui l’utente pensa consapevolmente a ciò che sta facendo.
Meno pensiamo, più dati cediamo.
Un divorzio (non troppo) consensuale da Google?
Bisogna leggere tra le righe di questa partnership. Samsung ha una dipendenza storica da Google e dal suo ecosistema Android. Con l’avvento di Gemini, Google ha tentato di monopolizzare l’IA su tutti i dispositivi Android, relegando i produttori hardware a semplici assemblatori di scatole costose.
Scegliendo Perplexity, Samsung sta mandando un messaggio chiaro a Mountain View: non vogliamo essere vassalli nel vostro impero dei dati.
È una mossa simile a quella di Apple con OpenAI, ma con rischi diversi. Diversificando i fornitori di IA, Samsung cerca di mantenere il controllo sull’interfaccia utente, impedendo a Google Assistant (o Gemini) di diventare l’unico punto di accesso alla vita digitale dell’utente.
Tuttavia, questo frammenta la catena di custodia dei dati. Quando chiedete a Bixby una raccomandazione su un ristorante o un riassunto di una notizia, chi sta elaborando quella richiesta? Il chip neurale del vostro Galaxy S26? I server di Samsung in Corea? O il cloud di Perplexity?
E, cosa ancora più importante, questi dati vengono incrociati?
Ricordiamo che l’azienda ha introdotto il suo primo telefono AI nel 2024, stabilendo una strategia che ora sembra virare verso una pericolosa flessibilità. Se i dati del dispositivo (locali) e le query di conoscenza (cloud) vengono gestiti da entità diverse, la superficie di attacco per potenziali violazioni della privacy raddoppia. Il GDPR impone chiarezza sul trattamento dei dati, ma le architetture “ibride” sono spesso nebulose per design.
Dove finisce Bixby e inizia Perplexity?
L’utente medio vedrà solo una risposta sullo schermo, ignaro del viaggio che i suoi metadati hanno compiuto per generarla.
Il prezzo nascosto della “comprensione naturale”
L’aspetto più inquietante di questa evoluzione è la capacità di Bixby di “capire il contesto”. Per interpretare una frase vaga come “manda quella foto a mamma”, l’IA deve sapere costantemente cosa c’è sul vostro schermo, chi è “mamma” nella vostra rubrica, e quale app di messaggistica usate di solito.
Questo livello di integrazione richiede permessi di sistema profondi.
Affidare queste chiavi a un sistema che si appoggia a un partner esterno come Perplexity per l’elaborazione del linguaggio naturale è un atto di fede che, francamente, nessuna azienda tecnologica si è guadagnata negli ultimi vent’anni.
Inoltre, c’è la questione del modello di business. Perplexity ha un modello “freemium”, ma le chiamate API costano.
Chi paga per ogni domanda che fate a Bixby?
Samsung assorbirà i costi sperando di vendere più hardware? O ci ritroveremo tra sei mesi con un Bixby “Pro” a pagamento per sbloccare le risposte più intelligenti? O, scenario peggiore, i dati delle nostre interazioni verranno usati per addestrare i modelli successivi, rendendoci, come sempre, lavoratori non retribuiti nelle fabbriche dell’IA.
La cancellazione del post del 20 gennaio non è stata un errore, ma un sintomo.
Un sintomo di un’industria che corre più veloce della sua capacità di giustificare eticamente le proprie innovazioni. Mentre ci entusiasmiamo per il fatto che il nostro telefono possa finalmente capire cosa intendiamo senza dover parlare come dei robot, stiamo silenziosamente accettando che un’altra entità terza si sieda nel salotto delle nostre vite digitali, prendendo appunti su ogni nostra curiosità.
Resta da chiedersi: siamo sicuri che la comodità di non dover digitare una ricerca valga il prezzo di avere un orecchio in più, sempre in ascolto, nelle nostre tasche?