America Latina: Una Corsa all’Oro dei Dati Personali Sotto la Facciata dell’Innovazione?
Mentre i finanziamenti alle startup latinoamericane crescono, si sollevano preoccupazioni sull’uso dei dati personali e sul rischio di un nuovo colonialismo digitale
Se c’è una cosa che il capitale di rischio (Venture Capital) detesta più della regolamentazione, è la stagnazione.
Dopo un “inverno” durato quasi due anni, in cui i rubinetti dei finanziamenti sembravano essersi chiusi ermeticamente, l’entusiasmo è tornato a scorrere verso l’America Latina. I grafici puntano verso l’alto, i comunicati stampa trionfali intasano le caselle di posta e gli investitori della Silicon Valley hanno ricominciato a prenotare voli per Città del Messico e San Paolo.
Tutto fantastico, vero?
Un ecosistema che risorge, l’innovazione che riparte.
O almeno, questa è la favola che ci viene venduta.
Tuttavia, se smettiamo per un attimo di applaudire davanti ai numeri a nove zeri e iniziamo a guardare dove finiscono esattamente questi soldi, il quadro cambia. Non siamo di fronte a una semplice ripresa economica; stiamo assistendo a una corsa all’oro dei dati personali in una regione dove le tutele della privacy sono, per usare un eufemismo, “flessibili”.
Dietro la retorica dell’inclusione finanziaria e della modernizzazione, si nasconde un modello di business che somiglia terribilmente a quello che ha già eroso la privacy in Occidente, ma potenziato da una fame di rendimenti che non guarda in faccia a nessuno.
Il 2024 si è chiuso con un segnale inequivocabile: i finanziamenti alle startup latinoamericane sono cresciuti del 26% su base annua, toccando quota 4,5 miliardi di dollari e superando in dinamismo persino la vecchia Europa.
Ma chi sta festeggiando davvero?
Il miraggio dell’inclusione (o la pesca a strascico dei dati?)
Il cuore pulsante di questa rinascita ha un nome preciso: Fintech. Circa il 61% del capitale di rischio investito nella regione finisce in tecnologie finanziarie.
La narrazione ufficiale è commovente: portare servizi bancari a chi non ne ha (gli unbanked), democratizzare il credito, facilitare i pagamenti.
Chi potrebbe mai essere contrario?
Il problema sorge quando si analizza il “come”. In assenza di una storia creditizia tradizionale, queste nuove piattaforme utilizzano dati alternativi per valutare l’affidabilità dei clienti. E per “dati alternativi” si intende praticamente tutto: geolocalizzazione, cronologia degli acquisti, comportamento sui social media, metadati dello smartphone.
In Europa, il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) pone dei paletti rigidi sulla profilazione automatizzata e sull’uso di questi dati sensibili. In America Latina, nonostante l’esistenza della LGPD in Brasile e di altre normative in evoluzione, l’applicazione pratica è spesso un Far West.
Le aziende fintech non stanno solo offrendo conti correnti; stanno costruendo i database comportamentali più vasti e dettagliati della storia del continente.
Quando un investitore parla di “mercato non servito”, quello che sente il mio orecchio cinico è “popolazione non ancora tracciata”. L’obiettivo non è solo prestare denaro, ma alimentare algoritmi di scoring che decidono chi merita un futuro e chi no, basandosi su correlazioni statistiche opache.
È un esperimento sociale di massa venduto come progresso tecnologico.
E non è un caso che i round di finanziamento “late-stage” (Serie C e oltre) stiano tornando prepotentemente. Gli investitori non scommettono più su idee vaghe; stanno pompando liquidità in macchine da guerra già oliate, pronte a scalare la raccolta dati su milioni di utenti.
Il laboratorio “pragmatico” per tecnologie rischiose
C’è un aspetto ancora più inquietante che emerge dalle dichiarazioni degli addetti ai lavori.
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti si interrogano su come regolare le criptovalute e la blockchain per evitare disastri finanziari e riciclaggio, l’America Latina viene trattata come una sandbox deregolamentata.
Un partner di Valor Capital Group ha recentemente descritto la situazione con una franchezza disarmante, quasi brutale nella sua onestà aziendale:
L’America Latina sta emergendo anche come un laboratorio pragmatico per l’adozione della blockchain, guidata da reali necessità economiche.
— Partner, Valor Capital Group
“Laboratorio pragmatico”.
Segnatevi questa espressione.
Nel linguaggio del capitale di rischio, significa un luogo dove è possibile testare tecnologie invasive o finanziariamente rischiose con meno ostacoli burocratici e meno rischi legali rispetto ai mercati sviluppati.
L’ottimismo degli investitori si basa proprio sulla capacità della regione di fungere da terreno di prova, sfruttando le “necessità economiche” (leggi: disperazione o inflazione galoppante) per spingere l’adozione di strumenti che altrove verrebbero bloccati dalle autorità di vigilanza.
In Messico, che nel secondo trimestre del 2025 ha visto un’esplosione di investimenti, la situazione è emblematica. La vicinanza con gli Stati Uniti e il fenomeno del nearshoring non stanno portando solo fabbriche, ma anche hub tecnologici che operano in una zona grigia normativa.
Le startup locali vengono incentivate a muoversi velocemente e rompere le cose (il vecchio motto di Facebook), solo che ciò che si rompe qui sono spesso i diritti digitali dei cittadini, sacrificati sull’altare della “efficienza del capitale”.
Chi paga davvero il conto della “ripresa”?
La geografia di questi investimenti ci dice molto sulle intenzioni. Brasile e Messico assorbono circa il 70% dei fondi. Non è una distribuzione democratica; è una concentrazione di potere nelle mani di pochi giganti tecnologici che stanno diventando infrastrutture critiche per interi stati.
L’ironia della sorte è che questa “ripresa” viene celebrata proprio mentre il settore fintech, che guida la carica, sta diventando sempre più aggressivo.
Nel terzo trimestre del 2025, i finanziamenti al fintech sono balzati a 572 milioni di dollari, un aumento dell’82% rispetto all’anno precedente.
Ma chi controlla questi flussi?
Gran parte del capitale proviene da fondi statunitensi o globali che vedono nella regione un’opportunità di arbitraggio normativo.
Siamo di fronte a una forma di colonialismo digitale 2.0.
Invece di estrarre argento o litio (anche se il litio serve eccome), si estraggono pattern comportamentali. Le startup locali, affamate di capitali dopo l’inverno del 2023-2024, sono costrette ad accettare termini che privilegiano la crescita esponenziale rispetto alla sostenibilità etica. L’efficienza, tanto lodata dai partner dei fondi di investimento come Hustle Fund, si traduce spesso in algoritmi che massimizzano il profitto a scapito della trasparenza.
Se in Europa ci preoccupiamo (giustamente) di come l’AI Act regolerà i sistemi di credito sociale, dovremmo guardare con orrore a ciò che viene finanziato oggi a sud del Rio Grande. Lì, i sistemi che domani potremmo ritrovarci in casa vengono testati oggi su larga scala, sotto l’etichetta rassicurante dell’innovazione.
La domanda che nessuno sembra voler fare durante i brindisi a Città del Messico è semplice:
quando questa bolla di dati scoppierà, o quando questi immensi database verranno inevitabilmente violati o usati per manipolazioni politiche, ci sarà ancora qualcuno a chiamarla “inclusione”?
O scopriremo che l’America Latina è stata usata come beta-tester per un futuro distopico che non ha mai richiesto?